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La
paurosa libertà degli orfani
ERALDO AFFINATI
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Questa è la storia di un viaggio all’indietro: sono partito
dallo spazio magnetico in cui vivo, fra i banchi e i gessi, ho risalito i
campi delle fughe solitarie, ancora cosparsi alla putredine dei sogni che
i miei scolari hanno lasciato lungo il percorso, e ora eccomi qui a
dettare il saldo conclusivo.
Abbiamo radici in comune: quello che succede a te, riguarda
anche me. Perfino quando pensiamo di averla
fatta franca, presto dobbiamo ricrederci: si prospera, e ci si decompone,
insieme. Non godere della vicinanza dei propri genitori, per un
motivo o per l’altro, apre un grande spazio di azione dove, prima o poi,
nel fiorire malato delle innumerevoli scelte da compiere, potremmo
smarrirci.
E se la paurosa libertà degli orfani fosse uguale a quella di tutti
gli esseri umani di fronte a Dio?
A cinquant’anni un uomo senza
figli può desiderarne uno; io invece, spinto da una potenza oscura che
brucia come un fuoco segreto dentro il mio stesso nome, cercavo i padri: quelli mancati,
soprattutto. Pensai di scrutarne le fisionomie nei volti dei giovani ai
quali insegno ogni giorno. Arrivano sulle sponde
del Bel Paese da ogni parte del mondo lasciandosi dietro, come rottami,
la povertà e l’indifferenza. Ho voluto risalire il fiume che li ha
portati fino a me. Controcorrente, attraverso di loro, mi sono
riconosciuto.
[…] Studio, in questi ragazzi, i
miei stessi limiti. Sono partito dal basso, dal niente, perché quel
basso, quel niente, me li avevano trasmessi mio
padre, mia madre. Sono stato solo forse più ancora di Hafiz,
Fazil e Said: non ho
avuto la possibilità di vivere in una comunità, non ho incontrato nessun adulto credibile.
I valori ai quali oggi m’aggrappo
li ho conquistati a pezzi e bocconi, nell’avvilimento, nella vergogna,
nell’arroganza, nell’egoismo.
Scruto nei miei allievi le
radici spezzate perché anch’io sono vissuto così: con l’amarezza e lo
sconforto di non saper dove sbattere la testa, col senso di vertigine che
nasce quando non sai a chi appoggiarti, nel momento
in cui non hai più l’incoscienza dei bambini e non possiedi ancora il
disincanto della maggiore età.
Soprattutto la solitudine posso
dire di aver sperimentato, fino al punto di esserne diventato un atleta: culturista del vuoto interiore. Nessun paesaggio, nessuna vegetazione, solo il pensiero
mentre frulla in un battito d’ali incapaci di prendere il volo. Stelle che si frantumano sulla vernice scorticata nel
serbatoio del motorino.
©
E. Affinati, La città dei ragazzi,
Mondadori 2008
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