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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa IN PURISSIMO AZZURRO veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

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ruffilliOltre l’abbaglio dell’evidenza

 

Intervista a Paolo Ruffilli

 

di ROBERTO TAIOLI

 

D - Anni fa sono venuto a contatto con la tua poesia partendo da Camera oscura, la tua ultima raccolta, e poi, in un cammino a ritroso, ho scoperto le altre sporgenze del tuo paesaggio poetico. Mi colpì la tua inclinazione ad una scrittura di frammenti (seppur costituenti una storia), di nuclei di senso apparentemente autonomi ma in realtà sottilmente e direi saldamente collegati. Scrivevi nel componimento conclusivo della raccolta: " … un segno / il dato, ma non / memoria o nostalgia, di ciò che è stato" (Camera oscura, Garzanti, p. 97). La memoria che rivisita ed esplora ciò che è stato, non sembra tuttavia solo interessarti come mero luogo di seduzione affettiva ma - direi - prioritariamente di conoscenza, come se si trattasse di preservare dall’oblio e dalla cancellazione e quindi di rendere ancora conoscibili e visibili, strati e lampi di verità inscritti nella tua vita. Come in una fotografia. E’ così?

R - Sì, hai colto. La dimensione del frammento e il suo superamento sono facilmente spiegabili. Da una parte, c’è la realtà del nostro tempo: ogni epoca ha la sua voce e la nostra è all’insegna del balbettamento per la frantumazione dell’io. Dunque non è un caso che la poesia e la narrativa siano al passo del frammento. Dall’altra parte, però, c’è l’insoddisfazione per la condizione asmatica e balbettante e di qui la necessità che avverto di comporre i frammenti in un insieme più ampio, in un organismo ricomposto come il mosaico con i suoi tasselli. Anche sulla memoria come conoscenza sono d’accordo. Infatti, per me, la dimensione elegiaca non esiste proprio. Non mi volto indietro a riconsiderare con nostalgia quello che non c’è più. La mia esperienza della memoria è in essere, cioè come realtà presente, insieme diacronica e sincronica. Siamo quello che siamo stati e che sono stati altri prima di noi.

D - La tua poesia mi pare attraversata da una forte istanza di salvazione terrena (la fotografia in questo senso lo è), nascente dalla constatazione che tutto si consuma, sfugge, evapora. Sempre in Camera oscura, in quella che potrebbe fungere quasi da dichiarazione programmatica e che non a caso è scritta in corsivo, come per evidenziarne la paradigmaticità, scrivi di una "cifra data / e persa, misteriosa, di un essere a / cavallo, dentro e / fuori" e di un "tempo fulminato" (CO, p. 15). Allora è forse questa cruda evidenza della incombente dispersione che ti ha avvicinato al genere del "poema familiare", come per certi aspetti potrebbe essere Camera oscura?

R - L’esperienza della realtà in movimento inarrestabile, da che mondo è mondo, ha spinto l’uomo verso l’artificio del fermare e del bloccare, per riconsiderare, analizzare e in fin dei conti conoscere. La fotografia, in particolare, realizza il sogno più antico dell’uomo: quello di catturare l’attimo fuggente e di consegnarlo a una durata appunto artificiale, che riposa sul vuoto. L’arte, come sviluppo raffinato dell’artificio, ha a che fare da sempre con questo mistero del tempo. E l’esperienza del tempo si è fatta via via sempre più puntiforme: il modo di intenderlo e di viverlo è altro e perfino alieno rispetto al passato. Del resto, ormai lo sappiamo, il tempo non è un contenitore ma una delle dimensioni. Perciò noi stessi siamo e ci sentiamo per così dire fotografici, nel senso di quella realtà puntiforme di cui si diceva. Sentiamo che l’attimo, ogni attimo, nel suo battito di ciglia contiene tuttavia l’intero, è il resto dei tempi. E’ un’esperienza, questa che stiamo vivendo, destinata a modificare radicalmente il nostro cervello (che continua, naturalmente, l'evoluzione della specie). Alcuni mutamenti sono già davanti ai nostri occhi, anche se non ce ne accorgiamo. Per esempio, proprio la così detta memoria. Tanto è vero che (mai niente avviene per caso) stiamo trasferendola nel computer. Non è l’evidenza della dispersione incombente ad avermi avvicinato al genere del poema familiare, ma il desiderio ancora in gran parte inconscio di spiegarmi la continuità che passa attraverso il sangue.

D - Questo tema del "poema familiare" ti avvicina ad un poeta come Giorgio Caproni e al suo "romanzo" di Annina, Seme del piangere, un autore - credo - che non ti sia estraneo… ma penso anche al romanzo in versi La camera da letto di Bertolucci. Come ti poni di fronte a questi, per certi aspetti, "padri fondatori"?

R - Senza dubbio, avevo letto sia Caproni che Bertolucci. Hanno due modi di fare romanzo familiare completamente diversi. Quello di Bertolucci, anche se più recente, appartiene al passato (sia detto con tutto il rispetto). E’ elegiaco, cioè antiquariale. Il modo di Caproni invece usa la voce sincopata di oggi, procede per impulsi e strappi. La lettura di Caproni è stata molto importante per me, anche se me ne sono reso conto più tardi. Anche per me, in poesia, la musica è tutto o quasi. E anch'io inseguo un'ossessione musicale che mi gira per la testa e alla quale istintivamente finisco con l’adeguarmi.

D - Che importanza ha per un poeta e per te far riemergere la biografia, la microstoria individuale, pur se allargata allo scandaglio di più generazioni? Si può dire che l’io si costituisce nei suoi nessi - come scrivi in un tuo frammento - in un viluppo di nodi e che per meglio vederlo in questa nervatura, occorra uno sguardo profondo, un obiettivo, parola tratta dal linguaggio fotografico, e a cui fai ricorso.

R - La biografia per me importante è quella interiorizzata, cioè sottoposta al vaglio di quell’operazione di artificio che rende possibile la conoscenza. Dunque, lo sguardo non può che essere profondo, nel percorso dalla segreta oscurità dell’io alla ricerca di senso e ragione. Bisogna andare oltre l’abbaglio dell’evidenza; perché la luce, anche se è fondamentale per il risultato, quando è troppa, maschera e cancella e in ogni caso ha necessità dell’ombra, della camera oscura. Per la poesia vale lo stesso metodo che per la fotografia: la messa a fuoco è fondamentale e, un attimo prima o dopo, l’effetto è la sfocatura.

D - Il tuo ritorno alla microstoria individuale, ci presenta un tessuto solo apparentemente ordinato. L’accadere ci sormonta, deborda da noi, che solo occasionalmente ci poniamo come presenza regolatrice. Gli eventi sono quasi sempre fuori dal registro, governati da una sregolata casualità, come sembri voler dire in questi versi: "Sfogliandone i ricordi, / sempre ho pensato / a quel che era e che / poteva non essere stato, / al caso a cui si lega / ogni storia" (CO, p. 73).

R - Certo, l’accadere ci sormonta, deborda da noi. E il moto prevalente sembra quello di deriva. Le circostanze, gli incontri, i deragliamenti ci appaiono nel segno della casualità. Eppure il caso non esiste: tutto è risultanza di una combinazione, si ricompone un ordine anche nel disordine più appariscente. E’ un effetto della poesia, del suo lampo/shock, la scoperta che il mondo così detto noto non è affatto l’unica realtà. Un’illuminazione improvvisa, pur nella contraddizione.

D - "Reperto del dolore", scrive Raboni riguardo alla tonalità della tua poesia, nella postfazione a Camera oscura. Ancora Raboni accenna ad un tuo itinerario che va dal riconoscimento o svelamento della ferita alla sua cicatrizzazione nelle maglie del linguaggio. Ora io vorrei chiederti se davvero per te il linguaggio poetico assolve, ed eventualmente in che modo, a questa funzione di cicatrizzazione, in un certo senso di terapia, nei confronti della crudezza e asperità del dolore.

R - Sì, il linguaggio della poesia assolve alla funzione di cicatrizzazione. E non solo il linguaggio della poesia. La parola è forse la più antica terapia che l’uomo abbia perseguito riguardo alla propria salute profonda, quella mentale. Già ai primordi del linguaggio, quando il suono cantilenato era parola magica e scaramantica. La poesia conserva questa virtù antichissima. La scrittura in generale è una forma di autoanalisi di grande qualità. Perché la parola arriva là dove non si riesce a giungere con nessun altro sistema, né bisturi né strumento d’altro genere.

D - "La parola, per me, / veniva da distante. / Un a priori, quasi, / l’avvertivo. Un eccitante. / In un processo in / qualche modo inverso. / Nel darle per riscontro / una realtà che invece, /più toccata e presa, più / sfuggiva inconsistente / ai cinque sensi. / Con l’effetto di essere / lanciata contro un corpo / pronunciato e, nel / suo dirlo, di colpo / riafferrato"(CO, pp.42-43). Questi versi di Camera oscura, compaiono anche in un‘altra tua precedente raccolta, Piccola colazione, come ad indicare un nodo irrisolto, un grumo di permanenza. Tu parli della parola come di un a priori, di un suo emergere dalla lontananza, prima di imbattersi nella durezza delle cose. Pare esserci uno iato tra parola e realtà, nel senso che la parola non ne asseconda sempre il divenire, ma deve farsi spazio, lottare per emergere, come in un agone.

R - Pur nell’intermittenza, per me tutto si compie nella continuità: nella vita, come nella poesia. Per questo capita di ritrovare singoli frammenti o tratti più lunghi qua e là nei miei diversi libri. I versi che citi, poi, sono portanti rispetto all’idea, anzi all’esperienza, che ho della parola. Fin da piccolo la parola mi arrivava da lontano e aveva una portata e una pregnanza ben superiori alla così detta realtà. Una realtà modesta e mortificata rispetto alle aspettative suscitate dalla potenza espressiva delle parole. Parole sentite e vissute come eccitanti, stupefacenti sonori. Senza alcun disprezzo per la realtà, però; e senza nessuna forma di schifiltosità rispetto alle cose del mondo, meno che mai da collezionista o da esteta. Non sono mai stato né l’uno né l’altro, né in relazione alle cose né in relazione alle parole. Se mai sono uno che si affida alle parole per cercare il senso delle cose.

D - Qual è per te "l’altra faccia del presente"(CO, p. 77), di cui parli in una tua poesia? E’ solo uno specchio, nel quale in qualche modo e linearmente si rifrange il passato, oppure è uno scavo, un’intercapedine, una piega o un sistema di pieghe, un terreno corrugato denso di zone d’ombra, di chiaroscuri, di pause, di equivoci, verso cui la sonda della poesia si dirige a tentoni, senza una preordinata verità?

R - Le due facce cui alludevo in quella poesia sono le due parti coincidenti e contraddittorie della realtà: la sua apparenza netta, abbagliante, e il suo senso oscuro, misterioso. La poesia, con il suo valore di ossimoro, si sforza di dare pronuncia alla coincidenza degli opposti e a quel principio di contraddizione che oggi perfino per la scienza è fondante la realtà.

D - Gli oggetti o il "sistema degli oggetti" - per riferirci alla formulazione di Jean Baudrillard - di cui è popolata la tua poesia, potrebbero essere pretesti, occasioni virtuose per portare in superficie ciò che più che ti sta a cuore …

R - Analizzando la mia poesia, Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto che la realtà, per me, è in fondo tale solo se pensata dal soggetto. E credo che abbia colto nel segno. Ribadendo tuttavia che non c’è nessun disprezzo della realtà. Ma gli oggetti per me contano come specchi della mente. Io che ho la felice ossessione delle etimologie non posso dimenticare che tutta la famiglia delle parole "speculare", "speculatico", "specola", rimanda a specchio, cioè alla radice indoeuropea SPEK, che indicava il guardare durativo, focalizzato e fisso.

D - Si è parlato, non so fino a che punto rispondente alla tue intenzioni, di una tua "poetica delle cose". Per esempio nel Diario di Normandia - un testo a te particolarmente caro - è frequente il ricorso alla registrazione ed elencazione dell’esistente. Trasmetti molte informazioni. Volevo in tal senso richiamarti l’esordio della pagina datata diaristicamente 8 agosto: "Ombra densa / per le ortensie di Trouville. / La scia di umido / non si disperde neppure a mezzogiorno./ C’è odore di torte e di biscotti / sulla strada del passeggio. / La coppia al tavolino / è silenziosa: / bevono liquori e / mangiano frutti di gelatina. / Uno ha lineamenti regolari, / senza barba, e la pelle / con rapide striature, / tormenta con la mano / l’involucro della confettura. /L’altro è più giovane / e sorride al cameriere / tutte le volte che passa, posa le dita tra i dolci / e si lascia sfiorare, distratto" (Diario di Normandia, Amadeus, 1990, pp. 9-11). A me sembra comunque che il tessuto informativo trovi un momento di risoluzione negli squarci meditativi, veri e propri topoi della mente che, messi anche graficamente tra parentesi, tu intercali alle ampie stanze dove il reale si addensa e concentra: ("Ti accorgi all’improvviso / che le cose riescono a distrarti, / a tratti per lo meno, dall’ansia / e a porre tra te e la vita / lo spazio necessario a contemplarla", DN, p. 13). Non è forse proprio lì che si cela il nervo profondo della tua poesia, in questo tuo inclinarti e protenderti verso di esse per leggerne i segni, che non sono poi solo i profili oggettivi, gli spessori, insomma la loro fisicità?

R - Come ti dicevo, la realtà per me è realtà pensata. Dunque, hai ragione a ritenere che il tessuto informativo trovi un momento di risoluzione in quelli che chiami "topoi della mente". Ciò non di meno, non avverto come più importanti questi rispetto a quello. C’è una connessione indissolubile, anzi parlerei di orchestrazione, usando un termine musicale. Perché, come ti confessavo più sopra, in poesia per me la musica è tutto o quasi.

D - Parlando adesso di Piccola colazione, la tua raccolta del 1987, cominciamo dall’origine di questo titolo e a che cosa pensavi quando l’hai formulato. A tal riguardo, per esempio Giuseppe Pontiggia, nella sua prefazione al libro, ha avanzato un’ipotesi, partendo dalle Collationes Patrum di Cassiano e dal rituale benedettino del "pasto leggero" che seguiva la compieta.

R - C’è una scena indimenticabile in "Amarcord" di Fellini: il pranzo a casa di Titta. Può servire a spiegare il mio titolo. C’è aria di tempesta attorno al tavolo. E niente può rappresentare la precarietà meglio di quell’incontro di persone, e insieme, la decisiva connessione dei loro destini. Tutto ruota lì intorno: inquietudini, risentimenti, delusioni, speranze, affetti, paure. Nel ripetersi della "piccola colazione" quotidiana di cose e di parole. Così, tra opposte pulsioni. Tra riso e pianto, che convivono; che sono, in fondo, lo stato d’essere. Lì dove idee, sogni e pensieri scivolano di mano ai presenti e il dramma si definisce nei suoi risvolti comici. In questo senso "piccola colazione". Nel senso del frullato verbale quotidiano che ci vede agenti agiti e mangianti mangiati. In quella traiettoria contraddittoria di cui ti parlavo, dall’oscurità dell’io al senso e alla ragione, e viceversa. E, dunque, anche nel senso di un cannibalismo che spinge quotidianamente al rimasticamento di ogni pezzetto di sé.

D - Piccola colazione è poesia prevalentemente di "interni", la casa e le vicende che entro quelle mura si consumano, ma anche gli anfratti poco illuminati della mente e della coscienza. Qui, nel tuo ritorno alle cose e alle ombre, si celebrano i riti di iniziazione alla vita, alla corporeità, alla scoperta e al riconoscimento di noi stessi. Questo mondo di ambienti e di oggetti sembra a volte starti stretto, soffocarti ma anche contenerti e proteggerti, come una nicchia di senso, la cui perdita o annullamento determinerebbe la caduta dell’identità e del tentativo di cercarla. Forse l’identità sta nel nostro coincidere con le cose, nel portarcele addosso come la pelle.

R - E’ proprio come avviene per la casa e prima ancora per l’utero materno. Il chiuso ti protegge e ti consente di crescere, ma anche ti contiene e ti costringe. E’ una fortezza e una prigione. Ma bisogna fare esperienza degli interni per conquistare gli esterni. E’ così anche nel percorso della conoscenza, dal dentro al fuori, dal buio alla luce; transitando per i passaggi e attraverso le ombre, le une e gli altri decisivi per lo sviluppo. Ancora una volta come per la fotografia: la camera chiusa e oscura, necessaria per far conquistare luce e colori ai negativi. L’essere costretti nel chiuso e nel buio come molla verso l’aperto e la luce. Ogni azione determina una reazione uguale e contraria. E, in questo movimento, la ricerca dell’identità: inarrestabile e mai compiuta, ma per continui aggiustamenti ragione stessa di vita.

D - Tu scrivi in versi assai efficaci: "E’ la cancellazione / progressiva delle / presenze care e note, / il conto che comincia / a non tornare. Il / margine sempre più / sottile, man mano / che si fanno falle /e vuoti tra le fila" (Piccola colazione, Garzanti, 1987, pp, 112-113). C’è quindi un pericolo incombente di straniamento, di perdita e di lutto nel cedere delle cose e delle persone, nell’aprirsi di crepe in questo sostrato?

R - La realtà intorno a noi, tutto è parte di un colossale processo di metamorfosi. E’ un continuo modificarsi apparentemente insensato e comunque tremendo. Si è portati a vederlo inevitabilmente nel senso della perdita e del lutto, cioè a proprio danno, nella paura e nel dolore. Ma a me con gli anni è capitato di superare questa condizione, che già in "Piccola colazione" (e, analogamente, in "Diario di Normandia") si era comunque stemperata e fatta più distesa, nello sforzo di distacco e di messa a fuoco. Oggi (molta acqua, naturalmente, è passata sotto i ponti), questa opera continua di cancellazione che chiamiamo morte, la sento piuttosto come fase di passaggio: non meno misteriosa e inquietante, ma aperta e non cupa.

D - I dialoghetti, con i quali fai parlare l’io nascosto negli altri, intercalati al tessuto della narrazione, sembrano ancore di salvataggio, tracce affioranti di un flusso carsico, isole riemergenti dal buio, dall’anonimo …

R - Sì, è un gioco di sponda, un effetto di riverberazione. Il mio modello è il libretto dell’opera buffa, dove appunto in mezzo a descrizioni, commenti, illuminazioni liriche, ci sono anche dialoghetti aerei e frizzanti. Dialoghetti tanto più rivelatori nelle loro battute smozzicate, quanto più apparentemente incoerenti e divaganti. Il libretto d’opera, del resto, è un modello molto sofisticato: realizza allegramente la commistione di generi letterari (il romanzo, la commedia, perfino il saggio). A me, creativamente, piace la mescolanza dei livelli e dei punti di vista…

D - Nella sezione Prodotti notevoli, il riaffiorare della coppia genitoriale (padre potente - madre matrice) conferma le atmosfere di un "romanzo di formazione", ma poi il finale spazza via ogni ancora consolatoria, come se il lungo cammino attraverso il labirinto della propria microstoria, fosse stato vano e sfociasse nella constatazione della cruda evidenza del vuoto, del nulla pulviscolare: le parti in qualche modo si confondono e mischiano in una chiave di ambivalenza, in un chiasma, direbbe Merleau-Ponty, dove noi "parlanti" siamo anche "parlati", siamo noi e il contrario di noi. Tu scrivi, congedandoti, "Eppure, intanto, / arresi all’evidenza / di andare navigando / alla deriva" (PC, pp. 123). Ma questa deriva non mi pare una soglia nichilistica, semmai la disincantata presa d’atto di una condizione e quindi, forse, un monito rivolto prima di tutto a te stesso.

R - Qualsiasi sia la nostra storia, poggia sul vuoto. Nel senso che ciascuno di noi, balzando fuori da se stesso, deve combattere la sua battaglia con il vuoto. Non c’è consolazione ma non c’è neppure disperazione. Meno che mai nichilismo. Affrontare il nulla non significa ridurre il tutto a niente. Ma il nulla è l’altra faccia della vita, come ci dice l’antica tradizione sapienziale. E il fatto di andare intanto navigando alla deriva non vuol dire che non si arrivi da qualche parte. E’ la straordinaria forza della contraddizione che si impara con l’esperienza, quel principio di contraddizione costitutivo della realtà di cui si parlava sopra.

D - In un tuo intervento teorico parli di affidarti alla legge dell’inversamente proporzionale, ("Un’indicazione di marcia", in La parola ritrovata, Marsilio, Venezia, 1995, pp. 135-139), per cui il grande è attingibile nel piccolo, nel semplice, nel tono sottovoce, smorzato, chiaroscurale del linguaggio, nelle sue sacche interne e mediante il quale - come dici - il sublime, a cui non rinunci, è forse solo davvero pronunciabile. La tua visione del sublime, rinvia forse anche ad un diverso strumento per vederlo e osservarlo, una sorta di cannocchiale alla rovescia che riduce, rimpicciolisce…

R - Lo dicono anche i fisici che l’unico modo per l’uomo di trovare l’infinito è di cercarlo nel piccolo. E, nei loro laboratori, cercano l’infinitamente grande nell’infinitamente piccolo. Il segreto, del resto, è lì: in quel vincolo estremo che tiene assieme particelle minime che si attraggono perché si respingono. Spezzare quel vincolo, lo sappiamo, scatena un’energia violentissima. Quanto più contenuta è la compressione, tanto più incontenibile è l’esplosione. Insomma, per dirtelo con una battuta taoista, il mondo empirico e quello metafisico sono tutt’uno. E’ un ossimoro molto stimolante anche per la poesia.

D - In una tua poesia pubblicata in una plaquette collettanea (Carte da Levante, Portofranco, Taranto, 1995), scrivi del "contatto stabilito" e "dell’ansia sciolta / con la chiave girata, / dietro, nella porta"(p. 10). Una tonalità forse nuova o altra rispetto alle conclusioni di Camera oscura, dove nelle pagine di chiusura affiora la figura del naufrago (p.94) e del movimento della deriva. Su quali persistenze ed eventualmente, nuove aperture, si muove oggi la tua ricerca di uomo e di poeta?

R - Il movimento è ancora e sempre quello di deriva (come potrebbe essere diversamente?), ma nella serena condizione della vita che avanza e si trasforma rimanendo se stessa. Forse mi piacerebbe dire che è l’effetto di una saggezza accumulata con l’esperienza … Magari lo fosse! Ma il saggio, in ogni caso, sa bene di non sapere un bel niente della vita e sulla vita. Eppure sente di vivere meglio e in modo più intenso. Mettiamola così. Per il resto, in questa decina d’anni dall’uscita di "Camera oscura", ho lavorato molto su tre filoni principali, chiamiamoli così (tre esperienze per me interessanti e decisive): il morire, affrontato soprattutto in un lungo poema; l’essere padre, cioè uno che trasmette la vita, in una specie di pedagogia involontaria in versi; e l’incapacità di aderire alle cose del mondo, in una raccolta in tre o quattro tempi.

 

  © Roberto Taioli [Tutti i diritti riservati - All rights reserved]

 

 

 

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