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“Il canto dell’upupa” di
Roberto Mistretta
a
Nel raggio di tenebra
una voce contro
l’orrore dei nostri inferni
quotidiani
di MARIA DI LORENZO
Difficile
parlare di una trama poliziesca senza svelarla e, svelandola, farle
perdere inevitabilmente il suo alone di fascino e di novità agli occhi
dei futuri lettori, ma questo romanzo di Roberto
Mistretta, Il
canto dell’upupa, appena pubblicato da Cairo Editore, è un libro assolutamente da leggere. Innanzitutto per due motivi: Mistretta scrive magnificamente e le sue storie, che
per comodità si possono definire noir ma sono molto di più, soverchiano di molte spanne
i libri che affollano i banconi delle nostre luccicanti librerie
metropolitane.
Il
protagonista de Il canto dell’upupa è un maresciallo
dei Carabinieri, Saverio Bonanno, un uomo tutto sommato normale, se si
può usare questa parola senza apparentarla a un insulto. Bonanno non è un
superuomo, al contrario ha
pregi e difetti, come ogni uomo su questa terra. Ha un passato da
dimenticare, uno scacco sentimentale che ancora gli artiglia il cuore, e nella
piccola città di Villabosco deve dipanare una
matassa sempre più ingarbugliata e maleodorante.
Come
in quel gioco enigmistico dove bisogna unire tutti i puntini sulla carta per
avere alla fine la figura misteriosa, il maresciallo troverà al termine
della storia l’oscuro bandolo della matassa investigativa
ma la scoperta per lui non sarà affatto indolore. Sarà come
mettere i piedi dentro un orrendo verminaio e svelare quella faccia sempre nascosta della
luna dove prospera il sopruso più infame, l’oltraggio alle creature più
deboli e indifese.
Roberto
Mistretta racconta una storia di abusi sessuali ma lo fa senza compiacimenti e senza
finti moralismi, per questo la sua denuncia è ancora più efficace. Lo
scrittore di Mussomeli (l’immaginaria Villabosco del romanzo) padroneggia una materia incandescente
a cui imprime un ritmo narrativo scorrevole e coinvolgente, apparentemente
semplice ma in realtà sorvegliatissimo, dove pietas e indignatio si fronteggiano a
chiasmo sorrette da una lingua duttile, estremamente aderente alle cose e
al tempo stesso ricca di vibrazioni interiori, in cui le parole sanno ferire,
spesso, come coltelli affilati e, a volte, addolcire le pene segrete del
cuore come carezze leggere passate furtivamente sul viso. In ogni caso,
il lettore è sempre coinvolto al massimo nella trama raccontata e non può
mollare il libro finchè non è arrivato, con un
groppo alla gola, alla parola fine.
Il canto dell’upupa è un libro a più voci,
in cui tutti i personaggi, non soltanto il protagonista, sono disegnati
con grande maestria e finezza narrativa, una polifonia di voci e di volti,
di persone che non restano sulla carta ma che si muovono e vivono incredibilmente
di vita propria. In nessuna parte del romanzo, infatti, si avverte la “mano”
dello scrittore ed è come se il racconto si dipanasse da sé: qui sta il grande pregio del romanziere siciliano ed è poi, come sappiamo,
anche il contrassegno più autentico di ogni scrittore “vero”.
Mistretta ha
impiegato più di dieci anni per uscire dalle “catacombe” delle nostre
patrie lettere – dove sono relegati quegli scrittori dotati solo del pedigree del proprio talento personale – ma di lui, a differenza
di tanti altri, sono certa che sentiremo parlare a lungo.
[Copyright © Maria Di Lorenzo – In
Purissimo Azzurro. All rights
reserved]

“Forse gli angeli somigliano alle persone
ed è per questo che non si fanno
riconoscere…”
Un assaggio
de Il canto dell’upupa di Roberto Mistretta

[Copyright © Roberto Mistretta - All
rights reserved]
Sciuri sciuriddu nicu nicu
non è pumu e non è
ficu.
Sciuri sciuriddu dunci dunci
tocca tocca e nun ti punci.
Dove
sei? Dove sei? Perché non mi rispondi? Ti ho
fatto qualcosa? Sei arrabbiato con me? Stanotte sono andato sulla
terrazza. Ho portato il telescopio per cercarti, ma tu non c’eri. Ho anche inciampato nella scala di legno, quella
piccola di papà, che non lo so perché la tiene
lì accanto alla camera mia, è vecchia e scrostata, e non si chiude più…
Ce
l’hai con me?
Sai,
stanotte ho chiesto anche a Gesù
di aiutarmi. L’ho pregato di trasformarmi in farfalla per volare lontano
o anche in rondine. Ma Lui non mi ascoltava. Era
voltato dall’altra parte. Io chiamavo ma non mi
sentiva. Allora ho gridato, Lui si è girato, l’ho guardato dritto negli
immensi occhi blu. Piangeva. Proprio come me. E allora ho urlato davvero.
La mamma è corsa al mio letto. Non ero diventato
rondine. E nemmeno farfalla. Gesù non mi vuole bene. E
forse neanche tu. E io sono un bambino cattivo.
Sciuri sciuriddu crisci crisci
tira tira e nun finisci.
Sciuri sciuriddu ranni ranni
joca joca e nun fa danni.
La
mamma mi ha ripetuto che ogni bambino ha il suo angelo custode che lo
protegge, ma gli angeli sono invisibili, il buon Gesù
non ce li fa vedere perché ci piacerebbe diventare come loro. Mamma ha
ragione. Io non ti ho mai visto, ma mi piacerebbe
diventare un angelo. Mamma me lo ripete ogni mattina, prima di andare a
lavorare, quando mi accompagna a scuola: sei il mio angelo piccolo mio. E anche la sera quando
rientra, mi bacia e ripete che sono il suo angioletto. Poi si sdraia sul
divano, mi ruba il telecomando e aspetta che papà serva la cena. Mamma
ascolta telegiornali, dice che bisogna essere informati. La mamma è in
gamba. Le voglio tanto bene, vorrei dirle di te che non mi ascolti, ma neanche lei mi può ascoltare.
Papà
lavora la mattina e a volte il pomeriggio giochiamo con il trenino rosso
e nero. Papà mi ha comprato dei giornalini di indiani
e cow-boy. Mi piace leggere, papà ha comperato
altri giornaletti. Tanti altri. Una volta ha portato i giornali con
quelle signore tutte nude con le mammelle grosse e i signori pelosi, nudi
pure loro. Mi raccomando: è un segreto tra noi maschi. Se lo dici alla mamma la farai piangere e lei ti chiuderà in collegio.
Ora
ti insegno una canzone ha detto prendendomi la
mano.
Sciuri sciuriddu nicu nicu
non è pumu e non è
ficu.
Sciuri sciuriddu dunci dunci
tocca tocca e nun ti punci.
Allora ho chiuso gli occhi e ho pensato: il mio angelo
custode adesso compare e mi porta via.
Sciuri sciuriddu crisci crisci
tira tira e nun finisci.
Sciuri sciuriddu ranni ranni
joca joca e nun fa danni.
Ma
tu non sei venuto e la mia mano era calda e
sporca.
Quando,
dopo le prove della recita, Michele non si era fatto più vedere, Vanessa
era andata a cercarlo, la porticina era chiusa dal di
dentro e ora se ne stava lì accucciata davanti al buco vestita da
Madonna. Era rossa in faccia e sudaticcia. Con quei veli si sentiva
strozzare, e morire di caldo.
Michele
quel giorno appena arrivato, l’aveva chiamata da parte, si era frugato
nelle tasche e aveva tirato fuori una barretta di cioccolato piena di
nocciole, di quelle barrette che si trovano sotto l’albero a Natale o
nella calza della Befana se ti sei comportato veramente bene durante
l’anno. Era triste e parlava poco. Vanessa aveva mangiato la cioccolata,
senza parlare. Poi la maestra li aveva chiamati e
erano cominciate le prove. - Bravi, siete bravi,
- diceva sempre la signorina. - Vanessa, sei una Madonna bellissima e bravissima,
e tu, Michele, come angelo ci sai proprio fare. Muovi le ali, muovi le ali, - e lui le muoveva.
Poi
il sole era andato via e i primi genitori si erano presentati a prendersi
i figli. Vanessa aveva trafficato con l’ultimo telo dei tre veli del vestito
da Madonna, e quando finalmente era riuscita a liberarsi, si era voltata
in cerca di Michele e non lo aveva visto più.
La
maestra era impegnata con la mamma di Paolo Vaccaro,
suo marito, Giuseppe, il papà di Gesù. Un bambino secco come un’acciuga con il naso aguzzo e due
dentoni in fuori, che quando alla ricreazione li piantava nella focaccia
sembravano due zanne di tricheco. Aveva preso sul serio la recita,
la amava molto e la madre si lamentava che a casa non faceva
più i compiti, lui che era tanto bravo, e se ne stava sempre
inginocchiato accanto al bambolotto di sua sorella, zitto e fermo per
tutto il giorno.
Vanessa
si guardò intorno e quando davanti alla porta dell’aula non ci fu più
nessuno, uscì piano piano tenendosi un lembo
del vestito, come aveva visto fare in uno sceneggiato tivù a un’attrice un po’ grassoccia vestita da dama.
Michele
era nel buco, ci aveva visto giusto. Non si era
accorto di lei. Continuava a cantare Sciuri sciuriddu e a parlare con un
signore misterioso. Non si capiva niente, solo che era tristissimo, ma
parlava, parlava…
L’amico
di papà si chiama Giovanni. Non è uno zio vero perché io di zii non ne ho. E’ un signore alto e magro, con pochi
capelli e i denti storti. Mi ha dato il regalo e mi ha accarezzato il
mento, un po’ piano e un po’ forte. Puzzava molto di capra e di fumo.
Papà
ha detto ecco il mio ometto, un amore di bimbo dolce come lo zucchero e
tenero come una caramella. Da mangiare in un boccone.
-
Ho la partita all’oratorio - ho detto - i miei amici mi
stanno aspettando. Anche padre Ernesto mi
aspetta.
Niente
partita Michelino, oggi giochi con noi. Abbiamo
comprato una vaschetta di gelato da Tony, me lo ha servito Menica che ti
piace tanto e ti saluta. Sai che facciamo? Ce lo
mangiamo senza la paletta. Tu imbocchi lo zio e io imbocco
te. E’ un gioco.
Ho
sentito gridare nella mia testa, un battito di ali
volava lontano, per terra c’erano piume bianche e sulle piume cadeva la
pioggia dagli occhi e le piume son cresciute e
sono diventate bocche nere che mangiavano lo zio e papà, e dalle bocche
venivano fuori tanti vermi che li coprivano. Vermi biancastri e allora ho
capito cosa c’era dentro papà e dentro lo zio Giovanni.
Poi
è tutto finito. Così com’era cominciato. Ma so
che ricomincerà ancora e ancora e ancora ma ora so con chi parlare. Ho un
amico vero. L’ho conosciuto l’altro giorno a scuola, quando è venuto a
sistemare delle lampadine che non funzionavano. E’ tanto buono, non come
papà e zio Giovanni.
Forse
gli angeli somigliano alle persone ed è per questo che
non si fanno riconoscere. Forse è lui il mio angelo. L’ho capito da come
mi ha difeso dal bidello, quello grosso pelato e cattivo che mi voleva
prendere a ceffoni perché scivolavo nel corridoio lucido.
Ha
detto che se solo si azzardava a toccarmi gli staccava il braccio e
chiamava i carabinieri e lo faceva arrestare. Il bidello se ne è andato livido, somigliava a Calimero tanto era
nero. Il signore mi ha dato la mano e si è presentato, ha detto di
chiamarsi Mansueto e fa l’elettricista.
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“Sono un uomo che attraversa
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Lo scrittore Roberto Mistretta
si racconta a Salvo Zappulla

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