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Nel centenario di Pellizza da Volpedo

 

 

di Anna Laura Mellini

 

Quest’anno, a un secolo dalla morte, il ”pianeta” Pellizza torna ad essere esplorato con una serie di azioni promosse dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e dal Comune di Volpedo, in un contesto che, insieme alla Regione Piemonte e alla Provincia di Alessandria, vede il coinvolgimento della città di Tortona e di altri enti privati di area piemontese e fruisce del patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Le manifestazioni del Centenario, aperte a New York il 24 maggio scorso con una rassegna documentaria su Pellizza presso l’Istituto Italiano di Cultura, ruotano intorno alla mostra dal titolo “Luce, controluce, iridescenze. Pellizza e gli amici divisionisti”, con sede nell’atelier del pittore a Volpedo e nelle sale espositive della Fondazione Cassa di Risparmio a Tortona.

Le altre manifestazioni, che si sviluppano tra settembre ed ottobre sia a Volpedo sia a Tortona, rispondono all’idea di rendere omaggio alla dimensione artistica e intellettuale del grande pittore, riproponendola agli abitanti delle sue terre ma anche divulgandola ad un pubblico il più vasto possibile, nella consapevolezza che l’arte e gli ideali di Pellizza, se conosciuti e presentati nella giusta luce, possono ancora oggi raccogliere consensi e suscitare entusiasmi (tutto il programma, veramente molto ricco e articolato, è possibile visionarlo sul sito www.pellizza.it)

Giuseppe Pellizza nacque nel 1868 a Volpedo, un piccolo centro della campagna alessandrina. Dopo aver frequentato le scuole a Castelnuovo Scrivia, venne iscritto all'Accademia di Brera a Milano. Dal 1892 cominciò ad aggiungere al suo cognome quel "da Volpedo", forse in partenza usato come un vezzo desunto dai quattrocentisti (che aveva imparato ad amare frequentando i musei a Roma e a Firenze), che finì poi per connotare costantemente la sua firma. Iniziò ad inviare i suoi quadri alle prime esposizioni importanti, ottenendo lusinghieri riconoscimenti.

Scelse di vivere lontano dalle capitali artistiche europee di fine Ottocento in un isolamento che rispondeva alla sua necessità di poter riflettere e operare in assoluta indipendenza. Nello stesso tempo, però, l'artista "si nutriva" di frequenti viaggi e soprattutto di continui scambi con i più importanti centri italiani che lo videro, di volta in volta, presenza significativa nelle maggiori rassegne espositive.

Un profondo impegno critico connotò sempre la sua produzione consentendogli di raggiungere risultati di statura internazionale nell'ambito della tecnica divisionista usata anche come strumento flessibile e adatto a inverare contenuti via via più impegnativi nel rapporto col vero, e nella interpretazione simbolica della natura e della vita umana.

Nel 1900 partecipò all'Esposizione Internazionale di Parigi con il suo capolavoro Specchio della vita, già esposto a Torino nel 1848, che si impose come un'opera cardine nelle discussioni sul simbolismo. Ma è Il quarto stato l’opera forse più universalmente conosciuta e amata di Pellizza da Volpedo.

Il Quarto Stato (1901), olio su tela, 293x545 cm, Milano, Civica Galleria d'Arte Moderna

Iniziata nel 1898 e terminato nel 1901, l’opera rappresenta una scena della vita sociale del proprio tempo, vale a dire un momento di sciopero e di protesta. Vi compaiono, infatti, delle figure che avanzano verso la piena luce, mentre sullo sfondo campeggia un tramonto: è chiara l'allegoria sociale del popolo che avanza verso un futuro radioso, lasciandosi alle spalle l'età dell'oppressione. Il tema era già stato trattato più volte e continuamente rielaborato da Pellizza, a partire dal 1891, con Ambasciatori della fame, attraverso Fiumana, completata nel 1896, e il bozzetto preparatorio del Quarto stato del 1898, Il cammino dei lavoratori, secondo il titolo inizialmente prescelto, ed era andato ampliandosi ed approfondendosi durante questo percorso, di pari passo con l'evoluzione artistica del soggetto.

La ricerca formale presente nella tela è di altissima qualità: la composizione è perfettamente calibrata e conchiusa e la massa avanzante non è inerte, ma il gestire delle mani, dei piedi e il gioco delle ombre movimentano la sua rappresentazione producendo un'ondulazione che si riallaccia ai moduli espressivi presenti ne Lo specchio della vita. Le linee rette ed ondulate si equilibrano suggerendo l'avanzare lento, calmo e pacato ma ineluttabile di una nuova classe, forte della sicurezza che le deriva dalla consapevolezza del proprio ruolo storico.

La tecnica divisionista con cui la tela è condotta ha raggiunto effetti di estrema sapienza, perfettamente rispondente agli scopi del pittore: nei personaggi è presente quella "atmosfericità" o assoluta mancanza di inerzia della materia che già abbiamo visto, soprattutto in Sul fienile e che possiamo ammirare, ad esempio, anche in Membra stanche o Famiglia di emigranti.

Non è un caso, inoltre, che in quest'opera, un affresco di storia contemporanea, si affacci una serie di suggestioni provenienti dalla tradizione pittorica: ad esempio, la figura dell'uomo con il bambino riprende il tema di Tobia e l'angelo della pittura rinascimentale e l'uomo che regge la cesta si ispira alla Stanza di Eliodoro di Raffaello. Anche la forza e l'eloquenza dei gesti degli altri personaggi rimanda direttamente a Raffaello: la gestualità accentuata, soprattutto delle mani, che Pellizza aveva studiato a fondo fin dagli anni giovanili, si ritrova infatti nelle opere di Raffaello che si collocano tra il 1515 e il 1520 come strumento raffinato di retorica per influsso dell'oratoria, che a sua volta aveva recuperato suggerimenti dall'oratoria antica.

Nel 1902 Pellizza espose Il quarto stato alla Quadriennale torinese, sperando di ottenere un grosso riconoscimento. Non fu così, ma ciò non costituì un motivo di grave sconforto per Pellizza, che piuttosto rimase profondamente colpito dal mutamento, in questa circostanza, dei rapporti che aveva instaurato con molti dei suoi amici. I grandi temi della giustizia sociale, dell'uguaglianza e della libertà che il quadro rappresentava innescarono infatti una serie di polemiche e crearono un certo sconcerto tra di loro. Il quarto stato, pur volendo dar conto di una determinata realtà, non si prestava certo a facili strumentalizzazioni, cosicché deluse sia chi pensava che sarebbe stata un'opera assolutamente idealistica, sia chi l'avrebbe invece voluta più esplicitamente schierata. Pellizza dunque, interrottosi il confronto che lo aveva arricchito finora con alcuni letterati e artisti del tempo, si ritrovò più solo.

Nel 1907 la morte, in conseguenza di un parto sfortunato, del figlio (il terzogenito, dopo le due bimbe Maria e Nerina, nate rispettivamente nel 1898 e nel 1902) e dell'amatissima moglie, causarono una profonda depressione all'artista, che si tolse la vita nel proprio studio la mattina del 14 giugno. Ma la sua storia continua, e la sua vicenda, di artista e di uomo, come la sua religiosità finora assai poco esplorata dagli studiosi d’arte, merita di essere conosciuta e approfondita. Questo centenario potrebbe essere l’occasione giusta per farlo.

 

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