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Sbaragliare l’esistenza

Campana, Rebora,
Betocchi e “La Voce”
di PIETRO CIVITAREALE
Il
discorso intorno a "La Voce" è stato in genere svolto
nell'ambito di una storia della
cultura o al massimo della narrativa (G. Debenedetti,
Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano 1971, pp. 13-52). Ma è ovvio che esso può essere ripreso anche per
quanto riguarda una storia della poesia.
A
tale proposito già Renato Serra, arrestando l'analisi delle Lettere
alle soglie della Grande Guerra, dava un attendibile identikit del poeta
vociano, riconoscendogli "un lirismo nuovo", "un lirismo
più puro", il quale, nato "da quello stesso affetto della
intima vergine poesia, che appare in altri come audacia, rottura di forme
e di tradizioni, impeto e scoppio immediato", diventava, "al di
fuori di ogni divisione tra prosa e versi, una qualità ed una legge
dell'arte" (R. Serra, Lettere, in Scritti di Renato Serra,
Le Monnier, Firenze 1958, pp. 237- 390); e Alfredo Gargiulo,
superando questi primi indizi serriani, parlava
di "autobiografia", "bisogno di interiorità, "confessione
nascosta sotto la considerazione di un problema morale"(A. Gargiulo, Letteratura italiana del Novecento,
Le Monnier, Firenze 1958).
Autobiografia e moralità letteraria, dunque, risolte, sul
piano dello stile, nella concisione espressionistica del frammento
lirico, secondo il dettato di una
concezione romantica e antiletteraria della poesia, vista come assoluta
adesione all'interiorità. Negli scrittori più autentici poi il frammento si collegava con la
ricerca di un linguaggio dalla ritrovata verginità.
Abbiamo
così il diarismo di Slataper, Soffici e Palazzeschi,
mentre Papini
entra di scorcio con il racconto delle avventure intellettuali della sua
prima giovinezza; l'autobiografismo morale di Serra e Jahier; l'ansia di verità
metafisica di Boine e Michelstaedter
con il miraggio di una figura universale dell'uomo; lo spiritualismo
cosmologico di Onofri con il sintomo della crisi etica che investe tutta la
generazione letteraria formatasi negli anni intorno alla prima guerra
mondiale (lo spiritualismo di Onofri, con le
sue mistiche architetture, lo si vedrà riaffiorare, con contaminazioni e
coloriture diverse, nelle poetiche di vari autori che lo seguiranno: da Comi a Fallacara a Vigolo, da Ungaretti a Luzi a Betocchi); il
pessimismo agonico di Sbarbaro,
capace di designare tempi e oggetti dell'esperienza, quasi con mobilità
gestuale, in un rito della poesia, semplice in apparenza, ma intimamente
solenne.
Ma soprattutto abbiamo
i miti spaziali e temporali di Campana,
descritti a livello di una visionarietà penetrata dalla coscienza e
restituita alla sua natura di fatto morale, di giudizio sui misteri del
mondo, e la chiusa, sofferta, quasi dogmatica personalità di Rebora,
che sperimenta sulla propria pelle la presenza ferma ed assoluta di una vicenda
tellurica di religiosità e poesia, come emblemi misticamente percepiti,
come idee e finalità bloccate nel segreto della sua umana origine e
predestinazione.
Nel
linguaggio di questi due ultimi autori soprattutto va
visto il tentativo, del tutto fisiologico ed intuitivo, di rinnovare la
sintassi della poesia in una più scavante ricerca meditativa contro una realtà espressiva dignitosa ma
iperbolica ed artificiale, quale quella che si originava dalla crisi
ideologica e culturale del tempo.
Indubbiamente
i simboli rapinosi e inquietanti con i quali Campana esprime
i momenti della sua interiorità non sono ancora esemplari: rappresentano
soltanto lo scioglimento di tutto l'uomo nel crogiuolo del linguaggio
(suprema aspirazione dei moderni, provata e riprovata con alterna
fortuna), ma già il dramma spirituale che Rebora
porta con sé, pur nella spigolosità e
nell'angustia comunicativa del suo dettato, è un punto fondamentale di rottura dei vecchi schemi
letterari classicistici, destinato ad aprire le porte all'ammissione di
quegli spezzoni meditativi nell'empireo delle folgoranti analogie del novecentismo: senza dubbio, l'indicazione di una
strada di fermezza morale e di stoicismo cristiano con un retroterra
drammatico, in grado di evitare le secche dell'appagamento equivoco o
casalingo.
Le
indicazioni date da questi poeti, pur nella loro approssimazione
programmatica e teorica, costituiranno infatti
un terreno fertilissimo di suggerimenti e di stimoli, valido non solo per
alcuni compagni di avventura, ma anche per coloro che opereranno più
tardi. In tal senso, le esperienze poetiche del primo Ungaretti, del primo Montale, di Caproni, di Luzi ed altri, molto debbono
a quel clima, anche se in apparenza ne sono intellettualmente e
moralmente lontano.
Per
l'opera poetica di Carlo Betocchi, poi, tali indicazioni risulteranno decisive, con tanta più evidenza in
quanto il gusto odierno ha ormai storicizzato la tradizione poetica
dominante del Novecento (ossia l'eredità del simbolismo e
dell'espressionismo ermetico) ed è disposta a recuperare tutta una linea
di poesia antinovecentista.
Ma
tentare di consegnare a Betocchi la patente di vociano (con tutte le riserve di carattere storico e
culturale che una tale operazione comporta) significa metterlo a
confronto con quegli scrittori che nel gruppo de "La Voce"
trovarono il luogo di incontro delle loro idee e delle loro esperienze
letterarie e culturali; cioè con quei "maestri in ombra", come
Campana e Rebora appunto, i quali, per usare le
parole di Pasolini,
non seppero "vincere la resistenza di quel particolare momento"
che costituiva "il passaggio del vocianesimo
al rondismo"(cfr. P. P.
Pasolini, Passione e ideologia,
Garzanti, Milano 1973, pp.374-376), per cui
finirono col restare ai margini della storia letteraria del Novecento,
anche se proprio questo fatto consentì loro di scrivere, in modi tanti
diversi, in nome della vita, dell'anima, della interiorità. Insomma di salvarsi fuori della loro storia particolare e
della storia di tutti.
La
scelta di un programma poetico come ricerca
della verità è caratteristica prettamente vociana
della poesia di Rebora, come
è qualità vociana della poesia di
Campana lo sperdimento totale nell'onda del
reale, nel barbaglio di fuoco della sua cruda verità. Campana rappresenta
la poesia che sperimenta la compresenza della parola e della
immagine reale, la vita che si configura come pieno mistero e
pieno dominio, il linguaggio dai poteri evocativi illimitati, la sopraffazione del canto sul
significato: tutti elementi che concorrono a dare alla sua poesia
quella tensione lirica e visionaria, quella visività figurativa
mediterranea che saprà inventare apparizioni e miti della tradizione
toscana.
Tra
lo sperdimento-sogno di Campana e la
verità-realtà di Rebora, tra l'orfismo del primo e la "petrosità"
del secondo, si muove la poesia di Carlo Betocchi,
non ignorando, nello stesso tempo, la paziente ed intima necessità interiorizzatrice del pascolismo
sabiano, in cui progressivamente trova la sua
definitiva autenticazione stilistica. Vale la pena di accennare alla
posizione di Saba rispetto al gruppo de
"La Voce". Di estraneità in apparenza
(a salvaguardia della esigenza di una costruzione autonoma della poesia),
ma sostanzialmente vicina, per la comune
ispirazione autobiografica, la gravità, inconsapevole e profonda, di
popolano che racconta di sé con umiltà (di per sé già qualità vociana).
Ma,
come ci suggerisce inequivocabilmente il titolo della sua raccolta di esordio (C. Betocchi, Realtà
vince il sogno, Vallecchi, Firenze 1932),
tra il sogno e la realtà è quest'ultima a
prevalere nelle scelte morali ed operative di Betocchi, anche se lo
svolgimento della sua esperienza poetica, ad un certo punto della sua
storia, sembrò convergere sulle indicazioni della proposta ermetica, fino
a far affiorare nelle opere di mezzo (in particolare, Altre poesie,
Vallecchi, Firenze 1939 e Notizie di prosa e
di poesia, ibidem 1947) i residui di un'ambiguità formale non
completamente risolta, lo sgomento per una profondità della verità
impossibile da raggiungere.
In
questo senso, la sua poesia troverà, sempre più, punti di una coincidenza
non momentanea con quella di Rebora, con un
tipo di poesia, cioè, cresciuta su una presenza assoluta delle cose,
sull'inserimento o sulla salvezza dentro la parola del significato
storico e della "materialità" degli oggetti dell'esperienza.
Sia
in Rebora che in Betocchi
è ravvisabile infatti una sorta di incandescenza
stilistica che, prima di essere testo, è biologia: natura e vita.
Centrale è in loro il tema della oggettivazione
dell'energia interiore dell'uomo; cosa che equivale ad una immediata identificazione della poesia con la
realtà dell'esistenza, di cui riflette da una parte gli aspetti
fisici e temporali (e al limite il disordine) e dall'altra lo slancio
virtuale di liberazione. Sotto questo aspetto,
la loro è una poesia che si sostanzia del bisogno di una verità totale,
onnicomprensiva, di cui non rappresenta né il luogo né lo strumento, ma
il diario, la verifica quotidiana.
E'
questo il segno di una loro diversità, legata non soltanto alla
religiosità, che li ha portato a superare il
concetto di subordinazione della poesia alla scomparsa dei suoi stessi
oggetti e a restituircene invece una immagine che cresce sulla loro conservazione
e instaurando così un modo di rimanere
nella storia, al di là della stessa sostanza metatemporale
della esperienza storica.
Un modo necessario e naturale di non trionfare sulla vita, ma
di salvarne le dimensioni concrete, le zone opache, le lacerazioni
profonde, contro tutti gli stilismi
consolatori ed evasivi. Da qui la ragione primaria
della loro fedeltà autobiografica, dell'apertura insolita all'invadenza
dell'impoetico e dell'informale, del coraggio di sbaragliare la resa espressiva con i dati stridenti della
narrazione, che è dote prettamente vociana.
Sia
in Rebora che in Betocchi,
infatti, lo stile non pretende mai di piantare in asso i modi della loro
istintiva natura popolare, l'innata saggezza della loro innocenza, ma vi
si adegua anzi con immediatezza e spontaneità, né la loro scrittura
rifiuta i compromessi gergali, le presenze auliche, le opacità o le
accensioni del linguaggio quotidiano: al contrario li accetta in tutto il
loro spessore storico, in tutta la loro originaria verità, in tutto il
loro essere insomma voce e
specchio dell'esistenza.
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