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ROWAN
WILLIAMS
La dodicesima notte
Una poesia carica di pensiero, a tratti petrosa e aspra, dove abita un Dio nascosto, che
soltanto a tratti pare rivelarsi. Una poesia che racconta la notte, ma
il buio è già misteriosamente e silenziosamente abitato dall’Eterno e precede
di poco la sfolgorante luce dell'Epifania. Una grande prova poetica dell’Arcivescovo
di Canterbury.
di Elio Andriuoli
A cura di Antonio Spadaro, S.I. e con la traduzione di Andrew Rutt ed Elena Buia
Rutt, sono da poco apparse le poesie di Rowan Williams, con testo a fronte: La
dodicesima notte (Ancora Editrice, Milano, 2008, E 13,00). E' così
stata resa accessibile al lettore italiano la produzione di un poeta di
sicuro valore, da noi sinora non molto noto, che è anche l'attuale
Arcivescovo di Canterbury e il Primate della Comunione Anglicana.
Trattandosi di un religioso, si sarebbe
portati a credere che la sua sia una poesia
costruita quasi esclusivamente sotto forma di preghiera e di lode a
Dio; ed invece ci si trova davanti a dei testi di carattere meditativo,
dal linguaggio allusivo e spesso arduo, col quale vengono espresse le
sofferenze e le aspirazioni dell'intera umanità. Una poesia carica di pensiero,
dunque, come può constatarsi da testi quali Nostra Signora di Vladimir, Rublev,
La dodicesima notte, Viaggio di ritorno, Il cimitero di
Oystermonth, Acque di Cornovaglia, Los
Niños, Sogno, Getsemani.
La scrittura di Williams è scabra, petrosa, ma proprio per questo è ricca di intensità e veemenza: penetra nell'animo e
sommuove nel profondo. Essenziale, non concede spazio ad abbellimenti
retorici, a inutili orpelli. Dà luogo a una poesia nella quale il dolore umano occupa molto spazio, pur conservando sempre
al suo fondo una qualche speranza di redenzione e di riscatto: per
questo, anche se morde e tormenta, non lascia mai in preda alla
disperazione. E' una poesia della sofferenza che fruttifica, non che
inaridisce e gela. Ha sovente momenti surreali e persino
espressionistici, che però non mirano a negare, bensì a trovare un
ancoraggio e una giustificazione al male del mondo.
Profondo è in Rowan
Williams il senso del ritmo, così come vivo è in lui il sentimento della natura, che fa
da sfondo a quasi tutte le sue poesie e che assume, come osserva il prefatore Antonio Spadaro,
un valore di «correlativo oggettivo» di chiara derivazione eliotiana, essendo lo specchio dei sentimenti
dell'autore, il quale in essa si identifica e
si riconosce.
Certo, quella di Rowan
Williams è una poesia non facile, che sovente appare oscura, ma a
leggerla con attenzione se ne scopre poi il senso, al
di là della fitta rete di immagini che colpiscono per la loro
novità e la loro efficacia. Si prenda, ad esempio, Cortine per Bosnia,
una poesia tutta giocata sulle forti sensazioni che trasmettono
le parole "ferro" e "vetro": "Non ferro ma
vetro", "Lievi pressioni inesorabili incrinano il
vetro", "una puntura di ferro, / gelida e liscia. Vetro in ferro", accompagnate da altre immagini,
quali: "Chissà dove vanno gli aghi del cielo", "le
schegge fanno cadere un cielo di luce", "... una mazza / da
chirurgia di violentatori", ecc. Il che vale bene ad
esprimere lo stato di disagio che suscita il pensiero della guerra che
lacerò quella terra martoriata.
Lo stesso può dirsi della sofferenza che
emerge da Terza stazione, con evidente riferimento alla Via Crucis: "Cadi, E tra
l'aria grigia / e la tua schiena di pietra scorrerà il rivolo, /
veloce..."; "Ti alzi. E tra la spina di pietra / e il peso
del sole stanno intrappolati / i ritagli della
mente...".
Si veda anche Kettle's
yard: "Ciottoli
e luce marina", "Il vento è tagliente come gabbiani",
"sillabando le stelle lungo / un muro invernale", "Mi
lavo / il viso nella pietra".
Quello di Rowan
Williams è un Dio nascosto, che soltanto a
tratti pare rivelarsi. Inoltre, come osserva Spadaro, "Dio nei versi di Williams non ha mai
i tratti dolci e romantici dei pittori preraffaelliti
e di molta tradizione britannica". In lui invece "Dio ha
qualcosa di ispido, di ruvido", quasi
"a condividere radicalmente una condizione umana difficile e
aspra".
La sua è perciò una "poesia della notte, cioè del buio (già però abitato silenziosamente da
Dio), che precede la luce
dell'Epifania". In quella luce è tutta l'attesa e tutta la speranza di un diverso domani.
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