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La scientia
crucis
in Clemente Rebora

Un paradiso pieno di dolore
all’ombra
della Madre
di FERDINANDO CASTELLI
“E d’un tratto m’accorsi: c’era Uno in Croce;
si struggeva a guardarmi in un’offerta
soave: solo mi voleva
bene;
più tardi intesi la Sua parola interna:
tu m’aprirai la porta del tuo cuore
e a tu per
tu noi ceneremo insieme”
(da ‘Curriculum vitae’)
Edith Stein (che nel
Carmelo ha assunto il nome di Teresa Benedetta della Croce, morta nel lager di Auschwitz e proclamata
santa da Giovanni Paolo II) nella sua opera Scientia Crucis (Milano, Ancora, 1960): così scrive:
“Quando
noi si parla di una scienza della croce, la parola
scienza non va intesa nel senso
abituale solito; non si tratta di una teoria, vale a dire di un semplice
complesso di proposizioni vere – reali o ipotetiche - né di una
costruzione ideale congegnata da un progresso logico del pensiero. Si
tratta, invece, di una verità viva, reale e attiva; seminata nell’anima
come un granello di frumento, vi getta radici e cresce, dando all’anima
un’impronta speciale e determinante nella sua condotta, al punto da
risultare chiaramente discernibile all’estero. È in questo senso che si
parla di scienza dei Santi e che noi parliamo di scienza della croce”(ivi, pag. 23).
Nella
sua vita di convertito, ma soprattutto negli ultimi anni, Clemente Rebora
ha realizzato, nel corpo e
nell’anima, la scientia crucis,
e l’ha espressa in testi vibranti e intensi. Riecheggiano quanto egli ha
scritto nel volume Antonio Rosmini
– asceta e mistico (Vicenza,
La Locusta, 1960).
***
Dopo
la conversione la sua vita si svolge su due binari, di morte e di vita.
La morte a quanto sa di mondo (orgoglio, ricerca di sé, vanità) e la vita che è conformazione al Cristo.
Con una decisione amorosa e piena farà del Cristo il centro, il metro, il
senso della propria esistenza, in una tensione di identificazione spinta
fino alla croce. La scientia crucis
lo indurrà a uscire da se stesso per farsi dono di amore e di solidarietà
sì che possa dire con l’apostolo Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo
e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).
Tale
obiettivo è il motivo dominante di Il
gran grido, una delle sue liriche più significative. Composta nel 1953,
in occasione del centenario della morte di Rosmini, ha una struttura
semplice e nello stesso tempo grandiosa. Nella prima parte il Poeta
contempla Cristo in croce. Tutto è immobile, in un immenso silenzio improvviso. Si avverte solo il gocciolare
del sangue del Moribondo che pende
regale / aperte le braccia ai fratelli / verso la Madre nel parto. Il
gran grido – consummatum est –
annunzia la sua morte.
Nella
seconda parte, il Poeta, lo sguardo fisso sul Crocifisso Amatore, medita sul gran grido. Esso non è
soltanto il grido del compimento – tutto
è compiuto – ma anche il grido dell’inizio: l’invito cioè a seguire
Cristo e con Lui immolarsi per la salvezza degli uomini. Il Golgota non è
più un luogo maledetto, ma un paradiso pieno di dolore,
di quel dolore che è esistenza di condivisione. Cristo condivide il
dolore dell’uomo, facendolo suo, l’uomo condivide il dolore del sanguinante cuore del Crocifisso.
La
terza parte è consacrata ad Antonio Rosmini, genio sovrano / splendente d’umano e divino sapere. Tale
sapere permette anche al Poeta di leggere – adorando, tacendo, godendo - / nel Trinitario circolar mistero / la verità delle infuocate
nozze: le nozze del Signore con l’umanità e di questa col suo
Salvatore.
* * *
Gli
ultimi anni di Rebora, riflessi nella sua poesia e nel diario del suo
infermiere, il p. E. Viola (Mania
dell’eterno, Vicenza, La Locusta, 1980), rivelano la sua ansia di
bere il calice del Signore, cioè d’immergersi nella sua Passione. Ciò
significa riprodurre nella propria vita l’agonia del Getsemani,
l’asprezza della via crucis e
la morte sul Calvario. Egli accetta, anzi desidera tutto
incondizionatamente. Sul suo
orizzonte c’è solo la Croce nella cui luce egli vede ogni cosa,
sopratutto la propria infermità: “O Croce o Croce o Croce tutta intera /
nel tuo abbraccio a trionfar di Circe / sola sei buona e bella, e come
vera!” (Avvicinandosi il Natale).
Notturno è una
lirica dalle risonanze intense, sofferte, mistiche; riecheggia s. Caterina
da Siena, s. Giovanni della Croce e talune pagine di Søren Kierkegaard.
Per comprenderla bene occorre ricordare che Rebora aveva emesso un voto
che lo legava alla santa Passione: “Mio Signore e mio Dio, faccio voto di
chiederti in ogni tempo la grazia
di patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato nell’opera
del Tuo Amore. Così sia. Ogni atomo di me stesso, e ogni attimo che mi è
concesso, sia amore del tuo Cuore, riconoscenza e lode del tuo Nome, tua
vittoria e in tua Gloria, o Gesù Amore, mio Signore mio Dio”.
Cristo
lo prende in parola. Nell’ottobre 1955 è colpito da una grave forma di
arteriosclerosi che lo tiene semivivo per due anni. L’olocausto investe anche lo spirito: “Tra me e Dio c’è un
muro! Non sento più nulla!”; “Sono lontano da Dio”; “Sono abbandonato!”;
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Composto
due anni prima della morte, Notturno riecheggia due
sentimenti: da una parte la volontà di vivere fino in fondo il suo voto,
dall’altra un senso di rimpianto per la mancanza di generosità nella
consumazione dell’olocausto. Da questa tensione scaturisce un canto
notturno che ricorda le movenze del primo Rebora, specialmente nella
prima parte.
Inchiodato
al muro della sofferenza, tutto crocifisso e insanguinato, il Poeta
medita sul suo voto. La grazia di patire e morire oscuramente gli è stata
accordata. Ma perché le anime si allontanano da lui? Perché la realtà non
si armonizza con le prospettive che gli hanno ispirato il voto? Perché il
martirio non è vivificato dall’amore? Agli interrogativi risponde la
Madonna: bisogna che la sua preghiera sia nuda e che la sua offerta
sembri inutile; bisogna accettare l’agonia del buio interiore e sentirsi “come maledetto”. In tal
modo la misericordia di Dio ci si rivela nella sua potenza salvifica.
“Il sangue ferve per Gesù che affuoca.
Bruciami! dico: e la
parola è vuota.
Salvami tutto crocifisso
(grido)
insanguinato di Te! Ma
chiodo al muro,
in fisiche miserie son confitto.
La grazia di patir, morire oscuro,
polverizzato nell’amor di Cristo:
far da concime sotto la sua Vigna,
pavimento sul qual si passa, e scorda,
pedaliera premuta onde profonda
sal la voce
dell’organo nel tempio –
e risultare infine inutil servo:
questo, Gesù, da me volesti; e vano
promisi, se
poi le anime allontano.
Bello è l’offrir, quale il fiorire al fiore;
ma dal
sognato vien diverso il fatto.
Padre, Padre che ancor quaggiù mi tieni,
fa’ che in me l’Ecce non si perda o scemi!
A non poter morir intanto muoio.
Il sangue brucia: Gesù mette fuoco;
se non giunge all’ardor, solo è bruciore.
Maria invoco, che del Fuoco è Fiamma;
pietosa in volto, sembra dica ferma:
- Penitenza, figliolo, penitenza:
prega in
preghiera che non veda effetto:
offriti
sempre, anche se invan l’offerta;
e mentre
stai senza sorte certa,
umiliato, e
come maledetto,
Dio in misericordia ti conferma”.
Come
si vede, la scientia crucis in
Rebora è diventata realtà di
vita e lo colloca accanto a s. Giovanni della Croce, s. Teresa di Lisieux
e a Madre Teresa di Calcutta. La sua adorazione è diventata muta, nudo il
dono di sé, un lasciarsi afferrare e trasportare (“Poi, rimango io, con
la salma in terra:/ afferrato a Lui, non l’afferro”), coscienza del
proprio nulla (“Ogni volere divino è sforzo nero. / Tutto va senza
pensiero: / l’abisso invoca l’abisso”). Intende dire che l’abisso della
sua miseria invoca l’abisso della misericordia di Dio. “Tutto è grazia”,
afferma il moribondo del Diario di
un curato di campagna di Bernanos; “Tutto è misericordia”, proclama Rebora dall’abisso del suo
nulla.
***
Il
18 maggio 1956 compone una poesia: Ventesimo
di prima messa; è la traduzione
in versi del suo martirio.
“Quello che m’era emblema al sacerdozio
– torchiato, e in agonia più pregava! –
or si palesa in atto senza scampo
qui nel martirio atrocemente opaco:
enorme spazio nero al mio vedere,
come sospeso son tra lampo e lampo,
tutto ozio di tempo, orribil peso.
Stremato, dico a me, a farmi salvo:
Misericordias Domini in aeternum cantabo”.
In
calce alla poesia si legge: “Dal letto della mia infermità per il 20
settembre 1956”. Le misericordie del Signore non sono per lui parole
astratte; sono la persona e l’opera di Cristo, che vive in lui. Ha
scritto: “La misericordiosa bontà di Gesù Crocifisso mi tiene ancor
sempre sacerdote attivo: non potendo più celebrare il Sacrificio
dell’Altare, mi fa celebrare il Sacrificio
della Croce”. La scientia
crucis, in questa battuta, tocca il suo vertice più alto.
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