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In Purissimo Azzurro

 

 

 

in purissimo azzurro                                

 

                                                rivista di letterature & dintorni

                                     fondata e diretta da Maria Di Lorenzo

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"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa IN PURISSIMO AZZURRO veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

 

copertina novembre

 

“Qui nasce, qui muore il mio canto:

E parrà forse vano

Accordo solitario;

Ma tu che ascolti, rècalo

Al tuo bene e al tuo male:

E non ti sarà oscuro”.

 CLEMENTE REBORA

 

 

 

 

 

 

        EDITORIALE

        Un poeta “fuori dal tempo”

        di Alessandro Puglia

 

        LA VITA E LA POESIA

 

        Senza tregua

        L’itinerario poetico-esistenziale di Clemente

        Rebora di Elio Andriuoli 

 

        La scientia crucis in Clemente Rebora

        Un ‘paradiso pieno di dolore’ all’ombra della

        Madre di Ferdinando Castelli

 

        Sbaragliare l’esistenza

        Campana, Rebora, Betocchi e “La Voce”

        di Pietro Civitareale

   

        La poesia della verità

        Salvezza integrale per l’uomo

        di Rosa Elisa Giangoia

 

        Epistolario

        Viaggiatore senza biglietto in attesa

        alla stazione di Carmelo Giovannini

 

        Rebora-Rosmini

        Poetica e metafisica: lettura di un ‘semplice’

        e ‘complesso’ rapporto di Mario Pangallo

 

        Rebora uno e due

        L’inquietudine e la fede

        di Paolo Ruffilli

 

        I SUOI VERSI

        AL VAGLIO DELLA CRITICA

 

        Al tempo che la vita era inesplosa

        Un mondo contadino ruvido e sacrale

        di Umberto Piersanti

 

        Dall’imagine tesa

        Stare sulla soglia: riflessioni su una poesia

        di Roberto Fornara

        Profezia di una rigenerazione

        di Marco Guzzi

        Polverizzato nel silenzio della parola

        di Andrea Monda

 

        Terribile ritornare a questo mondo

        L’urlo del verso, il sorso dentro l’arsura

        di Marina Pizzi

       

        IN DIALOGO

        CON I CONTEMPORANEI

 

        A verità condusse poesia

        Nel 50° anniversario di Clemente Rebora

        di Claudia De Bernardi

 

        Versi per Clemente Rebora

        Canto di Shakti

        di Maura Del Serra

        Aspro ed eterno si levò il rigetto

        di Gabriella Garofalo

 

        Hanno detto di lui…

        U. Muratore, C. Bo, M. Cucchi,

        E. Fabiani, M. Testi, L. Giussani

 

        Rebora secondo me

        Le riflessioni di una giovane lettrice

        di Elisabetta Modena

 

        Charitas lucis, refrigerium crucis

        Un seme gettato nei solchi della storia

        di Mirko Testa

 

        BIBLIOGRAFIA

        Le opere di Clemente Rebora

        La critica su Rebora

       

       

 

 

 

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Un poeta “fuori dal tempo”

ALESSANDRO PUGLIA

 

«Far poesia è diventato per me, più che mai, modo concreto di amar Dio e i fratelli. Charitas lucis, refrigerium crucis». Basterebbero queste parole per segnare a cinquant’anni dalla morte, la distanza di un poeta come Clemente Rèbora dai nostri tempi, distanti quei nuclei centrali entro cui ruota la trottola viva rèboriana: la religione e la poesia.

 

Rèbora, sarebbe oggi un poeta “fuori dal tempo”, ma proprio per questo sempre più poeta. La sua vicenda, dunque ci riguarda, quotidiana e breve, con il suono concorde di ogni cosa.

 

“Fuori dal tempo” è il modo in cui nella sua poesia entrano credenze e attaccamenti religiosi; l’imporsi di una lingua unica, semplice, pura, elementare; il posizionarsi di modelli arcaici e cristiani; gli slanci sentimentali verso un Dio prefissato, e poi l’idea di una Madre beatificata, la natura, il cosmo.

 

Rebora fa della sua vita interiore, della sua anima errante, “sola, raminga e stanca” il suo luogo poetico e allo stesso tempo, la propria salvezza.

 

La “mania dell’eternità”, l’idea della conversione e il finire verso una luce totalmente bianca pongono il lettore davanti un’idea di poesia che si diffonde attraverso un codice più alto sia della vita che della storia, della stessa parola: «Glauca s’impiuma la terra al mattino». È un‘idea romantica di bellezza che dalla sua modernità si ritrova nella stretta contemporaneità, con la sua rovina, con l’angoscia di non poter trattenere un viaggio tutto proteso verso l’alto. 

 

Ne viene fuori il turbamento del primo Rèbora, l’unico che spesso si è riuscito a vedere, il Rèbora dei Frammenti Lirici e dei Canti Anonimi.  Non che ci si sia sbagliati: «Mai più io non ti vedo, stella mia» resta una delle chiuse più intense di una poesia lirica e verticale che rende la vita difficile a molti  poeti che oggi vivono tra i surrogati prosastici del presente, in una poesia di soffocamento e non in una poesia di respiro come nel caso di Rèbora.

 

Gli amplessi caldi della conversione, lo stare a metà tra la carne e lo spirito, l’esperienza della guerra forte, sono destinati presto ad essere sopraggiunti da una visione più ampia e neutrale: il cambiamento, l’adesione ad un altro esistere (nuovo, ma complessamente povero), un’invocazione muta simile a una preghiera. 

 

Il dialogo del secondo Rèbora va, come ha scritto Carlo Bo, ben oltre la poesia. Finisce il mito ripetuto e abusato della conversione e prende forma una poesia colma di sensi di pace, una poesia assoluta che fluisce attraverso gli appunti, le preghiere, pensierini semplici che vivono in sé fuori da ogni veridicità plastica.

 

La trascrizione poetica di una fede, un patire inteso come forza misericordiosa, tutto questo chiede in Rèbora uno stravolgimento delle ideologie. La linea su cui si muove il poeta è sì quella dell’invocazione, ma ciò non impedisce di trasparire in quella sua attenzione semplice e totale per il quotidiano. Una ninna-nanna che scava nei tratti arcani della memoria; le dissolvenze di un amore candido, il gesto immediato di una carezza e infine la scommessa, troppo feroce nei nostri tempi, di poter credere in un Nome, fino all’ultimo respiro.

 

La voce più profonda di noi stessi, una forma demistificata di divino, e ancora come scriveva Bo, l’immagine più alta del nostro sangue assoluto: Dio invocato, e la ragione aperta della vita. 

 

 

 

 

 

 

 

Sei un poeta oppure un aspirante scrittore? Hai una poesia o un racconto nel cassetto? Questa è la casa delle tue parole, o meglio il “retrobottega” delle tue invenzioni letterarie. Manda il tuo scritto alla redazione che lo valuterà per un’ eventuale pubblicazione nella nostra rivista. Sarà il tuo trampolino di lancio verso il fantastico mondo delle lettere!

 

 

 

"Ora è notte. Oltre la finestra a croce, IN PURISSIMO AZZURRO, oltre un fantastico candido lenzuolo, teso ai fili eterni della Storia implacabile, scorgo, ed è silenzio, ferma la stella e le mura incrollabili di Gerusalemme d'oro..." (Elio Fiore)

  

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