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La poesia della verità

Salvezza integrale per l’uomo
di ROSA ELISA GIANGOIA
Clemente Rebora
è uno dei poeti a cui mi lega una lunga consuetudine di lettura, che mi
ha fatto anche trattenere a memoria alcune sue
liriche. Per questo l’ho potuto scoprire
a poco a poco con il ritornare varie volte sulle sue poesie e
approfondirne la ricchezza. Determinante è stata
poi la possibilità di accedere al suo epistolario, progressivamente
pubblicato.
A rendere particolarmente
interessante la sua figura è lo scoprire che per lui la fede cristiana è
stata una lunga e difficile conquista, a cui però, una volta raggiuntala,
ha dato un’adesione totale. Il suo
itinerario è partito da lontano, dal mazzinianesimo
del padre che l’ha educato alla riflessione e all’impegno morale nella
società, per passare poi alle inquietudini esistenziali
della giovinezza, che si sono accompagnate ad un bisogno profondo di
diffondere nel mondo principi di purezza e di bontà.
La sua poesia nasce di qui: è il
naturale sbocco della necessità di
dire cose nuove utili agli uomini del suo tempo per “la preparazione
di una rinascenza più vasta degli uomini e di Dio”, come dice egli stesso in una
lettera del 1911. Ma per realizzare questo rinnovamento Rebora si impegna nella
realtà con il suo lavoro di insegnante in vari tipi di scuola popolare e
con le sue riflessioni teoriche su come più utilmente comunicare il
sapere agli allievi provenienti dalle classi più basse del popolo.
A lui non interessavano gli
sperimentalismi fantasiosi, ma anche un po’ snobistici, dei futuristi, ma
gli premeva migliorare la società del suo tempo, con la parola, anche quella letteraria, soprattutto quella
poetica, capace di far vibrare le corde più autentiche e profonde
dell’animo umano, anche per educarlo.
Ma la storia diede una sferzata
nella sua vita: lo scoppio della guerra e la partenza per il fronte a
lui, come a Ungaretti,
rivelarono tutto l’orrore, fatto di sangue e di violenza, celato nella
società che egli si era illuso si potesse modificare con l’impegno e il
bene. E’ un moralismo laicheggiante e
protestatorio quello di Rebora che viene travolto dagli eventi: a questo punto al poeta,
confuso e disorientato, non resta che ricercare una strada di salvezza integrale per l’uomo del suo tempo.
E’ un’indagine difficile, tormentata:
ritorna a Mazzini, per poi passare, tramite Tagore,
a Buddha, fino ad approdare al cattolicesimo con una scelta di
dedizione totale, che lo porta ad entrare nell’ordine rosminiano.
Da questo momento anche la poesia
si adegua alla certezza della verità
finalmente trovata: dapprima viene
abbandonata, poi piegata a fini edificanti o devoti, con voce e tessitura
originale, al di fuori del predominante Ermetismo. Infine, quando sente
la morte avvicinarsi, nel timore della “morte
seconda”, il poeta riscopre la dimensione collettiva della sua angoscia e
compone le disperate preghiere dei Canti
dell’infermità.
Qui si sente la verità morale, che il poeta ha acquisito dalle sue
ricerche, ma anche dal moralismo lombardo (non possiamo non pensare al Parini, ma dobbiamo anche ricordare il Manzoni, soprattutto quello dei Sermoni),
trasferirsi, completarsi e innalzarsi nella verità spirituale. Così Rebora può concludere nella
perfetta ortodossia della più alta tradizione poetica cristiana
(rappresentata per lui soprattutto da Iacopone,
Santa Caterina e Hopkins) la sua vicenda
terrena che aveva preso le mosse dai limiti della protesta laica sul
disordine del mondo e della società del suo tempo.
Egli è approdato al cattolicesimo
fermo e sicuro da un pieno umanesimo, come naturale completamento della
più alta e ampia visione della
realtà dell’uomo nel mondo. La sua non è stata una conversione per
illuminazione, ma piuttosto un acquisire la certezza che l’uomo per
essere veramente tale, per sé e per gli altri, deve avvalersi della
ricchezza del cristianesimo.
Per questo itinerario
di vita Clemente Rebora può essere definito un grande testimone della ricerca
della Verità, fatta anche attraverso la poesia: è questo che mi
sembra rendere unica e autentica la sua poesia.
Tra le sue liriche tengo sempre a
mente Sacchi a terra per gli occhi perché mi aiuta a guardare
il mondo con la consapevolezza, la speranza e il desiderio dell’Assoluto:
Qualunque cosa tu dica o faccia
c'è un grido dentro:
non è per questo, non
è per questo!
E così tutto
rimanda
a una segreta
domanda...
Nell'imminenza di Dio
la vita fa man bassa
sulle riserve caduche,
mentre ciascuno si
afferra
a un suo bene che
gli grida: addio!
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