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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa IN PURISSIMO AZZURRO veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

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La figura del genitore nella narrativa del 2007

 

PADRI DI CARTA

 

Uomini dai mille

volti

 

di GIULIA GALEOTTI

 

 

 

Tra i padri "di carta" presenti nella narrativa pubblicata nel 2007, molti sono quelli che rimarranno a lungo nella nostra memoria. Padri anziani e padri giovani, padri amorevoli, burberi o in difficoltà, padri fragili e vili o, al contrario, silenziosamente coraggiosi, padri presenti a lungo o scomparsi prima del tempo. Non è mancato nemmeno il padre di un non-umano: in Next di Michael Crichton (interessantissimo per gli scenari genetici su cui obbliga a riflettere), Henry Kendall è il genitore biologico dello scimpanzé transgenico. È l'istinto paterno che, facendogli violare ogni regola professionale, lo spinge a far fuggire suo figlio dal laboratorio in cui vive, onde evitare che venga soppresso.

Come specchio della realtà, estremamente variegata nelle sue articolazioni, abbiamo scelto alcune figure che, sebbene non esaustive della produzione letteraria del 2007, ci sono però sembrate paradigmatiche nei loro tratti. Quel che è certo, è che si tratta di padri che, ora in negativo ora in positivo, hanno decisamente segnato la vita dei loro figli. Così, ad esempio, a prescindere dalla cultura e dal contesto geo-politico, la viltà dei padri può avere ripercussioni notevoli sull'esistenza dei figli. È il caso dell'afgano Jalil che, seppur inizialmente genitore amorevole verso la figlia illegittima Mariam (nata nel 1959), non esita a sacrificarla quando le necessità sociali lo impongono. Per allontanarla dalla famiglia legittima del padre, infatti, la ragazzina viene data in sposa ad un uomo molto più vecchio di lei, e trapiantata nella lontana Kabul ("Mariam teneva gli occhi abbassati. (...) Notò che a ogni suo respiro la superficie si appannava, cancellandola dal tavolo di suo padre"). Questo tradimento, del tutto inatteso per la bambina che lo adorava, apre il romanzo Mille splendidi soli, il secondo best seller di Khaled Hosseini. Del resto, anche nel precedente Il cacciatore di aquiloni, Hosseini aveva tratteggiato un altro padre vigliacco e decisivo, questa volta però verso i due figli: Baba, freddo e distante verso il legittimo Amir, nei fatti è del pari incapace di salvare l'illegittimo Hassan.

Ma è estremamente vigliacco anche il padre americano nel romanzo La figlia del silenzio di Kim Edwards, ispirato ad una storia vera e campione di vendita grazie al passaparola dei lettori. Sebbene si tratti di un libro criticabile sul piano letterario, è però interessante la vicenda che narra. Pur nelle differenze che le contraddistinguono, Phoebe, che è quasi coetanea di Mariam (nasce nel 1964), si ritrova anche lei vittima delle paure e delle convenienze sociali. Quando il padre, che è medico, fa partorire nel suo ambulatorio la moglie, la sorpresa è duplice: non solo i neonati sono due, ma dopo Paul, nasce una bimba che ha indelebilmente segnati sul viso i tratti della sua condanna: è down. Accortosene subito, l'uomo prende in solitudine e all'istante la decisione che segnerà tante vite: ordina all'infermiera di abbandonare la neonata in istituto. La donna, però, non vi riesce e, con un coraggio che stupisce innanzitutto se stessa, lascia il lavoro e la sua vita, fuggendo con la piccola in un'altra città.

Il romanzo segue quindi in parallelo le vite delle due famiglie: l'una, quella perfetta, dilaniata ed infelice; l'altra, quella malata, serena e gioiosa, pur nelle difficoltà che affronta. Sotto il profilo della figura paterna, il romanzo è inaspettatamente duro e pessimista: David, infatti, non riesce ad essere padre per nessuno dei suoi due figli. Pur avendo diverse occasioni in cui potrebbe confessare la sua colpa e la bugia che ha imposto a tutti, l'uomo sceglie ogni volta di difendere tenacemente il segreto, che verrà svelato solo dopo la sua morte. Oltre che come marito, il fallimento di quest'uomo come padre è su tutto il fronte: se Phoebe viene respinta perché disabile, Paul, seppure sano, viene ugualmente rifiutato dal padre perché ha desideri e aspirazioni differenti da quelli che l'uomo vorrebbe per lui. Il padre demiurgo che vuole decidere per e dei suoi figli, meri beni che vanno costruiti o annientati secondo i suoi desideri, è sconfitto.

Un profilo di padre ancora diverso ne L'illusione del bene, l'ultimo romanzo di Cristina Comencini. Mario, che ha tre figli, è un padre moderno: per i primi due, è genitore acquisito (essendo Sergio e Chiara figli della moglie e del suo primo compagno), mentre è il padre anche biologico del minore Roberto. Nel corso del libro, l'uomo ribadisce più volte come la sua paternità non sia però uguale nei tre casi: è più facile creare un rapporto con i figli sociali, che con i propri. "I rapporti naturali sono più complicati di quelli acquisiti. Era stato relativamente facile occuparmi dei due figli che avevo ereditato: mi amavano senza i conflitti che riservavano al padre e alla madre. (...) Amare così tanto due persone che non mi appartenevano mi faceva sentire vivo e utile".

Le cose, invece, cambiano completamente (al punto che Mario e Patrizia si separano) con la nascita di Roberto, quando l'uomo deve "fare i conti" con se stesso. "Quando Patrizia mi aveva detto di essere incinta, prima mi era venuta paura di morire e poi il terrore che succedesse qualcosa al bambino e a lei. (...) Ossessionavo Patrizia con paure insensate. Mi preoccupavo dei soldi, di non guadagnarne abbastanza. Con i due grandi non ci avevo mai pensato. Andavo in continuazione dai medici. In campagna la notte facevo le ronde intorno alla casa per il terrore che entrasse qualcuno a sgozzarci". Pur essendo molto intenso il rapporto con i due figli acquisiti, cioè, quello con il figlio biologico evoca un coinvolgimento carnale e viscerale, assumendo le vesti di una profondità prima sconosciuta. Del resto, anche nei due ragazzi v'è la consapevolezza della molteplicità di piani: quando Mario comunica che si separerà dalla loro madre, Chiara non ha dubbi. "Roberto soffrirà, noi ti abbiamo amato molto, ma la sera piangevo nel letto perché avevo dato il bacio della buonanotte a te e non a mio padre. È una ferita che non si rimargina, anche se poi se ne capiscono le ragioni".

Il 2007 ci ha quindi raccontato due padri bellissimi, entrambi uomini reali, descritti dopo la loro morte dal figlio maschio. Le analogie, però, finiscono qui. L'uno è un padre italiano, deceduto improvvisamente per la violenza altrui, prematuramente sottratto all'affetto dei figli, e raccontato dal maggiore che di mestiere non fa lo scrittore, ma il giornalista. L'altro, invece, tratteggiato da un celebre romanziere americano, è un padre morto di malattia in tarda età, lasciando il figlio quasi sessantenne.

Il primo è il libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, prezioso titolo tratto da una poesia di Tonino Milite, l'uomo che ha fatto da padre ai tre figli del commissario ucciso a Milano la mattina del 17 maggio 1972. Nel racconto, non v'è solo il ricordo di un padre prematuramente scomparso, che ha vissuto credendo fermamente in ciò che faceva. La grande scommessa è che la memoria del padre non diventi un vortice di odio e di rancore nelle vite dei figli. L'omicidio di Luigi Calabresi avrebbe potuto facilmente inchiodarli (come i figli delle altre vittime del terrorismo ricordate nel libro) in una spirale di rabbia e di vendetta. Non è facile non cadervi se tuo padre ti viene sottratto quando hai due anni, quando "l'unica cosa tangibile e reale" che hai di lui, è "il ricordo di una sensazione bellissima" della domenica di tre giorni prima dell'omicidio. Un padre ha senso per quello che insegna ai suoi figli, per l'amore, il rigore e la testimonianza che dà loro, per il suo essere il porto dal quale si parte per affrontare la vita.

"Ho sentito quella sensazione calda e ho pensato a lui. È l'eredità che mi ha lasciato. Mi ha regalato la tranquillità in mezzo al disordine, una specie di pace che mi prende quando tutto intorno accelera, e (...) dentro di me le cose si fermano, si chiarificano, sembrano semplici". Non che sia facile, Spingendo la notte più in là non è il film buonista in cui l'eroe trionfa puro e immacolato nelle traversie. "Per molto tempo ho oscillato tra la lezione di mia madre e una sorda voglia di prendere tutto a calci" (quando sarà il tempo di scrivere di maternità, Gemma Capra avrà un posto d'onore). Dinnanzi alla parete di roccia del Monte Bianco, solo tra la neve, Mario Calabresi trova suo padre. "Rimasi ad ascoltarlo a lungo e sentii che era giusto guardare avanti, camminare, impegnarsi per voltare pagina nel rispetto della memoria. Dovevo portarlo con me nel mondo, non umiliarlo nelle polemiche e nella rabbia, così non l'avrei tradito. Bisognava scommettere tutto sull'amore per la vita".

Poi, è arrivato Patrimonio. Una storia vera. O meglio, è arrivato da noi (sorprendentemente, infatti, questo bellissimo romanzo di Philip Roth ha impiegato ben 16 anni per essere tradotto in italiano). Nel racconto della malattia, della caparbietà e della morte di Hermann Roth, è il romanzo del padre. "Non era un padre qualunque, era il padre, con tutto ciò che c'è da odiare in un padre e tutto ciò che c'è da amare". 

Negli anni i rapporti tra padre e figlio sono stati complessi e complicati. Muore prima la madre, ed il percorso si fa più irto e difficile, quasi che il femminile fosse il collante, l'unione tra due uomini adulti, dai caratteri diversi e molto definiti. È quindi il tempo della vecchiaia, e poi, improvviso e inclemente, il tempo della malattia. Per Philip è seguire quest'uomo ottantaseienne in un nuovo passaggio, è ascoltarlo nei suoi percorsi mentali, è seguirlo ed accudirlo, con una vicinanza e una cura, anche fisica, prima inimmaginabile. Soprattutto, però, è conoscerlo e riconoscerlo, rimanerne sorpresi e stupiti. "Aveva selvaggiamente stropicciato due sacchetti di carta marrone per sistemarvi bene il contenuto, poi li aveva legati insieme con pezzi di scotch di diversa lunghezza, che (...) si erano attorcigliati su se stessi come tronconi di Dna. Compresi che la confezione era opera sua (...) Sulla piega superiore dell'involucro aveva scritto con un pennarello, in un malfermo stampatello: da un Padre a un Figlio. "Ecco - disse - Portatela a casa". In macchina aprii il pacchetto e ci trovai la tazza per la barba di mio nonno".

Non è solo un romanzo d'amore Patrimonio, quell'amore profondo che scalda il cuore di chi lo dà e di chi lo riceve, che ci fa autenticamente compartecipi della vita e della morte del nostro prossimo. Nella nostra lettura, Patrimonio è, soprattutto, un romanzo di speranza (che poi, come via di salvezza, è la faccia importante e imprescindibile dell'Amore). Nella secca prospettiva di Roth ("morire è un lavoro e lui era un gran lavoratore. Morire è orribile e mio padre stava morendo"), è la speranza di una vita che ha senso nel tempo che passa. Negli affetti che si sono costruiti, nella testimonianza e nel patrimonio che si lascia per sostenere ed amare il figlio che ci sopravvive. "E perché questo era giusto e come doveva essere non avrebbe potuto essermi più chiaro, ora che il lavoro era finito. Questo, dunque, era il mio patrimonio".

 

 

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 [Copyright © Giulia Galeotti – L'Osservatore Romano - 29 marzo 2008

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