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Fede e tormento nelle
ultime prove teatrali di Elena Bono
Può morire un Dio?
Autrice finissima, dolorosamente misconosciuta nel
mondo contemporaneo, ha impresso un segno originale e potente nella
letteratura italiana del nostro Novecento. Tra poesia, narrativa e
teatro, Elena Bono racconta l’eterno dilemma del cuore umano di fronte al
silenzio e all’immensità di Dio e la sua eterna speranza, a dispetto dei
graffi violenti della Storia.
di LILIANA
PORRO ANDRIUOLI
Con la pubblicazione del
suo recentissimo libro, contenente due azioni teatrali: Storia di un
padre e dei suoi due figli e Sera di Emmaus
(Le Mani, Recco-GE, 2008, € 12,00), Elena Bono
aggiunge, alla sua già copiosa produzione per le scene, altre due nuove pièces: si tratta ancora una volta di due lavori con un profondo
significato religioso.
Il primo dei due testi, Storia
di un padre e dei suoi due figli, ruota attorno alle vicende
della famiglia del principe Aaron (il “padre”), un personaggio che ci
viene fin dall’inizio presentato dall’autrice nella veste di uomo
religioso, devoto al suo Dio (il Dio di Abramo) e soprattutto affettuoso
e giusto verso i suoi due figli, Jonas e David,
sulla cui diversità di carattere e di comportamento viene giocata buona
parte della “storia”.
Le differenze sostanziali fra i due giovani vengono preannunciate, già prima
del loro ingresso in scena, dalle parole del fedele servo, il vecchio e
affezionato Joel, il quale ci avverte come il
primogenito, Jonas, sia “tutto casa, lavoro,
risparmio, un poco d’avarizia, un po’ di cuore duro, ma onestà a tutta
prova”, mentre, David, il secondogenito, è essenzialmente dominato da una
gran “voglia d’avventura” e da una “smania di conoscere il mondo e genti
e cose nuove”.
E coerentemente la Bono lo fa comparire sulla scena nelle vesti di un
“pellegrino” che, “stanco”, sta facendo ritorno a casa, dopo uno dei suoi
lunghi vagabondaggi per il mondo. Un ritorno che ci
ricorda molto da vicino quello del figliol prodigo della parabola
evangelica (Lc. 15, 11, 32): identiche sono infatti
le parole con cui David si rivolge al padre per impetrare il suo perdono
e identici sono i festeggiamenti che il padre dispone (la “tunica più
bella”, “l’anello”, il “vitello grasso”, ammazzato per fare “festa” in
suo onore). Molto simile al comportamento del primogenito della parabola
è anche il comportamento di Jonas, il quale
apprende la notizia del ritorno alla sera,
allorché giunge a casa, reduce dal suo lavoro nei campi.
Ma, a recare a Jonas la notizia che nella casa paterna si stava
festeggiando il ritorno del fratello, in questo lavoro teatrale della Bono, non è un servo (come nel racconto
dell’evangelista Luca), bensì Lia,
una ragazza che David amava fin dall’adolescenza e che ora ha
ritrovata vedova e madre di due vivaci bimbetti, Davidino e Rebecchina (diminutivi di due nomi biblici, come
biblici sono tutti i nomi di questa prima azione teatrale). Una presenza, quella di Lia, che si dimostrerà fondamentale
nello svolgimento del dramma, in cui anche i suoi due bimbi avranno una
loro non piccola parte. Sarà infatti con
lei e con i suoi due figlioletti che David, sempre in preda alla sua
“smania di partire” e “di arrivare ai confini del mondo” (p. 42), si
rimetterà nuovamente in cammino.
Con un ritmo veloce e
movimentato si susseguono gli eventi, ora felici ora tristi: David e Lia
riescono fortunosamente a trovare in aperta campagna il capo di una
sinagoga che li unisce in matrimonio, ma la loro gioia è subito rattristata
dalla notizia della morte del vecchio Aaron; fatto che risveglia in David
un cocente rimorso per essere stato così
a lungo lontano da casa. E’ in questo
frangente che emerge in modo particolare la figura di Lia, donna
innamorata e affettuosamente protettiva, che sa essere di gran conforto
al marito, infondendogli il coraggio necessario per affrontare la dura
prova. David dovrà, seguendo gli insegnamenti paterni, comportarsi da
vero uomo e sopportare la separazione dovuta alla “sua morte”, così come
il padre “ha sopportato” quella dovuta alla sua continua assenza.
Un'altra scena di questa azione teatrale, che risulta fondamentale per
l’efficacia e l’acume psicologico con cui è condotta, è quella dell’incontro dei due fratelli, nel
cortile della vecchia casa paterna, alla presenza di Lia e di Sara, la
ragazza con cui Jonas si è recentemente
fidanzato. Neppure in questo momento di sincero e reciproco affetto,
tuttavia, Jonas riesce a comprendere il
desiderio che spinge il fratello ad andare continuamente ramingo per il
mondo: “Dio non voglia che io abbia figli assomiglianti al loro zio,
senza una casa” è la sua preghiera.
Non si vedranno però più i
due fratelli, perché alla casa paterna farà ritorno solamente la cassetta
contenente le ceneri di David, che sarà ucciso da un gruppo di lebbrosi
predoni. Riposerà anche lui accanto al padre, come era
suo desiderio. Emerge da questa azione teatrale un sentimento di profonda e arresa
fede in Dio, al quale specialmente Lia si abbandona: “Io credo, io so
che Dio è amore, misericordia, tenerezza infinita e che più ama quelli
che pur piangendo alzano gli occhi fino a Lui. E
sorridono a Lui”. E’ con queste parole, denotanti una conoscenza non
comune dell’ambiente nel quale il dramma si svolge, e quindi dei sentimenti
dai quali i personaggi potevano essere mossi, che la scena si chiude.
E la fede in Dio (ora in
un Dio che si è Incarnato ed è venuto a morire per noi sulla Croce) è
anche il leit-motiv della seconda azione teatrale, un altro pezzo di
chiara ispirazione biblica, il cui titolo è Sera di Emmaus.
La scena si apre nella locanda di “mastro Calef”,
nel momento in cui Gesù, seguito da due
discepoli, vi sta entrando. Evidente è qui il riferimento al passo
evangelico (Lc. 24,13-35) in cui Luca racconta come, lungo la strada che da
Gerusalemme conduce a Emmaus,
Gesù Risorto si fosse affiancato a due suoi
discepoli, i quali però sulle prime non lo riconobbero.
La figura di Gesù emerge immediatamente con molta semplicità e grande efficacia: buono, gentile nei modi, sensibile e
disponibile verso tutti. Del fascino che esercita su chi lo incontra è
permeata tutta l’azione, anche se numerosi sono i personaggi che vi intervengono.
Il primo a comparire è un negretto, Cam,
il quale parla “una sua lingua approssimativa” e si fa comprendere più
con le mani che con le parole. La Bono ritorna
qui a un suo classico espediente: quello di fare parlare i personaggi
secondo il loro ruolo, fornendoci così un’ulteriore prova della grande
funzionalità espressiva che può assumere il suo linguaggio, sempre
pervaso da forte ed originale creatività. Cam è
un giovane semplice, un “miseruzzo” come egli stesso si definisce, ma non appena conosce Gesù rimane estasiato dalla sua personalità e dalla
fiducia che la sua figura gli ispira. E sarà
proprio la sua fede, genuina e sincera, in Gesù
e il suo esempio di generosa dedizione verso gli altri a far convertire
alla nuova religione molti dei personaggi che incontriamo in questo
dramma.
Oltre alla presenza
dell’oste, della moglie Sara, della figlia Debora, affetta da una forma
che forse oggi chiameremmo di abulia e che
quella stessa sera verrà miracolata da Gesù,
questa prima scena è animata da Jusuf, un
ex-brigante, che è innamorato di Debora e vorrebbe sposarla. Al
contrario dei due discepoli, Jusuf, solo sentendoLo parlare nella stanza a fianco, riconosce in
Gesù l’uomo che aveva visto morire sulla croce
ed a sua volta viene da Lui immediatamente riconosciuto: ricordano
entrambi di essersi incontrati “sotto la torre Antonia,
appena fuori dal pretorio”, quando il procuratore romano Ponzio Pilato chiese al popolo se, al posto di Gesù, avesse dovuto graziare Barabba. Fu in quel
preciso momento che alta suonò la parola di Jusuf,
l’unico che avesse levato la sua voce in favore di Gesù.
Ma ora, qui nella taverna
di Calef, di fronte a quell’Uomo
che aveva visto morire sulla Croce, Jusuf non si vanta minimamente del suo comportamento:
agì così unicamente perché detestava Barabba, “da sempre” suo nemico
“accanito e giurato” dice quasi volendosi giustificare. D’altra parte anch’egli in definitiva era un “brigante”,
forse solo un “poco meno” cattivo di Barabba, perché non rubava ai poveri.
Malgrado il suo comportamento non precisamente
esemplare, anche Jusuf è un uomo di fede: un uomo
semplice, che non si pone molti problemi (“Io non ti chiedo come sei qui
dopo essere stato crocifisso”), ma che crede ciecamente nelle doti
soprannaturali di Gesù (“Credo che tu sia
veramente figlio di Dio, ma adesso fa un miracolo”) e nella Sua divinità.
E’ infatti fermamente convinto che con il Suo
intervento Debora possa guarire e diventare sua sposa (“Vedi Tu, Signor
mio di far qualcosa”).
La scena prosegue con un risvolto inusitato: nella taverna viene accoltellato
un romano, il nobile tribuno Manlio Torquato, e l’omicida è proprio
Barabba, il quale, immediatamente arrestato dai soldati della scorta,
viene condannato a morte. Rachele, infatti, la giovane sposa di Torquato,
aveva subito deciso di rivolgersi a Ponzio Pilato
per chiedere giustizia dell’assassinio del marito. Ma qui, proprio alla
presenza di Pilato, vi è un ulteriore
colpo di scena: poco prima
dell’esecuzione, Barabba, conquistato dal fascino della nuova fede, si
converte; e lo sentiamo rimproverare il Procuratore per aver avallato la
condanna di un innocente: sono le sue parole che rendono Pilato, già in crisi per quanto compiuto, ancora più
confuso e perplesso.
Una figura, quella di
Ponzio Pilato, molto ben tratteggiata dalla Bono che con acume ne evidenzia tutta la
lancinante sofferenza morale: il Procuratore è oltremodo tormentato dalle
angosciose domande che senza requie si agitano nella sua mente (“Ma può
un uomo risorgere? E
può morire un Dio? Non se ne esce, di qui. Non se ne esce”);
la vicenda di Gesù, nella quale è stato
coinvolto suo malgrado, è più grande di lui e il suo animo è smarrito.
Segue una breve scena,
quasi un intermezzo fra la prima e la seconda parte del lavoro teatrale,
che ci conduce a Roma nel quartiere giudeo, dove troviamo Rachele sulla
portantina accanto all’imperatrice: a lei Debora sta chiedendo la grazia
per Yusuf, suo marito, che è stato
accusato di furto. E la grazia è concessa. La
scena successiva ci riporta in terra di Giudea, nella locanda di Calef, dove ricompaiono personaggi già conosciuti:
Debora con il marito Yusuf e il loro
figlioletto, Calef, e Rachele che nel frattempo
aveva sposato Mamerco Scauro,
il tribuno romano esecutore della sentenza contro Barabba. Un lieto
evento attende ognuna delle due coppie: la nascita di un figlio. Entrambi
i neonati verranno battezzati secondo il rito
cristiano da Cam, che nella sua generosità si
rende utile a tutti in mille modi. Il che è un simbolo del trionfo della nuova fede,
destinata sempre più ad affermarsi.
Due drammi di alta spiritualità, questi ultimi
della Bono, che traggono il loro spunto nella tradizione più radicata e
profonda dell’ebraismo e del cristianesimo, e che ancora una volta
comprovano la grande capacità che ella ha di far rivivere sulla scena
vicende da noi lontane nel tempo con quella consumata abilità tecnica che
caratterizza tutto il suo teatro.
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