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In Purissimo Azzurro

 

 

 

in purissimo azzurro                               

 

                                                rivista di letterature & dintorni

                                     fondata e diretta da Maria Di Lorenzo

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"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa IN PURISSIMO AZZURRO veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

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archivio tematico

 

 

sorprese del pane nero

 

 

Profezie del prato,

profezie del fuoco fatuo

                                                             fatuo

 

1.

 

Rose le spine

con tuoni di vocaboli in cantina

rose le spine.

La scala del male interno

faccia da citofono fuori uso.

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2.

 

Sorprese del pane nero

a squarciagola la cicala

sull’intonaco morente.

Il pane sull’onestà dei binari

converta il pedinamento dell’abbandono

non alla balìa ma in balia

a promontorio a gomito d’intesa

mito risolto l’abbraccio rivolto.

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3.

 

Nel corso delle azioni del cipresso

(il parapiglia delle sospensioni…)

sovrapposti cielo e terra

i parametri di nessun sacro

sono da indossare:

eremitaggio ennesimo il senza volto

quando di guardia il calice notturno

(raucedine di sale)

neppure lindissimo l’infante

spauracchio della preghiera

arenata in un manipolo di chiodi.

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4.

 

Con le maree in apice e declino

il calendario impassibile dà sempre adito

ai servi della gleba al poco tempo

dei pasti senza amore senza scaltrezze

di perdere la strada.

Attori di conserve l’avveduto stato

dei corridoi impiegatizi dove la doglia

gara alla gara non ha di olimpo il podio.

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5.

 

La barriera del protocollo ha scempiato

la logica del nome con la sostanza

dentro.

Alle grazie di scoiattolo l’acredine

del bosco in tizzone, il dire nero,

la parsimonia del legno quando

tanto ci mise per tendersi creduto

cresciuto in ombra.

La ciurma delle rondini avvizzite

nel similoro di un teatro

ha madri le stoppie.

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6.

 

Ha il traghetto del sonno in un anfratto

nemmeno più felice,

tra pesi di aculei e germogli

la mongolfiera della festa

atterra alla meno peggio

con il fracasso della tempia torturata

dell’ultimo poeta.

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7.

 

Gioia di apolide andartene

dal senso della terra

a fiaccole di fianchi

le spoglie delle doglie

di non tornartene.

Se ne vada la ronda e finalmente

non temi le grondaie dell’acustica

quando di notte di notte fonda

urlano i moribondi le scienze

del buio... l’io del borro.

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8.

 

Sono stata in un tarlo di faccenda

il sangue senza fine sempre in eclisse

il lumino da comodino sotto choc

conventicole di furti le ore viete

il coma del leggio senza le sillabe.

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9.

 

Profezie del prato,

profezie del fuoco fatuo:

fatuo.

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10.

 

Lo sguardo cieco

 

Esco dal viso esco soltanto

sono le dita che non tardano mai

la contrazione. [Mai cessato il guardiano.]

Unico volo gli orecchini di ciliegia

quando la bellezza si mangiava

da angoli capitali il mondo.

 

Lato del gelo il più fraterno incontro.

 

Toc, toc, non ti aprirò, né con rugiade

né con le prime attrici delle lune

piene di spicchi in spicco!

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11.

 

A torto aspettai che l’erba grave

vietasse di sé le unghie

con le stole di Penelope

a mo’ di salvata stazza financo

il pozzo.

Poté l’arciere non confondersi del sole

quando la venere del sogno

lo cimentò totale in tale cenere.

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12.

 

Stagione la più tetra averti dentro

al minuscolo erbario delle stoppie

che spensero il fuoco.

Il padrone delle merci in avaria

unga le palme delle ombre

miracolo di refrigerio il fondo

loculo di stato.

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13.

 

E’ nata la fionda per la respirazione

artificiale nei petti degli uccisi,

la dacia di Marina soffrì la fame

nelle travi dei ragni senza fortune.

Immediatamente nella fossa la scaturigine

la lira in darsena e merletto

in tetto di oceano e socchiuso

il no che non ti avvide ti sopì.

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14.

 

Salva marea la meta delle ruggini

quando immortali le madri delle gioie!

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15.

 

Mi va di convergere al baccano

le rondini che spirano chiuse

contro altane di vetro.

Tra meraviglie di cloni invecchiano

le mani di tutti.

Le corsie di veli sui cadaveri

vivi arresti di rantoli.

In meno d’un’acredine ho visto tutto

tutta la dispensa della croce

tutta l’ilarità della giostra

di natale la luminaria frigida.

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16.

 

Ho un soldato che mi fa da fianco

ma disarmato molto meno di recluta.

E’ intimorito fossile d’infanzia

zazzera tagliata ad offesa.

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17.

 

Vissi il sanatorio con le terrazze

limpide di una luce oscurante

senza stranezze di giovinezze

nei vili controlli dell’altromondo,

(liberticidi oratori cortili di murati

fatti di bambini).

Mattia si chiamava la rendita del mio Amico

c’incontravamo nelle resine dell’abete

per sismi di scoperte pene di plettro

quando appena si sconfinava il mondo.

Subìto e brusco l’ordine del dado

non confidò fortuna.

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18.

 

La luce dell’ottobre sulla porta

dell’appartamento breve del breve

e breve con molte mandate l’antico

chiavistello la provvidenza senza

decoro il coro delle polveri

di essere stati tristi di verissimi

comandi di bulbo il buontempone

nascere. E scenda la dacia del

poeta in corda lungo le mosse

di ballerini di gioia, le dì gioiose

stanze.

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19.

 

Con le vettovaglie dell’elemosina

l’officina della poesia.

Così grandiosa e prospera

l’eredità di niente

per la campana inerte.

E muore lento il pane crisantemo

e muoia sùbito il treno novellino

che in tanto sciame, in orario,

si ripresenta così se nulla fosse

la parsimonia avarissima dell’angelo.

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20.

 

Questi grandi occhi fanno paura al lago

non al tram che sopporti in piedi

reduce al sangue che non ti colora

nell’ora ammanettata della sera

inganno e privilegio stadio del tatto

senza angeli il colonnato di san pietro.

Recluta al sangue che ormai ti abbandona

non dormirai la notte né la gita di pietra.

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21.

 

Il greto nelle unghie

 

Le luci al neon metropolitane

tori degli obitori

vene chiuse, fango.

Le balaustre delle parate

stordiscono, le mansarde commettono

adultèri. Al museo nazionale le statue

fanno politiche d’ombre.

I brevetti degli uomini di genio

offuscano il mite cappuccino d’orzo

che di beffa puoi permetterti.

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22.

 

Nel cipresso il consenso

di marine al dispendio

le leccornie murali

di volontà di pianto

nel dio più sciatto

arrancano nell’urlo.

Le stoppie per casupole di bambini

storpi al porto di pesciolini avvelenati

lena di scarto mutile comete:

le spalle tremule invitino

artisti al vaticinio.

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23.

 

Incuria d’arco

 

 

Stanca a dismisura e per disdetta

acrobata di pietra

bit del pane nero

con le sorprese in preda al primo cacciatore

stormo del niente

fato all’agenda della barca

fetta del pan di nebbia

canzone nemmeno ultima in classifica

karma in stato d’incuria d’arco.

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24.

 

Il rumore del tic tac

esangue epifania esangue

tratturo al furto

estasi del meno

fionda da desco scuro

scuri avanzi scure scorze.

Ieri ti scorsi repubblica di quercia

e cialda quasi più donna della madre

e mano quasi più grande del padre

nel corso della falla

nel lutto della lancia

nel pasto che non grazia

la fine della fame.

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25.

 

In piano alla clessidra hai visto l’àncora

tornata alla faccenda gemellare

di dover mollare.

Tu intrattieni un apice di tarlo

una vendetta insita nel buono.

Così il malanno di starsi alunni

al prestigio di chi sa o sa?

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26.

 

Con il sangue festivo

vorace della voglia

di non nascere,

nel viale che fu quasi poetico

pur nello scorno di alamari

di divise giovanissime per caserme

usate al buio per balere

da miserrimi amanti,

stive atomiche le marine

le lucciole in darsene piangenti.

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27.

 

Il pane delle domeniche

perdeva indizi

si faceva credulo.

Dal salvadanaio gli ammanchi

inchiodavano nel vandalo.

Di poi la neve l’unico sciroppo

a calma della tosse.

Dal cumulo delle date smise la fiera

di coltivare il suolo.

Amerindia la giostra non fu mai

e mai la s’incontrò.

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28.

 

Maretta del corsaro

venirti incontro

dal fronte della darsena

alla retata di perdere mestizia.

In coda al francobollo che non uso

resta il bivacco al coma inconsumato

il male nero pece della stanza.

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29.

 

Iniziò a morire a trent’anni

presso misfatti d’altri.

In contumacia da allora

la mancia al barista s