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sorprese del pane nero
Profezie del
prato,
profezie del
fuoco fatuo
fatuo
1.
Rose le spine
con tuoni di vocaboli in cantina
rose le spine.
La scala del male interno
faccia da citofono fuori uso.
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2.
Sorprese del pane nero
a squarciagola la cicala
sull’intonaco morente.
Il pane sull’onestà dei binari
converta il pedinamento dell’abbandono
non alla balìa ma in balia
a promontorio a gomito d’intesa
mito risolto l’abbraccio rivolto.
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3.
Nel corso delle azioni del cipresso
(il parapiglia delle sospensioni…)
sovrapposti cielo e terra
i parametri di nessun sacro
sono da indossare:
eremitaggio ennesimo il senza volto
quando di guardia il calice notturno
(raucedine di sale)
neppure lindissimo l’infante
spauracchio della preghiera
arenata in un manipolo di chiodi.
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4.
Con le maree in apice e declino
il calendario impassibile dà sempre adito
ai servi della gleba al poco tempo
dei pasti senza amore senza scaltrezze
di perdere la strada.
Attori di conserve l’avveduto stato
dei corridoi impiegatizi dove la doglia
gara alla gara non ha di olimpo il podio.
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5.
La barriera del protocollo ha scempiato
la logica del nome con la sostanza
dentro.
Alle grazie di scoiattolo l’acredine
del bosco in tizzone, il dire nero,
la parsimonia del legno quando
tanto ci mise per tendersi creduto
cresciuto in ombra.
La ciurma delle rondini avvizzite
nel similoro di un teatro
ha madri le stoppie.
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6.
Ha il traghetto del sonno in un anfratto
nemmeno più felice,
tra pesi di aculei e germogli
la mongolfiera della festa
atterra alla meno peggio
con il fracasso della tempia torturata
dell’ultimo poeta.
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7.
Gioia di apolide andartene
dal senso della terra
a fiaccole di fianchi
le spoglie delle doglie
di non tornartene.
Se ne vada la ronda e finalmente
non temi le grondaie dell’acustica
quando di notte di notte fonda
urlano i moribondi le scienze
del buio... l’io del borro.
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8.
Sono stata in un tarlo di faccenda
il sangue senza fine sempre in eclisse
il lumino da comodino sotto choc
conventicole di furti le ore viete
il coma del leggio senza le sillabe.
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9.
Profezie del prato,
profezie del fuoco fatuo:
fatuo.
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10.
Lo sguardo
cieco
Esco dal viso esco soltanto
sono le dita che non tardano mai
la contrazione. [Mai cessato il guardiano.]
Unico volo gli orecchini di ciliegia
quando la bellezza si mangiava
da angoli capitali il mondo.
Lato del gelo il più fraterno incontro.
Toc, toc, non ti aprirò, né con rugiade
né con le prime attrici delle lune
piene di spicchi in spicco!
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11.
A torto aspettai che l’erba grave
vietasse di sé le unghie
con le stole di Penelope
a mo’ di salvata stazza financo
il pozzo.
Poté l’arciere non confondersi del sole
quando la venere del sogno
lo cimentò totale in tale cenere.
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12.
Stagione la più tetra averti dentro
al minuscolo erbario delle stoppie
che spensero il fuoco.
Il padrone delle merci in avaria
unga le palme delle ombre
miracolo di refrigerio il fondo
loculo di stato.
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13.
E’ nata la fionda per la respirazione
artificiale nei petti degli uccisi,
la dacia di Marina soffrì la fame
nelle travi dei ragni senza fortune.
Immediatamente nella fossa la scaturigine
la lira in darsena e merletto
in tetto di oceano e socchiuso
il no che non ti avvide ti sopì.
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14.
Salva marea la meta delle ruggini
quando immortali le madri delle gioie!
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15.
Mi va di convergere al baccano
le rondini che spirano chiuse
contro altane di vetro.
Tra meraviglie di cloni invecchiano
le mani di tutti.
Le corsie di veli sui cadaveri
vivi arresti di rantoli.
In meno d’un’acredine ho visto tutto
tutta la dispensa della croce
tutta l’ilarità della giostra
di natale la luminaria frigida.
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16.
Ho un soldato che mi fa da fianco
ma disarmato molto meno di recluta.
E’ intimorito fossile d’infanzia
zazzera tagliata ad offesa.
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17.
Vissi il sanatorio con le terrazze
limpide di una luce oscurante
senza stranezze di giovinezze
nei vili controlli dell’altromondo,
(liberticidi oratori cortili di murati
fatti di bambini).
Mattia si chiamava la rendita del mio Amico
c’incontravamo nelle resine dell’abete
per sismi di scoperte pene di plettro
quando appena si sconfinava il mondo.
Subìto e brusco l’ordine del dado
non confidò fortuna.
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18.
La luce dell’ottobre sulla porta
dell’appartamento breve del breve
e breve con molte mandate l’antico
chiavistello la provvidenza senza
decoro il coro delle polveri
di essere stati tristi di verissimi
comandi di bulbo il buontempone
nascere. E scenda la dacia del
poeta in corda lungo le mosse
di ballerini di gioia, le dì gioiose
stanze.
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19.
Con le vettovaglie dell’elemosina
l’officina della poesia.
Così grandiosa e prospera
l’eredità di niente
per la campana inerte.
E muore lento il pane crisantemo
e muoia sùbito il treno novellino
che in tanto sciame, in orario,
si ripresenta così se nulla fosse
la parsimonia avarissima dell’angelo.
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20.
Questi grandi occhi fanno paura al lago
non al tram che sopporti in piedi
reduce al sangue che non ti colora
nell’ora ammanettata della sera
inganno e privilegio stadio del tatto
senza angeli il colonnato di san pietro.
Recluta al sangue che ormai ti abbandona
non dormirai la notte né la gita di pietra.
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21.
Il greto
nelle unghie
Le luci al neon metropolitane
tori degli obitori
vene chiuse, fango.
Le balaustre delle parate
stordiscono, le mansarde commettono
adultèri. Al museo nazionale le statue
fanno politiche d’ombre.
I brevetti degli uomini di genio
offuscano il mite cappuccino d’orzo
che di beffa puoi permetterti.
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22.
Nel cipresso il consenso
di marine al dispendio
le leccornie murali
di volontà di pianto
nel dio più sciatto
arrancano nell’urlo.
Le stoppie per casupole di bambini
storpi al porto di pesciolini avvelenati
lena di scarto mutile comete:
le spalle tremule invitino
artisti al vaticinio.
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23.
Incuria
d’arco
Stanca a dismisura e per disdetta
acrobata di pietra
bit del pane nero
con le sorprese in preda al primo cacciatore
stormo del niente
fato all’agenda della barca
fetta del pan di nebbia
canzone nemmeno ultima in classifica
karma in stato d’incuria d’arco.
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24.
Il rumore del tic tac
esangue epifania esangue
tratturo al furto
estasi del meno
fionda da desco scuro
scuri avanzi scure scorze.
Ieri ti scorsi repubblica di quercia
e cialda quasi più donna della madre
e mano quasi più grande del padre
nel corso della falla
nel lutto della lancia
nel pasto che non grazia
la fine della fame.
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25.
In piano alla clessidra hai visto l’àncora
tornata alla faccenda gemellare
di dover mollare.
Tu intrattieni un apice di tarlo
una vendetta insita nel buono.
Così il malanno di starsi alunni
al prestigio di chi sa o sa?
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26.
Con il sangue festivo
vorace della voglia
di non nascere,
nel viale che fu quasi poetico
pur nello scorno di alamari
di divise giovanissime per caserme
usate al buio per balere
da miserrimi amanti,
stive atomiche le marine
le lucciole in darsene piangenti.
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27.
Il pane delle domeniche
perdeva indizi
si faceva credulo.
Dal salvadanaio gli ammanchi
inchiodavano nel vandalo.
Di poi la neve l’unico sciroppo
a calma della tosse.
Dal cumulo delle date smise la fiera
di coltivare il suolo.
Amerindia la giostra non fu mai
e mai la s’incontrò.
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28.
Maretta del corsaro
venirti incontro
dal fronte della darsena
alla retata di perdere mestizia.
In coda al francobollo che non uso
resta il bivacco al coma inconsumato
il male nero pece della stanza.
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29.
Iniziò a morire a trent’anni
presso misfatti d’altri.
In contumacia da allora
la mancia al barista s |