|

La gioia e il
lutto
di Paolo Ruffilli,
metafora della vita
moderna
di LUIGI
DE ROSA
La gioia e il lutto è il titolo di un originale
poemetto di 1590 versi dedicati da Ruffilli “a mia figlia e a tutti i figli del
mondo”, cioè ai giovani del nostro tempo. (“La verità è che / nascendo o
morendo/ non c’è, in fondo“/ mi ha detto mia figlia / piangendo, /
nessun rispetto / per la dignità della vita / nel mondo"). Basta leggere i giornali, navigare in Internet, guardare
le televisioni, per avere la conferma di questa saggia e incontrovertibile
osservazione.
L’originalità di questo felice
libro del noto scrittore reatino di origine forlivese
(laureato in Lettere a Bologna, da anni vive a Treviso, e opera come
poeta, saggista, consulente e direttore editoriale) non risiede soltanto
nell’insolito e tragico argomento trattato (“Passione e morte per AIDS“ è
il sottotitolo) ma nello stesso impianto, nella struttura secondo cui si
snodano i circa 1600 versi, senza titoli e senza numerazioni, a
rappresentare drammaticamente, con un linguaggio asciutto, parco di
aggettivi, il precipitare doloroso e inarrestabile del giovane malato
terminale verso la morte e l’oltre, in una suddivisione per
frammenti - alcuni dei quali in carattere corsivo - separati solo da
spazi bianchi.
Gli stessi versi brevi (prevalentemente
quinari e settenari), punteggiati da rime secche e funzionali, imprimono
al testo una rapidità incalzante e incoercibile, e sembrano scritti non solo per essere letti, nel tradizionale
silenzio, dal singolo lettore, ma anche per essere recitati, in un
coinvolgente spettacolo teatrale, dai vari “personaggi” del poema-dramma (lo stesso giovane
colpito, il padre, gli amici …) in un alternarsi da tragedia greca su cui
incombe il Fato in versione moderna. E durante la lettura-recita si affollano i flash-back, le riflessioni e le
riconsiderazioni sulla vita, sulla morte, sul mondo attuale e di sempre,
le nostalgie delle piccole e grandi cose, i rimorsi fondati o infondati,
le scoperte tardive ma folgoranti.
Un “rimorso” particolarmente
doloroso, ad esempio, è quello del genitore che teme di avere sbagliato
tutto col proprio figlio. Ma una “scoperta”
forte è anche quella dell’importanza
assoluta dell’Amore: “Strappare via chi ami / dal cuore della
carne / in cui si annida / è come sradicare / la quercia dalla
terra“. La musicalità dolce e amara nel contempo, che, come un fiume carsico,
scorre per tutto il poema, contribuisce a conferire alla poesia di Ruffilli
- poesia allo stato
incandescente - il timbro della
rappresentatività di miseria e grandezza dell’essere umano immerso nel
dolore dell’esistenza.
L’originalità di questo libro
non consiste però soltanto nell’argomento, nella tecnica, nel linguaggio
poetico (chiaro e comprensibile a tutti e, proprio per ciò,
specificamente efficace). L’originalità risiede anche nell’approccio ai problemi
fondamentali dell’ Umanità dai tempi antichi ai nostri giorni, nella
prospettiva da cui vengono interpretate ed espresse artisticamente - nell’emozione e nella pietà, nello
sdegno e nella incoercibile speranza di salvezza -
la vita, la malattia, la morte, l’eventuale (sperato
o negato) mondo dell’aldilà.
Ad esempio, la malattia, l’ AIDS (“subdola”, “impietosa” e “ degradante”), “non
è per niente / la piaga biblica / non è la punizione / per i mali del
mondo / non è un castigo / ma un delitto atroce / un’offesa alle
persone / della natura indifferente / e a portarne la croce /
negli anni cardinali / della loro vita / è la schiera folta / e
non cattiva / dei giovani / finiti alla deriva /sotto la cappa nera / per
una colpa vaga / di slancio e delusione / frutto dell’età / e per la
confusione / di parti e di obiettivi. / Lasciati privi / del tutto di
difesa…”. Dalla Natura matrigna di Leopardi alla Natura indifferente
di Lucrezio, anzi, alla Natura bivalente, negativa per il singolo
individuo ma positiva
per la specie. Posizione netta, quella di Ruffilli,
che non manca e non mancherà di essere oggetto di
discussioni e di “ distinguo“, a seconda del versante ideologico o
religioso da cui si osservano e si giudicano questi problemi, e delle
varie “soluzioni” proposte.
L’importante è il constatare che il libro
costituisce nel suo campo (quello
poetico e letterario) un capolavoro, un’altra
promessa mantenuta da quel Paolo Ruffilli
scoperto e “lanciato”, nel 1977, a ventotto
anni e con tre libri all’attivo, dal Premio Nobel Eugenio Montale, in una
trasmissione radiofonica alla R.A.I. (“un giovane poeta che desidero
segnalare per il suo indubbio talento, Paolo Ruffilli…
per il futuro ci riserverà qualche piacevole sorpresa”). Il concetto della incolpevolezza umana sembra ribadito anche dalla
struggente illustrazione che avvolge il libro in copertina e, replicata,
in quarta: la stupenda Pietà (Pietà Dona delle Rose) di Giovanni
Bellini, dove il giovane morto di AIDS è simboleggiato dal Cristo, morto innocente per un
Male ingiusto, e, deposto dalla croce, riverso all’indietro nel grembo
della Madre (che in questo caso dovrebbe simboleggiare entrambi i
genitori del giovane, e che nonostante sia distrutta dal dolore lo sorregge
con un amore senza fine).
Ma, dicevamo, la Morte… Anche nei riguardi
della Morte l’atteggiamento del poeta è chiaro e
netto:
“Oh, la moderna
morte
occultata depurata
dalla decomposizione
resa esterna finita
sigillata in ospedale
sterilizzata apparente
senza puzzo né rumore
per terrore cancellata
dai discorsi
bandita
esiliata sospesa
camuffata tolta di mezzo
per interesse di bottega
privata
di valore
eppure lì presente
oltre la pretesa
sua smentita…”
D’altronde,
aggiunge l’autore avviandosi alla conclusione, “Senza la morte/ non ci sarebbe niente / né società né storia / non l’avvenire
/ e neppure la speranza./ E’ la condizione /
necessaria / per la sopravvivenza / della specie". Le
certezze cominciano forse a vacillare, piuttosto, laddove il poeta si
sforza, più col cuore che con la ragione,
di squarciare il velo del mistero - tenace e impenetrabile - dell’oltre
la morte, dell’ aldilà. Qui si
possono nutrire o esprimere soltanto supposizioni, ipotesi, o atti di
fede sia in senso positivo che negativo, o
confessioni di agnosticismo. Ma Ruffilli poeta
si sbilancia: “
Per tutto quello / che non vedo, / io credo, / qualcosa resterà
/ di noi. La parte / più sottile / e più leggera / volerà via / e troverà
la strada / da cui passare / dentro il giardino / nel retro del mondo…/
ove fluisce un grande / fiume di energia…/…nello
splendore / cosciente della luce.” Là, in quel Paradiso poeticamente
laico, la “parte più leggera dell’uomo“ (lo spirito? L’anima immortale?)
“se ne starà sommersa / nel mare di dolcezza/ e scoprirà di colpo / la
sua pace assoluta“. Alla fine, la Gioia consisterà nella pace
assoluta dopo una continua guerra, e nello splendore della
luce dopo un’alternanza di luci opache e di ombre
angosciose? Oppure la gioia e il lutto si rincorreranno in
un’alternanza dialettica infinita, come suggeriscono anche i versi: “L’orma,
appassita / eppure intanto rifiorita, / di ogni
cosa“?
Che delicatezza, in quell’ “intanto”, per il quale non c’è soluzione di
continuità… Ed in quel “rifiorita”, che si riferisce non ai soli organismi
biologici, ma ad ogni “cosa” . Solo il cuore e la mente di un grande poeta sanno trovare, ogni tanto, un impeto di
energia fantastica così potente da sollevare i poveri mortali al di sopra
delle miserie di ogni giorno, in un empireo
di dolcezza.
Scrivi
il tuo commento:
redazione [at] inpurissimoazzurro.org
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Copyright © Luigi De Rosa [All rights reserved – Tutti i
diritti riservati]
|