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Olimpo
La narrazione dell’origine
tra cronaca e mito
di ALESSANDRO PUGLIA
È
estate: l’odore dell’erba si estende profuso tra bassi colli e
"dalle quercelle oltre il dirupo si ode lontano, ma distinto il
canto di un usignolo". Una coppia si trova dispersa in un mondo che
li divide: Luca, cinquantenne
sentimentale e trasognato (ma anche profondo conoscitore del mondo e
della polis) e Elisa,
pacifista, no-global, non propensa a sentimentalismi beceri e
invecchiati.
In
uno spazio nuovo, in cui prende luce il desiderio della parola nasce Olimpo (Avagliano, 2006),
nuovo romanzo del poeta e dello scrittore urbinate Umberto Piersanti. Il
monte sacro dove si narra vivessero gli dei è la simbolica immagine di
un’ascesa che non è sufficiente a capire che un Olimpo in realtà non
esiste, che gli dei non sono altro che immagini riflesse dell’uomo,
strutture mentali distinte in ognuno. L’ascesa evolutiva dell’uomo
diventa lotta. Sfida eterna contro la natura. Una natura che però non è
mai maligna, ma è ferma, statica, quanto mai insormontabile.
Ogni
volta che appare un miraggio, una traccia che indica la vetta dell’Olimpo
giunge subito una voce che avverte che tra i dirupi non esiste né gloria
né conoscenza. Nonostante il daimon dell’uomo sia implacabile, l’essenza
del vivere non risiede nell’ascesa del monte. Vivere, scrive l’autore è " lottare per rimanere".
Chi lotta come chi vola sa che appartiene alla terra. Dopo una guerra
(tra cui si innescano quelle del nostro tempo) possono perdurare solo le
immagini immortali della natura,
come quella di un papavero rosso e reclinato, che sebbene qualcuno o
qualcosa gli ha stroncato il gambo, i suoi petali avvampano, rimangono
limpidi e intatti.
Lo
scrittore entra nel romanzo con il bagaglio di poeta, con il taccuino in
cui annota il cambiamento, con l’amore singolare per la natura e da essa,
con essa, trova il modo per superare ogni ansia. L’ansia di chi sale e di
coloro che fanno ritorno. L’ansia di chi non è partito ma è rimasto giù
dall’Olimpo ad aspettare. Nella natura contemplata dallo scrittore,
risiede immortalità dell’istante.
"Quando il tempo s’arresta e fermi come alberi o pietre dentro il
cosmo si avverte il ritmo delle sfere, lo scorrere infinito e lento delle
stagioni". L’attimo catartico - in cui la natura si sottomette alla
mano dell’uomo, che la contempla con occhi diversi, con la percezione del
poeta. Nei luoghi, il lettore deve focalizzare la sua ricerca.
Dalle
basse colline nasce il bisogno di un’armonia totale, di un equilibrio
perfetto. Il piacere di raccontare, di ripristinare seppure per un breve
istante la stagione dell’oralità nasce all’interno della descrizione e
della riflessione sulla natura. All’interno di un luogo chiuso nasce il mito, si fa viva la presenza
di eroi e falsi eroi: eroi-guerrieri, eroi-saggi ed eroi-poeti. Qui nasce
la vicenda di Anticlo, prima
intelligenza di tipo occidentale che estende il suo affanno per una
ricerca di una divinità che non è mai unica o prefissata, ma presocratica
e panteistica; o quella di Laodoco,
che ama la fama più della guerra, l’eros, il mito, il canto dei rapsòdi.
Figure mitiche, arcaiche, appartenenti a mondi ancestrali intervengono
come voci lontane, come lamenti che si estendono nella clessidra del
tempo.
Apparirà
allora il pastore, vero topos
dell’opera piersantiana. È il pastore portatore di saggezza, che
preannuncia, avvisa: avverte che in cima non si è più sulla terra. Simile
al pastore errante leopardiano egli ha sempre davanti le situazioni
fondamentali della vita. Come ha spesso ricordato l’autore, si muove con
la sensualità di un pastore pagano, ma con tenerezze da presepio. Col
cappello e un cesto di vimini avanza lento tra due stentati filari d’uva:
completa è adesso la registrazione di un tempo antico, ormai perduto.
Di
fronte all’avanzare di una
generazione sempre disposta alla cronaca e mai alla storia, non
rimane altro che cogliere i frammenti di un tempo morto. Cercare un
dialogo per qualcosa che già si è perso. E allora viene soltanto voglia di
sedersi fuori e prestarsi inermi al canto dei grilli, ergersi a difesa di
un luogo: un cerchio che lo scrittore-poeta traccia come se avesse una
bacchetta magica: "una raganella si tuffa da un piccolo masso
erboso. Senti perfettamente il tonfo e vedi l’acqua limpida aprirsi in
cerchia. E poi la scorgi giù nel fondo che cammina e si ripara dietro un
sasso. No, neanche per lei ci sono pericoli in giro: tutto è calmo e
perfetto nel cerchio limpido e sicuro del fosso, dell’orizzonte di querce
e d’avena che li cerchia".
Al centro di Olimpo vi è la
nuda eredità dell’uomo. Il poeta perso nello spazio ritroverà per brevi istanti i
luoghi persi del suo passato. Si vedrà ancora una volta solo a raccontare
l’Olimpo visibile soltanto da "un tempo che precede". Da quel
magico luogo dei racconti il poeta per un attimo prenderà voce e
richiamerà versi divenuti celebri: "prima che nascessi furono
insieme/ stavano tutti là presso l’aiuola/ a pescare castagne nel
caldaro/ ora mancano tutti, manca una casa/ solo prima di nascere l’ho
avuta".
In
quell’attimo, l’attimo del fulgore poetico, finirà il poeta stesso,
finirà l’uomo, finirà l’io. Soltanto allora l’Olimpo tanto desiderato dagli uomini apparirà tra le nubi.
E un grifone continuerà a segnare grandi cerchi nell’azzurro.
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