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Karol Wojtyla,
il poeta che un giorno
diventò papa
a cura di MARIA DI LORENZO
Il 2 aprile
2008 cade il terzo anniversario della scomparsa di Giovanni Paolo II e la
nostra rivista ha deciso di tributargli un piccolo omaggio centrando però l'attenzione non sul pontefice, del
quale praticamente si sa ogni cosa, essendo stati versati fino ad oggi
molti fiumi di inchiostro sulla sua persona e sul suo pontificato, ma sul poeta Wojtyla, assai meno noto, e che pure merita di essere analizzato e
di poter uscire dall'oblio della disattenzione, ora che la morte e la
distanza temporale concedono quegli spazi che sono necessari alla
riflessione critica e al dibattito letterario.

“Cogliere la trama infinita di
nessi col mistero dell’esistenza umana”: sarebbe questo il segreto dei
versi di Karol Wojtyla
(1920-2005), la loro precisa cifra poetica, per il
gesuita Antonio Spadaro, autorevole scrittore de La Civiltà
Cattolica e grande
conoscitore della poesia di quell’autore
polacco salito un giorno di trent’anni fa al
soglio di Pietro col nome di Giovanni Paolo II.
“Leggere la poesia
di Karol Wojtyla – ha
detto ancora Spadaro - significa compiere un
percorso che coinvolge pienamente l’esistenza a livello estetico ed
emozionale fino a toccare le corde più profonde del significato
dell’esperienza umana”. Un percorso da egli ben
esplicitato nel saggio “Nella melodia della Terra.
La poesia di Karol Wojtyla”
(Jaca Book 2006) che, va subito detto,
rappresenta la pietra miliare, la base essenziale da cui partire, per
ognuno che voglia comprendere le coordinate poetico-esistenziali del Wojtyla
autore di versi.
La personalità poetica di Karol Wojtyla, come spiega
efficacemente nelle pagine seguenti Rosa Elisa Giangoia,
è stata scoperta con lentezza
e gradualità dal pubblico, in quanto offuscata dalla luminosità della sua
figura di Pontefice e resa problematica dalla difficoltà (fino ad almeno
una decina di anni fa) di leggere in italiano i
suoi testi poetici, pubblicati fin dalla lontana giovinezza dell’autore
con continuità, ma in polacco e per lo più con pseudonimi.
“Cosa stai facendo? Vuoi sprecare il
tuo talento?”. Il professor Kotlarczyk, suo
insegnante di lingua polacca nel ginnasio di Wadowice,
col quale avrebbe poi dato vita al Teatro Rapsodico, se l'era un po' presa quando il suo
brillantissimo allievo gli aveva comunicato la decisione di farsi prete.
Il giovane Lolek,
infatti, era un ottimo poeta, e tale sarebbe rimasto nello scorrere degli
anni, malgrado la vita con i suoi snodi
repentini e segreti l’avesse condotto lontano.
Nel
1934, a soli 14 anni aveva vinto un premio nella gara di lettura di un
poema filosofico di Cyprian
Norwid, autore polacco tra i suoi più amati. Da
lì in poi si sarebbe dedicato allo studio dei classici della sua terra
per iscriversi, nel 1938, al corso di Filologia polacca, presso
l’Università di Cracovia. La successiva scelta di diventare sacerdote non lo
avrebbe però distolto dalla poesia. L'anno
seguente infatti Wojtyla
partecipa a "Studio 39", gruppo di amici con la passione del
teatro e della letteratura, maturando sempre più la percezione di un'arte
intesa non tanto come “gioco” ma piuttosto come “sguardo”.
Nel 1946, anno della sua ordinazione
sacerdotale, pubblicò la sua prima opera
compiuta, “Canto del Dio nascosto”, scritto durante gli anni del
seminario clandestino. Qui il 26enne Karol
fissa il suo proposito, che è al tempo stesso esistenziale e poetico, da
cui non si sarebbe mai allontanato: “Devi fermarti a guardare – scrive
nel “Canto” - sempre più in
profondità / finché non riuscirai a distogliere l’anima dal fondo. Là
nessun verde sazierà la vista”.
Sono le poesie della maturità che
si collocano nel ventennio 1946-1966 e in cui vengono
filtrate a poco a poco l’ispirazione da San Giovanni della Croce, insieme
alla lezione di Dante, di John Donne e di T.S. Eliot. Il bellissimo
poemetto “La cava di pietra” è del 1957. Wojtyla
aveva conosciuto piuttosto bene il lavoro pesante, perché dal 1939 al
1944 per evitare la deportazione aveva lavorato assai duramente come operaio prima nelle cave, e poi nelle industrie
chimiche Solvay, presso Cracovia.
Un ‘esperienza
che l’aveva segnato fortemente, e che in seguito rivive nei versi del poemetto
dove il lavoro da dura realtà esistenziale si fa anche metafora di un
serrato contrappunto tra la grandezza del lavoro stesso e l’ineludibile dignità di ogni essere umano: “Ascolta, una scarica elettrica taglia
il fiume di pietra, / e in me cresce un pensiero, di giorno in giorno: /
che la grandezza del lavoro è
dentro l’uomo”.
Un altro tema ricorrente della sua
poesia riguarda il rapporto con Cristo. Quattro mesi prima di divenire
vescovo di Cracovia, nel marzo 1958, veniva
pubblicato il poema “Profili di Cireneo”,
una “fenomenologia poetica dell’uomo contemporaneo”, come la
definisce Antonio Spadaro nel suo saggio, dove Karol Wojtyla tratteggia in
piccoli quadri 14 profili di “cirenei” di oggi: il melanconico,
l’intellettuale, l’attore, la ragazza delusa in amore, gli operai… E
ciascun profilo è quello di un cireneo che ha un suo personale giogo da
portare sulle spalle e tutti, scrive, “si aggirano ai confini di Dio”.
Operaio, minatore, filosofo, patriota, attore ed anche poeta.
Questo è il Karol Wojtyla
che diventerà un giorno Arcivescovo di Cracovia, approdando al conclave
del 1978 da cui uscirà Papa. Ma della sua attività di poeta ben pochi
sono al corrente, perché i suoi testi sono
pubblicati di volta in volta sotto vari pseudonimi, fra cui quello di Andrzej Jawien, con il
quale pubblica anche il dramma “La bottega dell'orefice” (del 1960), il
capolavoro che gli italiani scopriranno nella versione radiofonica
approntata dalla RAI nei mesi successivi alla sua elezione al soglio di Pietro.
E’ solo con l’ascesa al soglio pontificio, infatti, che il suo “segreto” venne svelato.
Fatta eccezione infatti per le letture poetiche
nel periodo prima della guerra, Wojtyla non
aveva mai presentato in pubblico
le sue poesie. Quelle giovanili soprattutto, degli anni 1938-39 per
intenderci, sono rimaste nascoste per circa un cinquantennio, e per
esplicita volontà del loro autore.
Subito tradotto dalla Libreria
Editrice Vaticana, il testo de “La
bottega dell'orefice” rappresenta
l'inizio per così dire ufficiale della vicende editoriali
italiane del “papa poeta”, dopo la pubblicazione di “Profili del
Cireneo” presso le Edizioni Gr di Besana Brianza (1978).
Ancora nel 1979 escono le raccolte di versi “Pietra di luce” e “Il
sapore del pane”, alla cui versione contribuisce in modo determinante la poetessa Margherita Guidacci (per i tipi della Libreria Editrice
Vaticana). Nel 1982, per lo stesso editore, escono anche i drammi “Giobbe”,
“Raggi di paternità” e “Fratello del nostro Dio”,
portato quest’ultimo sullo schermo da Krzysztof
Zanussi nel 1997 (mentre
la versione cinematografica della “Bottega dell'orefice”, per la regia di
Michael Anderson, è
datata 1988).
La prima raccolta complessiva delle
“Opere letterarie” del Pontefice viene approntata
nel 1993 dalla Libreria Editrice Vaticana e parzialmente riproposta in
edizione economica, limitatamente alle sole “Poesie”, da Newton Compton l'anno successivo. La sua “opera omnia” attualmente è
quella edita da Bompiani nel 2001, nel volume “Tutte
le opere letterarie” di Karol Wojtyla, che rappresenta indubbiamente uno
strumento indispensabile per conoscere l'intera opera poetica di Giovanni
Paolo II. Un migliaio di pagine con drammi e poesie
(testo originale a fronte), più un ampio saggio di Giovanni Reale e
dettagliate schede introduttive alle singole opere a cura di Boleslaw Taborski. Più
recente l'arrivo in libreria delle “Poesie giovanili: Cracovia, primavera
estate-1939” a cura di Marta Burghardt
(edito da Studium).
Karol Wojtyla ci ha lasciato un’opera
letteraria composta complessivamente da varie raccolte poetiche e cinque
drammi. Sono costitutive della sua espressione poetica le ballate epiche,
appassionati canti alla patria polacca, assorte
meditazioni religiose, prose poetiche o poesie narrative che dir si
voglia, originali intuizioni liriche che esprimono in lui una profonda “devozione alla parola” intesa
come “elemento di natura morale”.
A noi piace ricordare i versi splendidi, indimenticabili, con
cui Wojtyla rievocava, appena ventenne, la
figura della madre Emilia,
dolorosamente perduta alla tenera età di 9 anni, e mai dimenticata:
''Sulla tua bianca tomba
sbocciano i fiori bianchi della vita.
Quanti anni sono già spariti senza di te.
Quanti?
Sulla tua bianca tomba,
ormai chiusa da anni,
qualcosa sembra sollevarsi:
inesplicabile come la morte.
Sulla tua bianca tomba,
madre, amore mio spento,
dal mio amore filiale, una prece''.
Sono versi semplici e accorati
scritti quasi agli albori della vita, che fanno pendant con quelli della vecchiaia, che Wojtyla
- quasi prefigurando il suo congedo dal mondo - ha un giorno riunito nel “Trittico romano”, edito nel 2003
dalla Libreria Editrice Vaticana con la traduzione di Grazyna
Miller.
Nell’ultima
raccolta di versi, lo sguardo del poeta si colloca all’ingresso della
Cappella Sistina, dove la visione è quella del Giudizio: qui l’Inizio si congiunge con la Fine. Lasciandosi
avvolgere dalla “policromia sistina”, Karol Wojtyla ricorda i due
conclavi da lui vissuti ed immagina il momento della sua morte e il successivo
conclave, da cui uscirà il nuovo Pietro.
Leggiamo:
E proprio
qui, ai piedi di questa stupenda policromia sistina,
si riuniscono i cardinali -
una comunità responsabile per il lascito delle chiavi del Regno.
Giunge proprio qui.
E Michelangelo li avvolge, tuttora, della sua visione.
"In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo... "
Chi è Lui?
Ecco, la mano creatrice dell'Onnipotente Vecchio, diretta verso Adamo...
Al principio Dio ha creato...
Costui che vede tutto...
La policromia sistina allora propagherà la
Parola del Signore:
Tu es Petrus - udì
Simone, il figlio di Giona.
"A te consegnerò le chiavi del Regno".
La stirpe, a cui è stata affidata la tutela del lascito delle chiavi,
si riunisce qui, lasciandosi circondare dalla policromia sistina,
da questa visione che Michelangelo ci ha lasciato –

Era così nell'agosto e poi nell'ottobre, del memorabile anno dei due
conclavi,
e così sarà ancora, quando se ne presenterà l'esigenza dopo la mia morte.
All'uopo, bisogna che a loro parli la visione di Michelangelo.
"Conclave": una compartecipata premura del lascito delle
chiavi, delle chiavi del Regno.
Ecco, si vedono tra il Principio e la Fine,
tra il Giorno della Creazione e il Giorno del Giudizio.
È dato all'uomo di morire una volta sola e poi il Giudizio!
Una finale trasparenza e luce.
La trasparenza degli eventi -
La trasparenza delle coscienze -
Bisogna che, in occasione del conclave, Michelangelo insegni al popolo -
Non dimenticate: Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius.
Tu che penetri tutto - indica!
Lui additerà...

Come assai acutamente scriveva
allora il cardinale Joseph Ratzinger nel commento all’ultimo testo poetico
di Giovanni Paolo II, il quale solamente due anni dopo si sarebbe
congedato dal mondo per cedere proprio a lui, suo “amico fidato”, il testimone
sul soglio di Pietro: “Nelle immagini del
mondo, Michelangelo ha scorto la visione di Dio; egli ha, per così dire,
visto con lo sguardo creatore di Dio e, attraverso questo sguardo, ha
riportato su muro, per mezzo di audaci
affreschi, la visione originale dalla quale deriva ogni realtà.
In
Michelangelo, che ci aiuta a riscoprire la visione di Dio nelle immagini
del mondo, sembra realizzarsi in modo esemplare ciò che è destinato a
tutti noi. Di Adamo ed Eva, che rappresentano
l’essere umano in generale, uomo e donna, il Papa dice: ‘Anche loro sono
divenuti partecipanti di questa visione…’. Ogni uomo è chiamato a ‘riacquistare
questa visione di nuovo’. Il cammino che
conduce alla sorgente – spiega allora Ratzinger,
oggi papa Benedetto XVI - è un cammino per
diventare vedenti: per imparare da Dio a vedere. Allora appaiono il
principio e la fine”.
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ANTONIO SPADARO
La poesia di Wojtyla
ROSA ELISA GIANGOIA
Nella melodia della terra. La poesia di Karol Wojtyla
MARIAELENA FINESSI
Lo sguardo dello stupore
MARTINO CERVO
Genio e profezia nella poesia di Karol Wojtyla

 

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