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La
rivoluzione
Marco Guzzi
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Oggi la parola "rivoluzione" è quasi
impronunciabile. O ci ricorda le violenze e gli orrori del ciclo
giacobino-comunista (1789-1989), oppure qualche banalissimo slogan
pubblicitario.
La rivoluzione è rapidamente passata da ideale supremo, che
affascina o terrorizza, a semplice battuta che non significa più nulla.
Eppure l'idea di Friedrich Schlegel che il moto
rivoluzionario costituisca "la chiave di tutta la storia
moderna" resta più che mai valida.
E non è affatto vero che questo movimento trasformativo
vertiginoso si sia minimamente attenuato ora che qualche filosofo ha
decretato che saremmo entrati nell'epoca postmoderna.
Tutt'altro. Ci stiamo rendendo conto che la rivoluzione in
cui siamo immersi, forse addirittura dalla svolta copernicana in poi, è
in realtà un rivolgimento dalla portata antropologica.
Siamo perciò chiamati ad un inedito pensiero della
Rivoluzione in atto, la quale, se non viene appunto pensata, accade
semplicemente travolgendo la nostra umanità inconsapevole, come purtroppo
stiamo constatando.
Forse per trovare un significato post-ideologico del
concetto di Rivoluzione potremmo rileggere questo passo di Giordano
Bruno, di cui ricordiamo proprio in questi giorni l'orribile rogo a Campo
dei Fiori (17 febbraio 1600):
"La revoluzion dunque, ed anno grande del mondo, è quel
spacio di tempo in cui da abiti ed effetti diversissimi per gli opposti
mezzi e contrarii si ritorna al medesimo. Però ora che siamo stati nella
feccia delle scienze, che hanno parturita la feccia delle opinioni, le
quali son causa della feccia de gli costunmi ed opre, possiamo certo
aspettare de ritornare a meglio stati".
La rivoluzione dunque come moto di ritorno dagli abissi della
notte ad un nuovo giorno.
Un ritorno che è però sempre "en avant", come
cantava René Char, e cioè libero da qualsiasi nostalgia che non sia
quella del futuro.
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