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Un
poeta “fuori dal tempo”
ALESSANDRO PUGLIA
«Far
poesia è diventato per me, più che mai, modo concreto di amar Dio e i
fratelli. Charitas lucis, refrigerium crucis». Basterebbero queste
parole per segnare a cinquant’anni
dalla morte, la distanza di un poeta come Clemente Rèbora dai nostri
tempi, distanti quei nuclei centrali entro cui ruota la trottola viva
rèboriana: la religione e la poesia.
Rèbora, sarebbe oggi un poeta
“fuori dal tempo”, ma proprio per questo sempre più poeta. La sua vicenda, dunque ci riguarda, quotidiana e
breve, con il suono concorde di ogni cosa.
“Fuori
dal tempo” è il modo in cui nella sua poesia entrano credenze e
attaccamenti religiosi; l’imporsi di una lingua unica, semplice, pura,
elementare; il posizionarsi di modelli arcaici e cristiani; gli slanci
sentimentali verso un Dio prefissato, e poi l’idea di una Madre
beatificata, la natura, il cosmo.
Rebora fa della sua vita
interiore, della sua anima errante, “sola, raminga e stanca” il suo luogo poetico e allo
stesso tempo, la propria salvezza.
La “mania dell’eternità”, l’idea
della conversione e il finire verso una luce totalmente bianca pongono il
lettore davanti un’idea di poesia che si diffonde attraverso un codice più alto sia della vita
che della storia, della stessa parola: «Glauca s’impiuma la terra al
mattino». È un‘idea romantica di bellezza che dalla sua modernità si
ritrova nella stretta contemporaneità, con la sua rovina, con l’angoscia
di non poter trattenere un viaggio tutto proteso verso l’alto.
Ne viene fuori il turbamento del
primo Rèbora, l’unico che spesso si è riuscito a vedere, il Rèbora dei Frammenti Lirici e dei Canti Anonimi. Non che ci si sia sbagliati: «Mai più
io non ti vedo, stella mia» resta una delle chiuse più intense di una poesia lirica e verticale che
rende la vita difficile a molti
poeti che oggi vivono tra i surrogati prosastici del presente, in
una poesia di soffocamento e non in una poesia di respiro come nel caso
di Rèbora.
Gli amplessi caldi della
conversione, lo stare a metà tra
la carne e lo spirito, l’esperienza della guerra forte, sono
destinati presto ad essere sopraggiunti da una visione più ampia e neutrale:
il cambiamento, l’adesione ad un altro esistere (nuovo, ma complessamente
povero), un’invocazione muta simile a una preghiera.
Il dialogo del secondo Rèbora va,
come ha scritto Carlo Bo, ben oltre
la poesia. Finisce il mito ripetuto e abusato della conversione e
prende forma una poesia colma di sensi di pace, una poesia assoluta che
fluisce attraverso gli appunti, le preghiere, pensierini semplici che
vivono in sé fuori da ogni veridicità plastica.
La trascrizione poetica di una
fede, un patire inteso come forza misericordiosa, tutto questo chiede in
Rèbora uno stravolgimento delle ideologie. La linea su cui si muove il
poeta è sì quella dell’invocazione, ma ciò non impedisce di trasparire in
quella sua attenzione semplice e totale per il quotidiano. Una
ninna-nanna che scava nei tratti arcani della memoria; le dissolvenze di
un amore candido, il gesto immediato di una carezza e infine la scommessa, troppo feroce nei
nostri tempi, di poter credere in un Nome, fino all’ultimo respiro.
La voce più profonda di noi
stessi, una forma demistificata di divino, e ancora come scriveva Bo, l’immagine
più alta del nostro sangue assoluto: Dio invocato, e la ragione aperta
della vita.
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