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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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                                                rivista di letterature & dintorni

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CARLO BO

 

Scrittori e Vangelo

 

Un grande intellettuale rilegge la storia letteraria del Novecento

 

di Carlo Bo

 

Pubblichiamo il testo dell’intervento tenuto dal grande critico e rettore universitario (Sestri Levante 1911 - Genova 2001), a un convegno su Il quinto Evangelio di Mario Pomilio promosso dall’Istituto superiore di scienze religiose dell’Università di Urbino nel febbraio del 1983.

 

Non sarebbe del tutto impensabile una storia degli scrittori fondata sulla lettura del Vangelo: che peso abbia avuto quella lettura, quali trasformazioni abbia conseguito sul tronco della loro natura originale. E forse non solo degli scrittori presi singolarmente ma anche delle diverse culture: si pensi a che cosa abbia voluto dire la traduzione della Bibbia per i popoli anglosassoni. Si ha l’impressione che certe letterature partano proprio dai libri sacri mentre la nostra ha visto quel mondo o marginalmente o in un secondo momento.

Ma torniamo alla storia singola o per essere più precisi a che cosa abbia voluto dire il Vangelo per gli scrittori - alcuni presi secondo la scadenza della memoria interiore - dell’ultimo secolo. Intanto c’è Gide che assomma la parte negativa con quella positiva, quel Gide che ha trovato nella lettura continua dei Vangeli la luce della pace e le fiamme della guerra. Possiamo dividere la storia della sua esistenza in due parti ben distinte: prima il tentativo di fare del Vangelo la sua regola, dopo il bisogno di dimostrare e il suo errore e l’impossibilità, se non addirittura la falsità di quella scelta che da quel momento considererà obbligata, frutto della sua educazione protestante, insomma un abito.

Ma si tratta di una definizione di comodo, costruita a posteriori perché se prendiamo nel suo insieme il suo tentativo, ci accorgiamo che amore e odio si confondono, preghiera e delusione si sposano e alla fine si annullano. Ed è a questo punto che possiamo fare una prima osservazione, la lettura del Vangelo di Gide non è mai stata una lettura libera, era fortemente condizionata, sottoposta a una verifica e soprattutto determinata, scatenata dal fatto di volere fare coincidere certe tendenze della sua natura con la lezione del Cristo. La conferma l’abbiamo dal suo muoversi, dal suo altalenarsi fra spinte mistiche e chiare pronunce pagane.

La seconda notazione riguarda la forza dei legamenti, il peso che nonostante tutto il Vangelo ha avuto sulla sua vicenda terrena: per quanti sforzi abbia fatto, per quanta perfidia abbia messo dopo Numquid et tu? nel suo voler dimenticare il Vangelo, direi che un risultato assoluto non c’è stato. È ben vero che l’ultimo Gide, quello che si decide a raccontarsi in Si le grain ne meurt e va avanti per altri trent’anni nell’opera di spogliazione dimostra un affrancamento totale e assoluto ma ci sono delle spie che lasciano aperto il discorso, non fosse altro che quel suo linguaggio nato appunto negli ozi, nelle dilettazioni e nelle attese della giovinezza. Dobbiamo dire allora che Gide ha fatto un cattivo uso del Vangelo?

In gran parte sì, nel senso che ha distorto, ha piegato ciò che non si adattava a essere né sforzato né inclinato ma resta pur sempre una parte che sfugge al diavolo che gli si presentava con gli abiti della ragione e dell’esaltazione della ragione. Se è vero che la corruzione dei migliori è pessima, è altrettanto vero che le intenzioni dei nemici del Vangelo spesso sortiscono dei risultati inattesi e che vanno contro l’impostazione deliberata a freddo dalla ragione e dal bisogno della libertà o dal gusto della liberazione (e questo è il suo caso). È stato così che la sua lezione negativa, la sua opera di rifiuto e di negazione a un certo punto si è messa a dare dei frutti inattesi, impensabili: valga per tutti il caso di René Schwob che si converte leggendo Gide.

Sarebbe curioso confrontare ciò che ha fatto di male, ciò che ha ottenuto predicando il male e ciò che ha scatenato contro la sua stessa volontà nel campo del bene ma sono conti che non ci è dato di fare epperò resta soltanto il significato di questa lunga e appassionata lettura, meglio di questa quotidiana traduzione nella vita del Vangelo. Intanto Gide ha tenuto vivo un dialogo, non si è adeguato a quello che era il clima della Francia degli inizi del secolo, non ha bruciato incensi alla cultura laica che allora preferiva dirsi acristiana e quindi pur volendo essere un «caso», un isolato ha rappresentato a suo modo la continuità di questa lettura del Vangelo e forse ha anche contribuito a rinsaldare i vincoli fra diverse confessioni cristiane che fino allora avevano vissuto separatamente.

Gide non si è mai convertito o al massimo va detto che la sua unica conversione equivale a un tentativo di cancellazione, quasi avesse voluto togliersi di dosso gli abiti che la parola degli evangelisti gli avevano messo. Così il suo caso di aspirazione cristiana è del tutto diverso da quello di un Péguy, per esempio, e tanto più da quello di Claudel: Péguy arriva al fiume cristiano sulla spinta di una riconsiderazione della storia del suo paese, dentro l’eco delle tradizioni civili, nel nome di Giovanna d’Arco, paradossalmente si potrebbe aggiungere che la sua conversione - così particolare - è avvenuta nell’ambito della Bibbia piuttosto che in quella del Nuovo Testamento. Qualcosa di simile vale per Claudel che ha del cristianesimo una visione essenzialmente drammatica, siamo dentro il Vangelo tragico, il Vangelo della guerra, sulla scia di una famiglia cattolica, quella dei Bloy, che ha obbedito piuttosto al grido di lotta, al bisogno di imporre la verità con dei mezzi violenti, con la polemica, con il rifiuto del mondo.

Naturalmente non erano dei cattolicesimi nati dal nulla, caso mai il loro cattolicesimo era il frutto di un rifiuto anteriore, nasceva da uno stato di insofferenza nei confronti della cultura ufficiale della fine del secolo, contro l’esaltazione della scienza, contro le certezze della filosofia positivista. Non erano - come Gide - dei cristiani per grazia naturale né per educazione, il Vangelo era un punto d’arrivo e non un punto di partenza. Ne consegue che tutti gli sforzi dei Bloy e dei Claudel erano stati fatti prima della loro conversione mentre quelli di Gide furono fatti subito e in maniera critica. I primi imponevano una verità intangibile, da tramandarsi alla luce dell’ortodossia, il secondo voleva sperimentare sulla sua pelle se il cristianesimo fosse accettabile, sopportabile e utile ai fini della verità.

E qui siamo dentro un groviglio ben curioso di voci e tendenze che si sovrappongono: in qualche modo il cristianesimo di Gide è analogo a quello rinnegato di Renan, tutt’e due sono nell’ambito del Quinto Vangelo, rientrano nelle aspirazioni di chi, insoddisfatto delle norme del Vangelo canonico, cerca di inventarne un altro che sia prosecuzione e fucina di risoluzioni dei dubbi, di quanto a loro giudizio non era stato detto da Cristo. Renan e Gide sono dei discepoli indocili, non soddisfatti mentre Bloy e Claudel sono dei discepoli convinti e appagati, al punto di difendere con lo spirito l’intangibilità della lettera. La contraddizione sta nel fatto che Gide non si è mai rifatto a Renan mentre per Claudel proprio l’autore della Vie de Jésus è il grande nemico, la bestia da uccidere. Non basta, quando Claudel tenterà di convertire Gide non gli verrà mai fatto di ricordare Renan allo stesso modo che Gide non si rifarà mai all’autorità di Renan: vedete come si sovrappongano aspirazioni, sentenze, rifiuti, negazioni. Epperò il Vangelo è sempre l’interlocutore principe, anche se spesso nascosto o tenuto in disparte, di questa disputa religiosa: magari si potrebbe andare un po’ più in là e parlare di diversità di confessioni, di tipi e modi di confessarsi.

Bloy e Claudel quando entrano nel confessionale non si fanno più domande; non hanno dubbi, hanno dei peccati da confessare e da pentirsi. Renan e Gide fanno delle confessioni pubbliche, non ammettono intermediari e conoscono soltanto i canali della letteratura mentre le loro sono confessioni dialettiche, in un certo senso più drammatiche perché più personali e legate al vocabolario dell’intimo. Di qui la spiegazione del loro successo e la ragione delle molte porte aperte che si lasciavano dietro. Il discorso di Bloy e di Claudel era nello stesso tempo aperto e chiuso, era fatto di una luce che non concede nulla al di fuori dell’ammirazione e dell’adorazione. Il Cristo di Renan e di Gide è un Cristo che sta nel mondo, nelle aule del Collège de France e nelle redazioni di Marges e di La Nouvelle Revue Française e raggiunge la grande, sterminata famiglia degli increduli, degli atei e degli agnostici.

Soprattutto Renan intendeva presentare un Cristo pacificato, un Cristo accettabile come saggio dai nuovi adepti della ragione e non è il momento di dire fino a che punto fosse o no il Cristo della pace dei Vangeli o se piuttosto non era una mistificazione, questo suo voler fare del Cristo un uomo moderno sottratto ai fumi e agli incensi della divinità. Così la sua Vie de Jésus era una sorta di Quinto Vangelo, nato da una verifica ormai più che millenaria, simbolo di ciò che era ancora credibile e che si presentava appunto come il Vangelo a distanza di secoli dal passaggio di Gesù sulla terra, così come ce l’hanno raccontato i quattro evangelisti. Gide - è chiaro - non ha mai avuto di queste ambizioni, intanto aveva avuto modo di vedere come il tentativo renaniano fosse stato di breve durata e carico di ambiguità mentre a lui interessava il discorso diretto, il dialogo privato, riscrivere con la lingua dei simbolisti una nuova Imitazione di Cristo, suscettibile delle più ampie e azzardate libertà fino alla bestemmia e all’irrisione.

Sono tutti fotogrammi del film che si è girato in Francia nell’ultimo secolo, intitolato al Cristo e che stanno a testimoniare della continuità più o meno sommersa dell’attualità dei Vangeli. Comunque, le due soluzioni - l’ortodossa e la critica - sembrano occupare il campo della flebile contesa, anche se quella critica sembra uscire vincente dalla contrapposizione. Il filo del Quinto Vangelo è ben visibile su questa mappa, lo è ancora nella famiglia degli scrittori cattolici fra le due guerre, dove la funzione di porta bandiera sarà affidata a Mauriac. Mauriac aggiunge una sfumatura al quadro, è ortodosso, non gli si conoscono conversioni clamorose, soltanto un riavvicinamento o una ripresa alla fine della giovinezza eppure nessuno lo saprebbe chiamare un cristiano della pace, perché in lui c’è stata sempre una traccia di guerra, sia pure nell’ambito delle passioni. Di qui quel suo naturale distaccarsi dal giansenismo, da Pascal e da Racine, quel suo continuare il dialogo non per contrapposizioni violente ma per sofferenze interiori, non per parole drammatiche ma per insoddisfazioni, inappagamenti e improvvisi ripiegamenti all’ombra del confessionale.

È chiaro che il tempo della pace evangelica era finito o almeno i margini del Vangelo della pace erano sempre più ridotti, anche perché i tempi portavano al pubblico, anzi al grande pubblico, dal momento che proprio agli inizi degli anni Trenta stava per cominciare la verifica nelle piazze e nelle fabbriche. E qui un’ennesima contraddizione: mentre Gide di fronte alla marea crescente del popolo, della gente della civiltà industriale si rinchiude in se stesso, tolta la breve tentazione comunista, anch’essa naufragata, e vede la questione del Vangelo alla stregua delle sue altre tentazioni intellettuali e ribadisce che il mondo sarà salvato da pochi, Mauriac esce dalla confessione dello scrittoio e prende parte, interviene, fa delle scelte, aggiunge la sua voce cristiana al coro confuso delle altre voci che non si richiamano a nessun Dio trascendente ma protestano soltanto la nuova religione umana. Per Mauriac, per lo scrittore del Journal e del Bloc-Notes il Vangelo della guerra ha contato, e nessuno lo potrebbe accusare di diserzione o di distrazione. È rimasto sul campo con la sua verità corretta ma sostanzialmente la stessa. Da questi anni il Vangelo della guerra o meglio la parte della Guerra del Vangelo ha avuto il sopravvento e il dialogo da privato si è fatto pubblico, la confessione è diventata - quando c’è stata - generale, con i cristiani schierati con gli altri, con tutti gli uomini di altre fedi nell’intento di ridurre gli errori, gli spazi dell’ingiustizia, le colpe delle lunghe dilettazioni.

Il Vangelo torna a essere predicato, sia pure in un mondo sempre più lontano o sordo o nemico. La letteratura d’impegno, attenta al sociale è fatta anche dai cattolici, Mounier contrappone il personalismo all’esistenzialismo, Maritain progetta una nuova era, quella dell’umanesimo cristiano (anche se il termine è poi del padre De Lubac). Ma ci sono dei segnali a nostro giudizio più importanti e che vengono dall’area dell’umanesimo ateo. Che cosa significa il contrasto polemico fra Sartre e Camus? Erano tutt’e due atei convinti eppure passata la tormenta della guerra sentono di trovarsi su due sponde opposte, da una parte c’è Sartre che punta tutto sull’uomo solo con i suoi mezzi, l’uomo conficcato dentro la società e dall’altra Camus che si trova a pronunciare parole intrise di pietà, avverte un brivido nuovo nella sua coscienza e si rifà alla morale, a Seneca, e, sì, anche lui prima dell’avvento di Cristo ma sembra mettere nelle sue speranze, nelle sue attese qualcosa che la filosofia pratica, il marxismo non gli possono dare. È un ateo con un forte desiderio di Dio e che, leggendo certi testi, non riesce a negare che proprio là c’era la prima luce del Vangelo. Insomma gli sarebbe stato sufficiente trovare Cristo perché la chiave del suo mistero fosse trovata.

Già ne La peste si intravvedono queste flebili luci di pacificazione, queste timide apparizioni della pace evangelica. Camus ha sentito che la guerra non deve essere totale e che la verità è il punto dell’equilibrio fra queste due tentazioni, risolte dal Cristo nelle parole degli evangelisti. Colpisce il fatto che proprio da quella famiglia di cristiani non svelati, di cristiani in lista d’attesa ci siano arrivate delle parole di suono diverso che annunciavano un’ennesima rivoluzione dei tempi. Anche questi scrittori pensavano senza dirlo a un loro Quinto Vangelo, arrovellandosi sul modo di comporre nel cuore degli uomini queste due postulazioni. Ecco perché poteva accadere che in libri devoti e dedicati alla storia di Cristo non si uscisse dalla dilettazione letteraria, penso alle pagine pur così belle di Gabriel Mirò sulle figure della settimana santa o anche al Papini di molte pagine della Storia di Cristo, non si sentisse un solo accento drammatico mentre negli altri senza memoria di Cristo si trovavano accenti fra disperazione e speranza non confessata un bagliore, un’eco, un’indicazione per opposti. Anche qui la spiegazione non è difficile, i primi ammiravano (è vero che in Papini c’è stata la grande interrogazione del Diavolo che nelle sue regole era un progetto di capitoli per un Quinto Vangelo), i secondi cercavano e il Vangelo è soprattutto un libro di ricerca e lo dovrebbe restare anche per quelli che a un certo punto della loro storia sono autorizzati a esclamare: inveni portum.

 

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