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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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Charitas lucis,

refrigerium crucis

 

rebora infermo

 

Un seme gettato nei solchi della storia

 

di MIRKO TESTA

 

 

 

E' passata da poco la mezzanotte, che introduce al giorno di Ognissanti. E' il 1957 e ti vedo giacere nel letto povero del Collegio Rosmini di Stresa. Sei ormai inchiodato a questo letto da ventisei mesi di paralisi progressiva, che è arrivata a negarti ogni movimento della mano e anche la parola.

Lotti contro la materia, ma il tuo corpo si è ormai consumato. Ti ricordi le prime avvisaglie del male nel 1952?

Ti logoravi, allora, nell'attività perché ti consumava il fuoco della carità. Ti confidavi con tuo fratello Pietro che il tuo pericolo e la tua colpa consistevano nel dedicarti troppo intensamente, quasi non ti paresse di agire se non distruggendoti, per l'urgenza «di scomparire come alimento in altrui».

E alla fine, dopo esserti speso senza posa in mezzo a poveri, malati e prostitute, rimanesti immobilizzato e dicesti: «Il signore mi ha toccato».

Scalavi le montagne, ma ora qui dal letto aneli solo alle ardue cime della santità. La pienezza del sentimento cristiano, tra i tuoi pianti silenziosi e i sorrisi freschi da fanciullo, ha ridato nuova linfa alla tua vena poetica inaridita. Ricordo cosa scrivesti una volta: «Far poesia è diventato per me, più che mai, modo concreto di amar Dio e i fratelli. Charitas lucis, refrigerium crucis».

In questa vigilia della morte, in questo viaggio che a te mi fa compagno, la tua voce ormai spenta, il tuo corpo immobile nel letto di infermo, hai ritrovato il canto, aggrappato al crocefisso di legno.

Nascondevi tra le coperte i pochi umili strumenti della tua arte scrittoria: il breviario, un taccuino sgualcito, una matita per appuntare. Il poco che riuscivi a scrivere, lo scrivevi; il più lo ripetevi, lo affidavi con quella poca voce sibilata tra i denti ai confratelli che ti erano attorno.

Di fronte a te, cui la malattia nega il sacrificio della Messa e in cui la malattia celebra giornalmente il sacrificio della Croce, si dispiegano i Canti dell'infermità, come una umile e supplichevole preghiera accesa dai bagliori del dolore. «Ma questo, questo: non lasciar che assente/ - O Gesù, folle Amatore! - l'anima sbandi che in Croce hai sposato».

Abbracciato alla Croce, con la voce fisica quasi spenta avverti il valore salvifico del Figlio di Dio che lanciò il grido nell'istante in cui rese lo spirito al Padre: «Urge quel grido e si fa vera storia:/ vince quel grido e i secoli sospinge/ con impeti e gemiti e fremiti nuovi/ verso l'avvento di Lui nella gloria».

Ti guardo e penso al momento della tua professione religiosa, e a quel voto straordinario e segreto che ti obbligava a chiedere a Dio «la grazia di patire e morire oscuramente». Poi, dopo tanti anni, nella tetra desolazione dei sensi e dello spirito, per un po' ti sembrò che dalla fedeltà ad esso non fossero ancora sbocciati quella santità e quell'amore. E «umiliato e come maledetto» scioglievi in un canto notturno la tua agitata ansietà: «Il sangue ferve per Gesù che affuoca. Bruciami! dico: e la parola è vuota. Salvami tutto crocifisso (grido) insanguinato di Te! Ma chiodo al muro, in fisiche miserie io sono confitto». E «la grazia di patir, morire oscuro, polverizzato nell'amor di Cristo» di «far da concime sotto la sua Vigna» ti sembrava negata, sospesa nel giudizio.

Era la vigilia di Natale del 1955, quando trovata la forza di imprimere alla parola il sigillo interiore del tuo “Notturno” hai invocato le ultime e più dure sferzate della malattia. Davanti a te tremolava la morte, il dolore, l'olocausto, tra il travaglio del passato e il patimento del presente, ormai prossimo il «Magnificat [che] conclude il Miserere».

Ora, sei lì, immobile, e forse ti interroghi ancora sul perché il martirio ti abbia donato a un certo punto questo buio interiore, questa paura di un silenzio di Dio, quasi che la tua offerta fosse inutile.

Semivivo, dal letto della malattia esprimi il travaglio della carne inferma, l'estasi gioiosa dell'anima, l'espressione della tua polemica contro il mondo, contro te stesso, contro l'abisso della disperazione, parli al mio orecchio teso: «Quello che m'era emblema al sacerdozio – torchiato, e in agonia più pregava! – or si palesa in atto senza scampo qui nel martirio atrocemente opaco...»

Vecchio e malato ripercorri la tua vicenda esistenziale, a partire dalla giovinezza, quando «sola, raminga e povera /un'anima vagava». Illuso e deluso dagli idoli, «immaginando m'esaltavo in fama /di musico e poeta e grande saggio: /e quale scoramento seguitava!», dicevi. La cultura cresceva in quantità, non in profondità: «Saggezza da ogni stirpe affastellavo /a eluder la sapienza». Un’esistenza mondana era «civil asfissia». Finché ti sei piegato alla Grazia ed hai sacrificato quegli scritti e quelle carte alla tua «scelta tremenda» che ti avrebbe portato alla vita religiosa, scoprendo poi che «santità soltanto compie il canto».

Tu cresciuto lontano dall'esperienza religiosa ed educato agli ideali mazziniani e progressisti, «l'ignorato Battesimo operando» hai conosciuto il Cristo crocifisso al culmine di una lunga salita, dopo aver attraversato la notte oscura dello smarrimento, quando avevi provato terrore, disperazione e angoscia.

Poi tutto si fece chiaro, e la strada divenne discesa: ti fu dato di gustare la tenerezza di Dio, di sostare nella «dimora buona», di camminare lieto, «ri-cordando» - portando nel cuore - Colui che è venuto attraverso Maria. Hai trovato la risposta di senso nel «Gesù il Fedele, /il solo punto fermo nel moto dei tempi».

Ho sentito la tua ansia pressante di bere al calice di Cristo, quella Passione di cui arde l'orizzonte della pagina bianca: «O Croce o Croce o Croce tutta intera / [...] sola sei buona e bella, e come vera!». Quando più acuta era la malattia, ti è sembrato terribile ritornare al Nulla della vita sulla terra «quando già tutte le fibre erano tese a transitare»; rovinosa è stata la caduta dopo il volo via dal mondo. Eppure non c'è stato in te alcun distacco doloroso. Il dolore ti ha vivificato.

Per me che ti guardo diventi nell'attesa una grande allegoria della Pasqua. Conosco il tuo desiderio di morire e l'incapacità del non poterlo realizzare, ma tu aneli a confonderti in Lui. «L'abisso di miseria invoca l'abisso di misericordia», annotavi in margine a una poesia e sembri dire a chi intorno a te si affanna allungandoti la vita che fugge. Ma quanta dignità vedo nel tuo cederGli.

Col sacrificio valichi la soglia tra buio e luce. Diventi, Clemente, il mistero insondabile di un seme, tra i tanti, gettato nei solchi della storia, che muore per dare abbondanza di frutto. Tu, tra i tanti, offerta dovuta perché si risvegliasse nelle anime la nostalgia dell'eterno.

 

 

 

 

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