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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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DAL CINEMA ALLA SACRA

In «Silence, night & dreams»

pure testi biblici in latino e inglese

cantati da Teresa Salgueiro

 

«Un’opera su Giobbe per l’uomo moderno»

 

 

di Andrea Pedrinelli

 

 

Zbigniew Preisner, cinquantaduenne polacco, è uno di quegli artisti il cui destino è essere meno popolari del­la loro musica. Compositore preferito dal regista suo connazionale Kieslowski, per cui ha scritto le colonne sonore del Decalogo e dei Tre colori e che ha omaggiato alla mor­te con un Requiem, Preisner ha firmato an­che le musiche di Giocando nei campi del Signore di Babenco, ha collaborato con Mo­land e Ponti, ha vinto numerosi premi e co­lorato con la propria arte la storia del Ven­tesimo secolo della Bbc.

Ora Preisner pub­blica Silence, night & dreams (silenzio, not­te e sogni), opera per orchestra e coro da lui composta e diretta con la partecipazione della cantante portoghese Teresa Salguei­ro. Su testi in latino ed inglese tratti dal li­bro di Giobbe e dal Vangelo di Matteo, il la­voro è musica sacra contemporanea: fra strumenti classici e qualche eco elettroni­ca restituisce l’essenza spirituale del prega­re ( To speak), traduce in musica i dubbi del­l’uomo che cerca un senso ( To find), canta in modo solenne e privo di maniera sia la morte sia la fede. Sino ad un finale - im­perniato sulla chitarra - di grande serenità: sbocco naturale di un vivere.

«La musica calma gli istinti più selvaggi e ci accompagna fin dalla nascita. Non posso immaginare un uomo che vive senza la mu­sica. Goethe scrisse «andate dove c’è musi­ca, sicuramente vive brava gente: il male non canta». Per questo rispondo alle co­scienze assopite di oggi scommettendo an­cora sulla mia arte».

Nella sua opera la voce umana ha un peso decisivo. Cosa l’ha spinta a metterla in pri­mo piano?

«Credo che la nostra voce, da sola o in co­ro, sia lo strumento musicale perfetto. È l’u­nico che riflette la profondità e la grandez­za del mistero della vita».

Perché Giobbe è protagonista dei testi del lavoro?

«Soffriva, e capì la sofferenza. Dubitava, al­la fine vinse il dubbio. Anche noi soffriamo e non capiamo: e molti si rifugiano tra dro­ga o terrorismo. Io penso che se accettassi­mo il dolore come fatto della vita potrem­mo invece vincerlo. Come Giobbe».

Il suo brano sulla morte è solenne, ma non cupo. Cosa voleva dire in questo impor­tante passaggio?

«Che anche la morte è parte della vita. Una seria riflessione su di essa può, a mio avvi­so,
liberarci da molte paure. Anche se è ov­vio che uno speri di vivere molto. E pure di lasciare un suo segno».

Quando mette la sua musica al servizio di un film, non ha mai paura che diventi «tap­pezzeria per le immagini»?

«Dipende da quanto si crede nella sua for­za. Proprio i vostri Rota e Morricone dimo­strano che può essere anche elemento de­cisivo. Certo, se si lavora con registi senza cultura, e capita, il rischio c’è».

 

(© Avvenire - 6 gennaio 2008 - All rights reserved)

 

 

 

 

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