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Adamo nomina la creazione
Poeta è chi prosegue la sua opera

Karl Rahner e la parola poetica
di ANTONIO SPADARO
Si è aperto il 5 giugno scorso presso
l'Istituto Luigi Sturzo a Roma un convegno
sul tema "Spada a doppio taglio. Domande
radicali tra letteratura e spiritualità nel Novecento italiano",
organizzato dalla Facoltà Teologica di Sicilia e dall'arciconfraternita
Santa Maria Odigitria.
Pubblichiamo uno stralcio della relazione di apertura
dello studioso Antonio Spadaro.
La riflessione
di Karl Rahner
sulla parola poetica, prima di essere descritta, va innanzitutto
inserita nel contesto della sua più ampia
teologia, che pone la questione: come avviene l'incontro dell'uomo con
la volontà di Dio sulla sua persona in concreto? Il fatto che Dio si
comunichi all'uomo è costitutivo dell'esistenza, ma sempre richiede che
"tendiamo l'orecchio a un silenzio".
Da qui, cioè da questo "tendere l'orecchio", da questo livello profondo
di ricettività, prende senso nel pensiero di Rahner
il discorso sulla poesia. Il punto di partenza è dichiaratamente
teologico: consiste nella riflessione teologica
sull'uomo, così come dovrebbe essere, se vuole essere cristiano. Ci si
chiede se quest'uomo mira verso qualcosa che
poi si manifesta in poesia, se egli debba preparare in sé qualcosa per
essere o divenire cristiano.
Rahner compie una scelta di campo tra le arti
e si concentra sulla scrittura e sul libro. Egli avverte la necessità
di soffermarsi sulla parola, dato che "il cristianesimo come
religione della parola annunciata, della fede ascoltata e di una Sacra
Scrittura ha indubbiamente un'intima e particolare relazione alla
parola e perciò non può mancare di avere un rapporto particolare anche
con la parola poetica". In un saggio del 1959 sulla "teologia del libro"
leggiamo una riflessione sul fatto che il libro, grazie alla
Rivelazione biblica, non è qualcosa di esclusiva
pertinenza della sfera dell'esistenza umana, ma elemento che
s'inserisce là dove l'uomo e Dio s'incontrano: l'uno per rivelarsi e
l'altro per salvarsi. Il Libro Sacro è da intendersi come un momento
concreto dell'Incarnazione del Verbo. Da ciò deriva la dignità e
l'importanza del libro, che così dovrà durare per sempre fino
all'ultimo giorno, sempre legato alla vicenda esistenziale dell'uomo.
Nel 1960 Rahner pubblica un saggio dal titolo La parola
della poesia e il cristiano in cui esplicita
la domanda del rapporto tra il poetico e il cristiano. L'uomo è per sua
essenza, secondo Rahner, uno spirito in
ascolto di una possibile rivelazione di Dio. Il primo presupposto
affinché un uomo possa sentire la voce del Vangelo, consiste nel fatto
che "egli abbia orecchi aperti per la parola attraverso la quale
il mistero silenzioso è presente". Per saper udire il messaggio
del cristianesimo occorre badare alla parola, nella quale in maniera
inconfondibile è presente il mistero come fondamento dell'esistenza. Il
cristianesimo ha bisogno di parole che esercitino
la capacità di ascolto. Rahner adopera anche
il termine "raccoglimento".
Il libro ha il potere di far ritirare l'uomo dal chiasso perché rientri
in se stesso, non alienandosi dal mondo, ma portando il proprio mondo con sé in modo condensato e ridotto alle sue
linee essenziali. (...)
Per il corretto
ascolto del messaggio cristiano occorre presupporre la facoltà di udire
parole che colpiscono il centro dell'uomo, il cuore. Quando
Dio si comunica nella parola della rivelazione cristiana, questa parola
è in cerca di tutto l'uomo nella sua originaria unità, dalla quale
scaturisce la sua esistenza. Le parole del messaggio evangelico sono
necessariamente non parole della ragione tecnica, ma del cuore: non parole
sentimentali, né parole puramente razionali.
Per poter essere cristiani bisogna esercitarsi perché le parole non
scivolino sulla superficie dell'uomo affaccendato, non soffochino nell'indifferenza e si perdano fra le
chiacchiere. La parola che
raggiunge il centro dell'uomo è anche
unificatrice. Le parole articolano e discernono, ma quelle che
colpiscono il cuore, sono parole che uniscono, raccogliendo tutto nel
centro unificatore del cuore. Se non si coglie
questa necessità di parole forti, si corre il rischio di "sentire
solo chiacchiere, mille cose che rendono lo spirito sciocco e stanco,
dovendo egli ritenere troppe cose assurde e per le quali il cuore
muore, perché in fondo esso può amare solo una cosa, può ascoltare solo
una cosa, quello che unisce, che è Dio stesso che unisce senza
identificare".
La domanda
implicita a ciò che Rahner afferma della
parola poetica è: che cos'è la
parola? qual è il legame tra la Parola
della Scrittura nella Rivelazione e la parola poetica come espressione della
realtà umana? E ancora: che cosa richiede
all'uomo il cristianesimo, quando deve diventare realtà nell'uomo?
La parola umana,
secondo Rahner, non è una notificazione
esteriore e appariscente di un pensiero, che potrebbe esistere
altrettanto bene anche senza la parola. La parola è un "pensiero incarnato".
È l'elemento concreto in cui trova il proprio corpo tutto ciò che
sperimentiamo e pensiamo. Per questo motivo le varie lingue non sono
interscambiabili, "così come non si può dare un'anima spirituale a un corpo diverso dal suo". La realtà riceve
"intensità esistenziale" quando
perviene alla parola: è ciò che ci comunica Adamo che nomina la
creazione. Il poeta è colui che in modo denso
e ricco prosegue l'opera di Adamo: "Il poeta non è un uomo che
dice con superflua ricchezza di immagini e con fare compiaciuto,
mediante le rime e con un profluvio di parolette
sentimentali, ciò che altri - i filosofi e gli scienziati - hanno detto
in un modo più chiaro, più oggettivo e più comprensibile". Egli è colui che in modo denso e ricco di significato
esprime parole primigenie. Non intende cioè
parlare con parole logore o conservate "come farfalle morte,
infilzate nelle vetrine dei vocabolari", ma con parole vive nella
loro esistenza concreta.
Queste sono
parole che stanno alla base dell'esperienza spirituale dell'uomo e a
lui sono state date in dono. In ogni parola primigenia "è
implicito un frammento di realtà, che misteriosamente ci apre uno
spiraglio sulla profondità imperscrutabile della vera realtà". A esse si addice un infinito sconfinamento come dice Rilke,
citato da Rahner in questi versi delle Elegie
duinesi: "Siamo forse qui per dire
solo: casa, / ponte, fontana, porta, mandorlo, / brocca, finestra, / o,
al più, colonna, torre... o per dire, intendi, / oh dire veramente come
le cose nell'intimo/ mai s'immaginarono d'essere...".
Questo
sconfinamento della parola consiste nel suo vivere nella trascendenza.
La parola è come un gesto di accoglienza e di
disponibilità radicale diretto oltre se stesso verso l'infinità: essa è
intimamente capace di liberare ciò che trattiene in prigionia tutte le
realtà inespresse, "il mutismo della loro tendenza verso
Dio". Tutto tende verso Dio in modo silenzioso e la parola è
capace di liberare le cose da questo silenzio. Il poeta, in questo
senso, è il ministro di quel sacramento
della realtà che è la parola. Questo è poi il senso dello stretto
legame che unisce il sacerdote e il poeta.
Il cristiano
dunque impara ad ascoltare la parola, attraverso la quale il mistero è presente, impara a
percepire la parola che colpisce il cuore nel suo più intimo, impara ad
ascoltare la parola che unisce e la parola che
nel suo senso limitato e preciso è la corporeità del mistero: questa è
la parola poetica. Il saper ascoltare è frutto dell'aver udito la
parola poetica, alla quale l'uomo si abbandona, affinché essa gli apra
l'udito dello spirito e gli penetri nel cuore.
La capacità e
l'esercizio di percezione della parola poetica è un presupposto per
ascoltare la parola di Dio. Il dire e l'ascoltare la poesia appartiene intimamente all'essenza dell'uomo. Nel
caso in cui questa capacità del suo cuore venisse
distrutta, l'uomo non potrebbe più ascoltare la parola di Dio in parola
umana. Ciò che è poetico nella
sua ultima essenza è dunque, in un certo modo,
un presupposto per il cristianesimo. Coltivare la poesia è
un'esercitazione al saper ascoltare la parola della vita e, viceversa,
quando un uomo nel profondo del suo cuore impara ad ascoltare le parole
del Vangelo, allora incomincia a diventare un uomo che non può più
essere completamente insensibile a ogni parola
poetica. Cristianesimo veramente grande e poesia
veramente grande hanno un'intima affinità. Non sono la stessa
cosa, come non lo sono la domanda di Dio e la risposta dell'uomo. Ma
poesia grande esiste soltanto là dove non c'è spazio per il piatto
spirito borghese, che sfugge per paura agli abissi dell'esistenza,
rifugiandosi in quella superficialità nella quale non si incontra il dubbio, ma neppure Dio.
Nel 1962 Rahner prosegue la riflessione con il saggio La missione del letterato e
l'esistenza cristiana. In questa riflessione egli intende,
ancora una volta da teologo, trattare del poeta e dello scrittore e
afferma: "L'autore in quanto tale è sotto l'influsso della
chiamata della grazia di Cristo e deve quindi
essere un cristiano; l'essere autore per un uomo è un fatto cristianamente rilevante". La qualità di un
autore è un agire umano che, in quanto tale, lo espone all'appello
della grazia di Cristo. La tesi afferma che il cristianesimo veramente
profondo e una poesia veramente grande, pur non essendo la stessa cosa,
hanno tra loro un'intima affinità. Ogni autore in
quanto tale è anche cristiano, come anche ogni uomo è cristiano in modo
vero e decisivo, anche se non in modo pieno e adeguato. Ma cristiano qui significa che è marcato
radicalmente da Cristo, che è Rivelazione e Sacramento assoluto del
disegno di Dio sull'universo. Il cristiano è in questo senso
innanzitutto un essere che, in quanto uomo, è chiamato permanentemente
dalla grazia di Cristo. Il fatto di essere chiamati
dalla grazia di Cristo, il fatto che Dio ami l'uomo con l'offerta
assoluta e completa di sé e della vita trinitaria fa parte delle realtà
esistenziali permanenti di un uomo, non come il fatto di essere
battezzato e di appartenere alla Chiesa visibile.
Comprendiamo
come, se fino a ora Rahner
sottolinea la rilevanza della ricettività dell'uomo, adesso afferma che
questo atteggiamento di ascolto e di accoglienza della grazia non
dipende dall'attitudine di colui al quale questa stessa grazia è
offerta, ma si tratta dell'engagement irrevocabile di Dio in suo
favore. Di questa realtà l'uomo può o no avere
coscienza; può accettarla o meno, ma è sempre vero che essa dal "fondo del cuore dell'uomo
si diffonde in mille modi in tutte le sue dimensioni, lo rende
inquieto, lo fa disperare dell'angustia e della finitezza
dell'esistenza, lo riempie della esorbitante pretesa, che può essere
soddisfatta soltanto dall'infinità di Dio, e rende smisurate tutte le
esperienze che egli fa di se stesso, equivoche, aperte sull'indicibile
e sull'imprevedibile".
Il fatto stesso
dello scrivere, in quanto atto libero, è un atto moralmente rilevante, indipendentemente dal contenuto di
quello che si scrive: in questi atti l'uomo indirizza se stesso ed
entra in gioco come tale. Per la rilevanza morale che ha il discorso,
lo scrittore entra già di per sé nella sfera della realtà cristiana
innanzitutto perché ogni atto ha, almeno negativamente, una importanza salvifica, cioè viene compiuto nella
totalità dell'esistenza umana: nell'economia della salvezza ogni atto
moralmente importante per l'uomo è un sì o un no detto al cristianesimo
come tale, anche se irriflesso e anonimo,
davanti al quale è posto ogni uomo. Appena l'autore parla dell'uomo
"subito diventa filosofo, poeta, veggente, sapiente, confessore, poeta", scrive Rahner.
Il suo discorso, il discorso letterario è
cristiano in quanto tale in ogni caso: per affermazione o per
negazione.
In un articolo
dal titolo "Il futuro del
libro religioso" Rahner prosegue la
sua riflessione non sul libro o la letteratura in generale, ma sul
libro religioso, la letteratura religiosa. Si
tratta di quella letteratura in genere intesa come esplicitamente
cristiana. Egli innanzitutto sottolinea come
in essa la religione non può apparire come una sovrastruttura
ideologica: la letteratura religiosa deve fare appello alla reale
esperienza dell'uomo e deve riportarlo a sé, non portarlo "a buoni
pensieri" o "buoni sentimenti"; deve sempre chiedersi: "dove
e come nel lettore si trova quello che io intendo portargli?".
Rahner così mette in guardia contro la
letteratura ideologico-religiosa, dove il
cristiano, appellandosi al contenuto rivelato della fede, lo accosta all'uomo dall'esterno. Qui la prospettiva
è diversa: il Signore è già all'opera nel mondo e nell'uomo. Così
quello che si intende comunicare al lettore,
egli, in qualche modo lo ha già in sé in germe, come seme. Non si può
dunque parlare al lettore come a uno che non
ha esperienza spirituale. Ogni
uomo ha una vita spirituale, anche se, spesso, non è chiaramente
esplicitata e vissuta come tale. Lo scrittore parla a questa già
presente vita spirituale.
Il mondo
dell'uomo è il campo di lavoro di Dio che è all'opera e dunque è cosa
buona il fatto che la letteratura prenda spunto dalla quotidianità
della vita, dalle sue passioni e dalle sue
vicende reali: "L'azione, il lavoro, l'amore, la morte e tutte le
povere cose che riempiono la vita", anche dall'incredulità
scettica. La letteratura così deve parlare a
un uomo "che vive in un mondo molto mondano, che ha da fare molte
altre cose, per il quale la vita non diventa interessante solo (come
forse al povero diavolo tormentato dei decenni precedenti) se cammina
nel mondo della religiosità esplicita, che vive la vita cristiana non
come "professione" accanto al resto della vita, ma la vive
come la chiarezza, la forza e l'estrema oscurità di tutta la sua
esistenza". Anche dove si ha una
negazione del cristianesimo e della sua visione del mondo, dell'uomo e
delle cose, osserva Rahner, occorre prudenza
perché l'espressione potrebbe riguardare una situazione nuova per il
cristianesimo e non ben definita. Si tratta di imparare a "carpire la voce di Dio anche dalla voce del tempo".
Quando un poeta vuol
dire che l'uomo è un assurdo, intende affermare una cosa non cristiana.
Tuttavia in primo luogo, suggerisce Rahner, è
necessario porsi una domanda che fa appello al lettore: "Questa
radicalità nel porre il problema e nel mettere tutto in dubbio per ciò
che riguarda l'uomo, serve a scuotere salutarmente
la vita piatta dei borghesi, così numerosi anche tra i cristiani
"credenti"? Questa scossa può essere sostituita dalle
soluzioni più tranquille e più moderate di un pensiero
cristiano?". Inoltre occorre verificare se il presunto rifiuto non nasconda un'accettazione più profonda,
anche se implicita e ciò nelle figure poetiche, che spesso, "con
la loro ispirazione veramente poetica, superano di
gran lunga le intuizioni riflesse dell'autore".
In ogni caso il
"lettore cristiano", come lo definisce Rahner,
di fronte alla poesia può essere esposto alla problematicità radicale
e, quando la domanda è veramente aperta, non si può obiettare che non
vi sia confezionata anche la risposta. Il punto è che ogni poesia è solo un momento nell'incessante dialogo
dell'umanità ed è un momento che non può essere assolutizzato:
il momento dell'abbandono non è quello della consolazione; quello della
morte non è quello della risurrezione. Occorre che il lettore sopporti
con umiltà e obbedienza di non avere risposte a poco prezzo o comunque immediate e accetti di rimanere in attesa. La risposta è già lì, anche se è ancora
nascosta, nel silenzio.
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