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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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                                                rivista di letterature & dintorni

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"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa IN PURISSIMO AZZURRO veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

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Fu allora che Adolfo capì ogni cosa.

Risalì le scale fino a casa;

 nascose una lacrima,

ma volle pensare

che fosse il freddo di dicembre…

 

 

“Povero figlio…”

 

di Stefano Caranfa

 

L’inverno aveva precocemente annunciato le sue cattive intenzioni e in quel mese di dicembre, scortato dai venti gelidi dell’est che sibilavano come frecce, stava mantenendo tutte le sue promesse.

Erano venti giorni che a Villalago, un paesino dell’Appennino abruzzese, nevicava quasi ininterrottamente. Intorno ai giorni dell’Immacolata, le truppe tedesche erano entrate in paese ed avevano insediato il comando nell’Edificio Comunale.

Il freddo e la tristezza, oltre che le membra, avevano attanagliato anche l’anima dei paesani: neppure la sensazione di lindore della neve, riusciva i rischiarare l’atmosfera di angoscia che la guerra trascinava con sé.

I giovanotti però non avevano perso l’abitudine di ritrovarsi già dal mattino nella piazza principale per chiacchierare, scambiarsi notizie, rimediare qualche lavoretto, recuperando di nuovo un po’ di quel calore che la guerra aveva spento.

“Adesso che i tedeschi ci chiameranno a spalare la neve, saranno affari tuoi!” erano soliti ripetere ad Adolfo.

Lui era il più debole, fragile e malaticcio, ma aveva una grande intelligenza, sorretta da una solida cultura.

Come altri pochi ragazzi del paese, aveva un padre emigrante in America che gli garantiva la retta al Seminario diocesano di Chieti. Gli altri amici del suo gruppo, erano quasi tutti operai, contadini, muratori, nullafacenti.

“Vedrete, vedrete che so spalare anche la neve!” rispondeva Adolfo con un leggero sorriso e con un tono quasi di sfida.

“Con quelle braccette e quelle manucce, dove ti presenti?” gli ripetevano gli amici.

La notte Adolfo faceva sempre più fatica ad addormentarsi, perché sentiva arrivare il momento di confrontarsi con gli altri e in cuor suo sapeva che la partita sarebbe stata difficile.

Arrivò il giorno in cui tutti i ragazzi furono chiamati nella palestra dell’Edificio. Aveva nevicato per tre giorni di fila ed alcune valanghe avevano bloccato la strada provinciale per Sulmona. Bisognava riaprirla al più presto e per questo i tedeschi avevano bisogno di molti uomini.

La palestra era piena: i tedeschi avevano fatto allineare tutti i giovani validi di Villalago.

“Non ti preoccupare, Adò … ” disse a bassa voce Mario, un ragazzone di quasi due metri, amico di Adolfo dall’infanzia “mettiti dietro di me e copriti. Andrà tutto bene.”

“Speriamo …” sibilò Adolfo a mezza voce.

All’improvviso un monolitico sergente tedesco urlò in un italiano incomprensibile:

“Noi … bisogna interprete per comunicare popolazione. Sprechen sie deutch?”

Silenzio, nessuna risposta.

I ragazzi di guardavano stupiti, cercandosi con lo sguardo.

Parlez vous francais?”

Ancora silenzio.

“Do you speak English?” chiese un ufficiale tedesco dal fondo della sala.

Nessuna risposta.

Fu allora che Adolfo capì che quella era un’occasione da prendere al volo e scavò dentro di sé in una frazione di secondo, mentre gli occhi sbarrati si agitavano sconvolti.

Alla fine trovò quello che cercava ed alzò timidamente la mano.

Il sergente gli fece cenno di avvicinarsi e quando fu davanti ad Adolfo gli chiese “Ya … ???”

Con tutta la decisione possibile e l’orgoglio che era riuscito a trovare, Adolfo disse:

“Latine loquor … “

Per un attimo quelle parole risuonarono come le campane a festa della chiesa.

I ragazzi si guardarono fra di loro, tra la sorpresa e l’orgoglio, lo stupore e la paura. Anche i tedeschi di guardavano fra di loro smarriti: sembrava che avesse sentito un colpo di cannone nemico.

Dopo alcuni secondi, durante i quali si potevano avvertire, quasi palpabili, i battiti dei cuori, l’ufficiale tedesco che aveva parlato prima si staccò dalla parete e, con una sigaretta a mezz’aria nella mano, si fece avanti ed esclamò:

Denique!”

Continuarono poi la loro conversazione in latino e l’ufficiale tedesco, che si chiamava Paul Franke, fece iniziare da subito ad Adolfo l’attività di interprete che lui intraprese ovviamente con tutto lo slancio possibile.

 

Passarono i giorni e Adolfo e Paul diventarono buoni amici: lui gli aveva raccontato i suoi anni al Seminario di Chieti, l’altro i suoi in un liceo di Monaco di Baviera.

Passavano molto tempo insieme.

Intanto si avvicinava quel Natale di guerra, fra i tedeschi che ogni tanto, stancamente, si ricordavano di essere truppe di occupazione e quei paesani abruzzesi, montanari e di buon cuore, che non facevano poi molta resistenza.

Semplicemente la guerra non la capivano e, come la neve, si lasciavano coprire rassegnati e aspettavano con pazienza la primavera.

La notte di quel Natale, come negli ultimi cinque anni da quando suo padre era in America, Adolfo aveva cenato vicino al fuoco del camino, con suo fratello più piccolo e sua madre. Sulla tavola, le pizze fritte, un po’ di pesce persico e le patate cotte sotto la cenere.

La neve, i tedeschi, il padre lontano: sentivano nell’animo, come non mai, il bisogno di andare alla messa di mezzanotte.   

Alle undici e mezza, con le campane che suonavano l’ora della messa, mentre si stavano vestendo per uscire in quella notte gelida, sentirono bussare alla porta.

“Chi è?” urlò Adolfo, abbracciando il fratello e la madre.

Sono Paul, apri!”

Adolfo aprì lentamente e, stupito, vide che Paul aveva in mano una bottiglia di liquore, una tavoletta di cioccolata e due pacchetti di sigarette.

“Buon Natale, Adolfo!” disse Paul con un leggero sorriso.

“Buona Natale anche a te … entra.” rispose Adolfo esitante.

“Vi ho portato alcune cose, accettatele. Mi manca tanto mia madre: questa sera voglio essere con qualcuno che me la ricordi” disse Paul.

“Povero figlio …” disse sommessamente la madre di Adolfo, togliendosi lo scialle e preparando una sedia a Paul.

“Scusatemi ancora e, se volete, mandatemi via, ma vi prego di farmi passare questa notte di Natale come se fossi a casa mia in Baviera. Mia madre mi ha scritto una lettera, dice che piange sempre. Vi chiedo solo per questa sera di essere la mia famiglia.”

“La notte di Natale non si manda via nessuno” disse Adolfo.

Erano commossi, increduli, sentivano tutti una luce dal cuore che nonostante tutto si accendeva.

Il tempo quella notte trascorse fra racconti, lacrime, abbracci ed anche qualche risata.

 

Intanto, si erano fatte le tre.

Paul, rimettendosi la giacca della divisa e il berretto, si avvicinò alla madre di Adolfo e le diede un bacio in fronte, agitò un po’ i capelli del fratello più piccolo e abbracciò infine il suo amico.

“Grazie per aver fatto questo per me.”

Che cosa ho fatto?” replicò Adolfo.

“Credevo che l’avessi capito … “ disse Paul prima di richiudere dietro di sé la porta.

Dopo tre giorni, di buon mattino una colonna comandata da Paul partì di Villalago all’improvviso e i due amici non ebbero nemmeno il tempo di salutarsi.

Il pomeriggio del 31 dicembre, prima di andare a casa per il coprifuoco, i giovani del luogo erano riuniti nella piazza del paese. La notizia arrivò all’improvviso: un ragazzo arrivò correndo dall’Edificio comunale.

“Sapete che è successo? La colonna che era partita tre giorni fa è stata decimata a Cassino, non si è salvato nessuno” disse il ragazzo ancora ansimando.

Nessuno parlò.

 

Fu allora che Adolfo capì ogni cosa. Risalì le scale fino a casa; nascose una lacrima, ma volle pensare che fosse il freddo di dicembre, rientrò a casa e raccontò tutto alla madre.

“Povero figlio …” disse ancora la madre, sedendosi sulla seggiola e fissando la fiamma del camino. 

 

 

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STEFANO CARANFA

E’ nato il 6 febbraio 1960 a Villalago (AQ) e si è diplomato a Chieti - Liceo Classico G.B.Vico - nel 1979. Dopo 3 anni e 8 esami alla Facoltà di Economia e Commercio di Pescara, si è trasferito nel 1982 a Milano dove è stato assunto all'INPS. Nel 1988 il ritorno alla sede INPS dell'Aquila, dove dal 1997 è addetto stampa e Responsabile delle Relazioni esterne della Direzione regionale. Sposato dal 1991 con Daniela, ha una figlia di 15 anni, Simonetta, ed un pastore tedesco di nome Sissi. Nel 2007 ha partecipato ad un concorso nazionale, classificandosi secondo, sulla rivista MONDO INPS. Ama leggere libri e suonare la chitarra. “In Purissimo Azzurro” ha già pubblicato un altro suo racconto, Scheggia di cuore.

 

 

 

 

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