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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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Turi VasileIntervista a Turi Vasile

 

 

di Paolo Aragona

 

 

 

D - Sei nato a Messina e cresciuto a Capo d’Orlando, ma rivendichi sempre con orgoglio le tue origini lentinesi. Perché?

 

R - Sono nato biologicamente a Messina ai piedi del Faro chiamato San Raineri posto a salvaguardia della falce che protegge la città dai rigori dello Stretto - falce che diede a Messina il nome greco di Zancle. Nulla ricordo della mia nascita; le prime percezioni del mondo le ricevetti in tenera età a Capo d’Orlando in un semaforo in disarmo della Regia Marina. La mia prima conoscenza di cui ho ancora viva memoria la feci col vento che urlava nei fili del telegrafo e mi incuteva paura e sicurezza la notte. Non sapevo di essere capitato di fronte alla reggia del vento e alle Isole Vaganti che, pur ferme, sembravano navigare sulla linea dell’orizzonte. Debbo le mie origini lentinesi a mio padre nato nella città dedicata a Sant’Alfio e patria di Gorgia e del sofisma. Il mio attaccamento a Lentini nasce tuttavia dal fatto che vi vivevano stentatamente i miei parenti più poveri e forse anche per questo più cari e perché vi erano depositati i ricordi della tormentata adolescenza di mio padre.

 

D - Cosa ha significato per te lasciare la tua Sicilia?

 

R - Non ho ritegno nel confessare che lasciare la Sicilia fu il sogno dei miei diciotto anni. Come i personaggi di Cechov invocavano Mosca, così la gioventù messinese invocava Roma e io con essa. Roma era la capitale del fascismo, vi risiedeva il Duce, sembrava che lì si potesse partecipare ai destini d’Italia, mentre Messina rappresentava - allora Anni Trenta - solo una periferia sia pure attiva e impegnata. Lasciare la Sicilia non fu, in ogni modo, una mia decisione né una mia iniziativa personale. Mio padre, sottufficiale della Regia Marina, fu trasferito a Roma, allo Stato Maggiore, e la famiglia naturalmente lo seguì.

 

D - Quando hai deciso di dedicarti al cinema? Come ci sei riuscito?

 

R - Devo dire che a Roma trovai cordiale accoglienza sugli echi della mia partecipazione al teatro Guf (dei gruppi universitari fascisti) di Messina, che era affidato al prestigioso Enrico Fultignoni. Fui in breve tempo nominato Direttore dell’importante Teatro Guf di Roma. Lì si formarono le speranze del Teatro a venire: Anna Proclemer, Giulia Masina, Marcella Govoni, Lia Turci. Facevano parte del settore maschile De Concini, Caprioli, Donucci e tanti altri come attori, e Ruggiero Jacobbi, Gerardo Guerrini, Mario Beltramo, Lucio Chiavarelli come registi. Partecipavano ai nostri numerosi covegni e dibattiti Rosario Assunto, Antonio Santoni Rudgiu, Siro Angeli, Enrico Ribulsi, Giorgio Petrocchi, Vito Pandolfi. Tra le personalità che ispiravano e fiancheggiavano le nostre attività: Diego Fabbri, Cesare Vico Lodovici e Ugo Betti.

 

D - Hai conosciuto e hai lavorato con i più grandi registi e attori del cinema italiano. Chi ti è rimasto di più nel cuore?

 

R - Devo a Ugo Betti il mio ingresso al cinema. Frequentavo settimanalmente il suo salotto, io piccolo provinciale del profondo Sud, e vi incontravo fra tanti altri Eurialo De Michelis, Arnaldo Frateili, Orazio Costa, Augusto Genina. Poiché ero disoccupato, a quest’ultimo mi raccomandò autorevolmente Betti di cui godevo forse immeritata stima. Genina mi assunse subito come aiuto nel suo film Bengasi sebbene fossi del tutto digiuno del mestiere cinematografico. Entrai così a diciotto anni per l’ingresso principale di Cinecittà, destinato a lavorare nel già famoso Teatro 5.

 

D - Lina Wertmüller racconta di essersi allontanata dal Pci nel 1956, dopo i fatti dell’Ungheria. «Essere di sinistra» ha detto, «era, ed è stata per cinquant’anni, una moda culturale, ma anche una necessità per fare parte del giro giusto». Tu sei un uomo religioso e un cattolico senza compromessi: come hai potuto rimanere nel mondo del cinema dove, dal dopoguerra in poi, per ammissione della stessa Wertmüller, se non ci si professava di sinistra, non si lavorava?

 

R - Il cinema italiano del dopoguerra nacque per iniziativa dei cattolici: La porta del cielo di De Sica, Il testimone di Germi, Un giorno nella vita di Blasetti, Fabiola e tanti altri. Tutti i cineasti lavoravano per noi: da Zavattini a Lattuada, a De Sica a Zampa poiché eravamo si può dire gli unici o i più importanti produttori del momento. Poi a poco a poco i registi furono attratti dalla retorica della sinistra che consentiva loro un libertinaggio battezzato libertà e più lauti guadagni. Non ultima la possibilità di arricchirsi e di professarsi al tempo stesso di sinistra. Eppure molti film da loro realizzati puntavano al lenocinio e davano spesso della vita una visione borghese e decadente. Da segnalare tuttavia alcuni film impegnati che denunciavano il dilagare della corruzione ambientale sotto gli occhi di una magistratura che doveva risvegliarsi accanita più tardi quando la solidarietà di una nuova classe politica glielo permise.

 

D - La tua produzione, tra cinema, teatro e narrativa è veramente ricca. Ma c’è qualcuno dei tuoi progetti che non è andato in porto e che particolarmente rimpiangi?

 

R - Presi gusto alla produzione e insieme con Diego Fabbri fondai una società cinematografica. Da allora ideai e realizzai quasi cento film, con molti registi assai importanti da Zampa ad Antonioni, a Pietrangeli, a Brusati, a Rossellini, all’infido Fellini, ai francesi Lautner, Vadim, Allegret, Cayatte. Nel cuore tuttavia mi sono rimasti i film che non sono riuscito a fare, veri capolavori di cui non è dato modo di dubitare dal momento che non esistono. Il terremoto di Messina, Il Diavolo della bottiglia di Stevenson e altri che a nominarli mi si rinnova il rimpianto.

 

D - Alla tua età continui ad essere produttivo, a scrivere articoli, hai appena pubblicato un volume di racconti, Morgana, che in pochi mesi è già alla seconda edizione. Cosa ti dà questa energia? Hai ancora dei sogni?

 

R - Sogni? Scrivere. Non compromettere gli altri in giochi talvolta rischiosi. Io solo davanti al foglio bianco da riempire con la biro e con la mia fantasia. Il successo della mia ultima raccolta di racconti Morgana mi incoraggia e mi spaventa.

 

D - La televisione e i media oggi sembrano dirci che l’amore non esiste più o, almeno, ce lo presentano come un bene di consumo al pari degli altri. I matrimoni iniziano e finiscono in un lampo. Alle prime difficoltà le coppie preferiscono rinunciare. Le famiglie si disgregano. I figli sono disorientati. Cosa è stato ed è per te l’amore?

 

R - I casi dolorosi della mia vita mi hanno fatto scoprire il primato dell’amore coniugale che nasce quando tutti gli altri amori muoiono. E appunto La Vita Coniugale sarà il titolo della mia prossima raccolta di racconti se mi sarà concesso di portarla a termine.

 

D - Cosa diresti, oggi, a un giovane credente che volesse dedicarsi al cinema, al teatro o alla letteratura, i grandi amori della tua vita?

 

R - Dovrei dire quel che banalmente e solitamente un padre dice al proprio figlio: "Ti sconsiglio di fare il mio stesso mestiere, la mia stessa professione". Non so quanto ci sia sempre sincerità in questa risposta; presumo che molti genitori rispondano così perchè si sentono frustrati e insoddisfatti, avrebbero aspirato a una maggiore soddisfazione e a un maggior successo da assicurare ai propri figli. Oppure presumono di aver raggiunto il massimo - o quasi - della loro carriera e non vorrebbero che i propri figli ne restassero indietro. Quanto a me, ho paura che la mondana notorietà, il miraggio di una "bella vita" possano influenzare la scelta di mio figlio. Cercherei di dissuaderlo in tutti i modi; pronto tuttavia a cedere sulla base della qualità della sua ostinazione, a condizione che accetti di rispondere alla sua vocazione cominciando dalle mansioni più umili. Dico questo forse perchè influenzato dalla esperienza che ho vissuto con mio figlio, o anche dal fallimento di tanti giovani che si sono illusi inventandosi subito registi o primedonne.

 

D - Quanto la fede che ha accompagnato la tua lunga vita riesce a illuminare i passi che ancora devi compiere?

 

R - Quanto alla fede, non ne parlerei e non ne parlo. Essa dev’essere una assimilazione solitaria, personale e sofferta; forse l’esempio può costituire un tentativo di persuasione occulta; mai tenterei di esercitare apertamente la mia influenza. La fede è un segreto intimo, inviolabile che ciascuno deve conquistare da sé, anche attraverso il dubbio.

 

 

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