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A verità condusse poesia

 

IL POETA CLEMENTE REBORA

 

Nel 50° anniversario di Clemente Rebora

 

di Claudia De Bernardi

 

 

 

Il 1° novembre 2007 cade il cinquantesimo della morte di Clemente Rebora, che fu annunciata da Eugenio Montale indicando il poeta come “un maestro e il maggiore poeta religioso del secolo”. Nato a Milano nel 1885 da famiglia piccolo borghese, Rebora fece nella città lombarda i suoi primi studi e successivamente si iscrisse alla “Accademia Scientifico-letteraria” presso la quale conseguì la laurea in Lettere.

 

Nel 1908 iniziò la sua attività di insegnante sia nelle scuole pubbliche che in quelle private. Negli anni successivi entrò in contatto con “La Voce”, sulla quale pubblicò alcuni articoli, che riguardavano il problema della educazione dei ragazzi dei ceti più umili, ed altri invece rivolti ai suoi amici letterati, ai quali rimproverava un eccessivo intellettualismo, asserendo la necessità di un avvicinamento ai problemi reali e alla quotidianità.

Scoppiata la grande guerra, fu arruolato ed inviato al fronte con il grado di sottotenente. Lì scampò alla morte, ma un colpo di mortaio esploso vicinissimo a lui gli provocò uno shock tale, che fu prima ricoverato in ospedale, poi congedato.

 

“Il mio canto è un sentimento

che dal giorno affaticato

le ore notturne stanca:

e domandava la vita”.

 

Questa “domanda di vita” attraverserà da un capo all'altro tutta la sua poesia, con un precisa, ineludibile domanda di totalità.

Nel 1919 Rebora abbandona l’insegnamento nelle scuole governative per andare ad insegnare nelle scuole serali dei quartieri più poveri della città: e’ la prima scelta vocazionale. Comincia così un’esperienza di carità che lo porta ad esempio ad ospitare nella sua modesta abitazione barboni del quartiere (ma talora anche prostitute) per offrire loro un pasto caldo o un letto per la notte.

Nel 1931 entra nell’Istituto della Carità dei Padri rosminiani di Domodossola e nel ‘36 è ordinato sacerdote. Comincia così per lui un lungo isolamento durante il quale però non smette del tutto di comporre versi, anche se ormai sono di contenuto prevalentemente religioso.  Altro è diventato per lui il suo orizzonte.

“Clemente Reboraha detto di lui P. Umberto Muratore, superiore provinciale dei Rosminiani - è un raro esempio di letterato della prima metà del Novecento. Nato al di fuori della cultura cattolica, visse fino a 45 anni nella tormentata ricerca di una scelta che desse senso globale alla vita. Finché un giorno, all’improvviso, capì che era Cristo il senso da lui cercato. Si convertì, si fece rosminiano e sacerdote, visse in totale nascondimento. Gli ultimi anni furono anni di purificazione attraverso il dolore fisico e spirituale che gli fecero toccare gli apici dell’esperienza mistica. Le sue poesie laiche cantano le lacerazioni cui va incontro l’anima lontana da Dio, mentre quelle religiose cantano il prezzo che bisogna pagare per crescere nella santità”.

Colpito da una paralisi, Rebora morì dopo molte sofferenze fisiche nel 1957, nel Collegio Rosmini di Stresa. Inserito nelle antologie scolastiche come una presenza fondamentale alle origini del Novecento italiano, definito da Pasolini “un maestro in ombra”, Rebora è stato al centro di un convegno che, presieduto da Giuseppe Langella, dell’Università Cattolica, ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Carlo Carena, Giovanni Tesio e Silvio Ramat.

“A verità condusse poesia”. Per una rilettura di Clemente Rebora: è questo il titolo della serie di eventi, che hanno per così dire concluso l’anno reboriano, proposti il 30 e il 31 ottobre a Milano dall’Università Cattolica del Sacro Cuore con il Mod (Società italiana per lo studio della modernità letteraria) e il Centro Novarese di Studi Letterari: un convegno con i maggiori studiosi (aperto dal vescovo emerito di Acerra Antonio Riboldi che di Rebora fu allievo), una mostra documentaria ricca di inediti e rari, con catalogo, e un reading di poesia di alto livello, il pomeriggio del 31 ottobre, con letture reboriane proposte di Luciano Erba, Franco Buffoni, Maurizio Cucchi, Franco Loi, Guido Oldani, Michele Ranchetti e Patrizia Valduga.

 

La mostra, che ha visto la collaborazione del Centro Internazionale di Studi Rosminiani, delle Teche Rai, di Lege e del Laboratorio di editoria dell’Università Cattolica, è a cura di Roberto Cicala e Valerio Rossi, e presenta oltre 250 pezzi tra immagini, manoscritti, lettere ed edizioni rare che ripercorrono il cammino del poeta. Ubicata nell’Atrio di via Nirone 15 a Milano, resterà aperta fino al 6 novembre prossimo (con orario 9-18).

 

 

 

 

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