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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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                                                rivista di letterature & dintorni

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"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa IN PURISSIMO AZZURRO veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

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La gioia e il lutto

di Paolo Ruffilli,

metafora della vita

moderna

 

di LUIGI DE ROSA

 

 

La gioia e il lutto è il titolo di un originale poemetto di 1590 versi dedicati da Ruffilli  a mia figlia e a tutti i figli del mondo”, cioè ai giovani del nostro tempo. (“La verità è che / nascendo o morendo/ non c’è, in fondo“/ mi ha detto mia figlia / piangendo, / nessun rispetto / per la dignità della vita / nel mondo"). Basta leggere i giornali, navigare in Internet, guardare le televisioni, per avere la conferma di questa saggia e incontrovertibile osservazione.

L’originalità di questo felice libro del noto scrittore reatino di origine forlivese (laureato in Lettere a Bologna, da anni vive a Treviso, e opera come poeta, saggista, consulente e direttore editoriale) non risiede soltanto nell’insolito e tragico argomento trattato (“Passione e morte per AIDS“ è il sottotitolo) ma nello stesso impianto, nella struttura secondo cui si snodano i circa 1600 versi, senza titoli e senza numerazioni, a rappresentare drammaticamente, con un linguaggio asciutto, parco di aggettivi, il precipitare doloroso e inarrestabile del giovane malato terminale verso la morte e l’oltre, in una suddivisione per frammenti - alcuni dei quali in carattere corsivo - separati solo da spazi bianchi.

Gli stessi versi brevi (prevalentemente quinari e settenari), punteggiati da rime secche e funzionali, imprimono al testo una rapidità incalzante e incoercibile, e sembrano scritti non solo per essere letti, nel tradizionale silenzio, dal singolo lettore, ma anche per essere recitati, in un coinvolgente spettacolo teatrale, dai vari “personaggi” del poema-dramma (lo stesso giovane colpito, il padre, gli amici …) in un alternarsi da tragedia greca su cui incombe il Fato in versione moderna. E durante la lettura-recita si affollano i flash-back, le riflessioni e le riconsiderazioni sulla vita, sulla morte, sul mondo attuale e di sempre, le nostalgie delle piccole e grandi cose, i rimorsi fondati o infondati, le scoperte tardive ma folgoranti.

Un “rimorso” particolarmente doloroso, ad esempio, è quello del genitore che teme di avere sbagliato tutto col proprio figlio. Ma una “scoperta” forte è anche quella dell’importanza assoluta dell’Amore: “Strappare via chi ami / dal cuore della carne / in cui si annida / è come sradicare / la quercia dalla terra“. La musicalità dolce e amara nel contempo,  che, come un fiume carsico, scorre per tutto il poema, contribuisce a conferire alla poesia di Ruffilli  -  poesia allo stato incandescente -  il timbro della rappresentatività di miseria e grandezza dell’essere umano immerso nel dolore dell’esistenza.

L’originalità di questo libro non consiste però soltanto nell’argomento, nella tecnica, nel linguaggio poetico (chiaro e comprensibile a tutti e, proprio per ciò, specificamente efficace). L’originalità risiede anche nell’approccio  ai problemi fondamentali dell’ Umanità dai tempi antichi ai nostri giorni, nella prospettiva da cui vengono interpretate ed espresse artisticamente  - nell’emozione e nella pietà, nello sdegno e nella incoercibile speranza di salvezza  -  la vita, la malattia, la morte, l’eventuale (sperato o negato) mondo dell’aldilà.

Ad esempio, la malattia, l’ AIDS (“subdola”, “impietosa” e “ degradante”), “non è per niente / la piaga biblica / non è la punizione / per i mali del mondo / non è un castigo / ma un delitto atroce / un’offesa alle persone / della natura indifferente / e a portarne la croce / negli anni cardinali / della loro vita / è la schiera folta / e non cattiva / dei giovani / finiti alla deriva /sotto la cappa nera / per una colpa vaga / di slancio e delusione / frutto dell’età / e per la confusione / di parti e di obiettivi. / Lasciati privi / del tutto di difesa…”. Dalla Natura matrigna di Leopardi alla Natura indifferente di Lucrezio, anzi, alla Natura bivalente, negativa per il singolo individuo ma  positiva per la specie. Posizione netta, quella di Ruffilli, che non manca e non mancherà di essere oggetto di discussioni e di “ distinguo“, a seconda del versante ideologico o religioso da cui si osservano e si giudicano questi problemi, e delle varie “soluzioni” proposte.

L’importante è  il constatare che il libro costituisce  nel suo campo (quello poetico e letterario) un capolavoro, un’altra promessa mantenuta da quel Paolo Ruffilli scoperto e “lanciato”, nel 1977, a ventotto anni e con tre libri all’attivo, dal Premio Nobel Eugenio Montale, in una trasmissione radiofonica alla R.A.I. (“un giovane poeta che desidero segnalare per il suo indubbio talento, Paolo Ruffilli… per il futuro ci riserverà qualche piacevole sorpresa”). Il concetto della incolpevolezza umana sembra ribadito anche dalla struggente illustrazione che avvolge il libro in copertina e, replicata, in quarta: la stupenda Pietà (Pietà Dona delle Rose) di Giovanni Bellini, dove il giovane morto di AIDS è simboleggiato dal Cristo, morto innocente per un Male ingiusto, e, deposto dalla croce, riverso all’indietro nel grembo della Madre (che in questo caso dovrebbe simboleggiare entrambi i genitori del giovane, e che nonostante sia distrutta dal dolore lo sorregge con un amore senza fine).

Ma, dicevamo, la Morte… Anche nei riguardi della Morte l’atteggiamento del poeta è chiaro e netto:

                                           Oh, la moderna morte

                                           occultata depurata

                                           dalla decomposizione

                                           resa esterna finita

                                           sigillata in ospedale

                                           sterilizzata apparente

                                           senza puzzo né rumore

                                           per terrore cancellata

                                           dai discorsi bandita

                                           esiliata sospesa

                                           camuffata tolta di mezzo

                                           per interesse di bottega

                                           privata di valore

                                           eppure lì presente

                                           oltre la pretesa

                                           sua smentita…”

 

D’altronde, aggiunge l’autore avviandosi alla conclusione, “Senza la morte/ non ci sarebbe niente / né società né storia / non l’avvenire / e neppure la speranza./ E’ la condizione / necessaria / per la sopravvivenza / della specie". Le certezze cominciano forse a vacillare, piuttosto, laddove il poeta si sforza, più col cuore che con la ragione, di squarciare il velo del mistero - tenace e impenetrabile - dell’oltre la morte, dell’ aldilà. Qui si possono nutrire o esprimere soltanto supposizioni, ipotesi, o atti di fede sia in senso positivo che negativo, o confessioni di agnosticismo. Ma Ruffilli poeta si sbilancia:  Per tutto quello / che non vedo, / io credo, / qualcosa resterà / di noi. La parte / più sottile / e più leggera / volerà via / e troverà la strada / da cui passare / dentro il giardino / nel retro del mondo…/ ove fluisce un grande / fiume di energia…/…nello splendore / cosciente della luce.” Là, in quel Paradiso  poeticamente laico, la “parte più leggera dell’uomo“ (lo spirito? L’anima immortale?) “se ne starà sommersa / nel mare di dolcezza/ e scoprirà di colpo / la sua pace assoluta“. Alla fine, la Gioia consisterà nella pace assoluta dopo una continua guerra, e nello splendore della luce dopo un’alternanza di luci opache e di ombre angosciose? Oppure la gioia e il lutto si rincorreranno in un’alternanza dialettica infinita, come suggeriscono anche i versi: “L’orma, appassita / eppure intanto rifiorita, / di ogni cosa“?

 

Che delicatezza, in quell’ “intanto”, per il quale non c’è soluzione di continuità… Ed in quel “rifiorita”, che si riferisce non ai soli organismi biologici, ma ad ogni “cosa” . Solo il cuore e la mente di un grande poeta sanno trovare, ogni tanto, un impeto di energia fantastica così potente da sollevare i poveri mortali al di sopra delle miserie di ogni giorno, in un empireo di dolcezza.

 

 

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