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Esce in Italia
“Lo scafandro e la farfalla”
di Tommaso Benfenati
Dal 15 febbraio 2008 è finalmente in tutte le
sale italiane la splendida opera tratta dal
libro autobiografico di Jean-Dominique Bauby, redattore capo della rivista Elle, rimasto immobilizzato
all’età di 42 anni per una gravissima malattia. Una
prigionia che non aveva impedito all’ex giornalista di successo, potendo
muovere solo un occhio, di riscoprire la bellezza del vivere. Ed ora Lo
scafandro e la farfalla, che tanto commosse, e fece pensare, lo
scorso maggio la platea di Cannes arriva nelle sale italiane.
“A volte è
necessario che l’essere umano sia travolto da un’improvvisa, terribile
tragedia perché scopra la sua vera natura e il significato più profondo
della vita. Talvolta bisogna esplorare i meandri dell’inferno perché ci
appaia un angelo pronto ad aiutarci”. Così il regista americano Julian Schnabel
spiegava appunto all’ultimo Festival di Cannes il senso del suo film,
tratto dall’omonimo libro autobiografico di Jean-Dominique
Bauby (edito in Italia da Ponte alle Grazie).
Nel libro come nel film vediamo il protagonista nell’ospedale
marittimo di Berck, all’uscita da un coma
durato diverse settimane. Rimasto
paralizzato dalla testa ai piedi, l’uomo è vittima di una rara sindrome
che la medicina chiama locked-in syndrom e che lo ha rinchiuso nel suo corpo
inerte come in una prigione: uno scafandro, appunto. Autore di successo e
redattore capo della prestigiosa rivista
francese Elle, Jean-Dominique Bauby
viene colpito da un ictus all’età di 42 anni l’8 dicembre 1995. Il suo
cervello funziona perfettamente, ma egli non potrà più camminare, ne’ muoversi, parlare, mangiare, o anche semplicemente
respirare senza l’aiuto di una macchina.
L’unica
parte del corpo che riesce a dominare è l’occhio e allora, proprio come
una farfalla, comincia il suo straordinario viaggio immobile osservando il mondo e i paradossi della
propria esistenza con uno sguardo completamente nuovo. E’ uno sguardo che
il regista sa restituire con grande efficacia,
con intelligenza e raro senso estetico. Anche noi per circa un’ora
restiamo intrappolati
con Bauby dentro il suo corpo
immobile, assistiamo alle vicende che si dipanano sullo schermo
attraverso il suo stesso sguardo, ascoltando la voce fuori campo di un
uomo che nei suoi monologhi interiori si chiede se quella si possa
chiamare vita, e rimpiange le cose mai dette, i gesti che non ha
compiuto, l’amore che non ha dato.
Rimpianti
e lacrime, ma anche sorrisi e uno scoppiettante umorismo. Non ci si
annoia a vedere Lo scafandro e la
farfalla. Alla fine, anche noi spettatori, insieme a Jean-Dominique Bauby
scopriamo che la vita vale comunque la pena di essere vissuta, perché nessuno
mai ti potrà portare via la memoria e la voglia di sognare, viaggiare
senza tempo e senza spazio.
“C’è tanto da fare - dice Bauby, che
ribattezza un angolo dell’ospedale con il nome di Cinecittà
per le fantasie che riesce a scatenare - si può volare
nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte
di Re Mida. Si può fare visita alla donna
amata, scivolarle vicino e accarezzarle il viso ancora addormentato. Si
possono costruire castelli in Spagna, conquistare il Vello d’oro,
scoprire Atlantide, realizzare i sogni di
bambino e le speranze di adulto…”.
Bauby morirà per arresto cardiaco il 9 marzo del 1997, dieci giorni
dopo la pubblicazione del suo libro: la storia del suo coraggio, il suo
ultimo atto di amore per la vita.
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