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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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Scacco matto al re che guarda

 

 

Lo scrittore Roberto Alajmo si racconta

 

di SIMONA LO IACONO


Roberto Alajmo è uno dei più interessanti scrittori italiani del nostro tempo. Nato a Palermo – dove tuttora vive - nel 1959, lavora come redattore alla sede siciliana della Rai. Ha scritto diversi libri, fra cui ricordiamo: Le scarpe di Polifemo (Feltrinelli, 1998), Notizia del disastro (Garzanti, 2001), col quale ha vinto il premio Mondello. Con Mondadori nel 2003 ha pubblicato il romanzo Cuore di Madre, finalista ai premi Strega e Campiello. Nel 2004 è uscito Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo e nel 2005 il romanzo È stato il figlio, finalista al premio Viareggio e vincitore del SuperVittorini e SuperComisso. E’ uscito in questi giorni la sua ultima fatica letteraria, il romanzo La mossa del matto affogato, di cui parla diffusamente in questa intervista rilasciata alla nostra collaboratrice Simona Lo Iacono.  

 

La voce di Roberto Alajmo mi arriva su fruscii di cellulare. La colgo a frammenti e poi d’un fiato. E’ in macchina e mi parla tra una galleria e un’altra, in una strada che immagino ostacolata da speroni di roccia. Non so dove sia diretto. Ma questa chiacchierata sui libri e la scrittura la percepisco in movimento. Come un refolo. O una scia di corrente.

Difficile non pensare subito all’ultimo libro. Difficile non cogliere in questa corsa che - per me - è senza direzione, la figura di Giovanni Alagna, impresario teatrale, protagonista di “La mossa del matto affogato”, uscito in questi giorni per Mondadori.

E infatti cominciamo dall’ultimo libro.

D: “Com’è nata l’idea della scacchiera e della mossa del matto affogato?”

R: ”Veramente è nata quasi alla fine. Quando il protagonista si approssima alla conclusione della storia. Mi sono detto che la sua vicenda somigliava alla mossa del matto affogato, uno scacco al re tra i più classici ma impietoso, perché a infliggerlo sono le sue stesse pedine”.

D: ”Eppure la sensazione, fin dall’inizio, è quella di un percorso prefigurato, dritto  all’ultimo atto. Ho avuto l’impressione, leggendo, di una scrittura circolare, il cui inizio coincide con la fine”.

R: ”Sì, perché avevo chiaro sia il momento iniziale che quello finale, anche se non sapevo bene ciò  che sarebbe accaduto tra questi due momenti”.

D: ”La sensazione è acuita dal fatto che ogni capitolo è anticipato da una mossa che ha un significato logico, di graduale accerchiamento del re. Non è uno schema lasciato al caso, vero?”

R: ”No. I vari movimenti che precedono i capitoli ricalcano lo schema di una partita classica in cui viene inflitto lo scacco del matto affogato. E’ una mossa che risale al600 e che già gli antichi maestri di scacchi utilizzavano. Certo, non è la mossa di un giocatore abile, che sappia prevenire e anticipare la tattica dell’avversario”.

D: “E infatti il protagonista in realtà gioca ma cogliendo sempre l’attimo, l’occasione del momento. Destreggiandosi tra le vicende che gli capitano senza mai fare una scelta né assumere una posizione responsabile. Non sono tanto le sue stesse pedine ad accerchiarlo. E’ lui a lasciare che avvenga”.

R: “E’ vero. In sostanza Giovanni Alagna non è che un Don Giovanni in Sicilia. Se non l’avesse fatto Vitaliano Brancati il libro l’avrei intitolato proprio così: Don Giovanni in Sicilia”.

D: “E’ una caratteristica anche di altri tuoi personaggi maschili. L’avevo già notato in “Cuore di madre” dove Cosimo sfugge dalle proprie responsabilità e vive un rapporto di perenne  dipendenza con la madre. E anche in “E’ stato il figlio” il personaggio è caratterizzato da immaturità affettiva, dall’incapacità di commisurarsi con l’esperienza della crescita”.

R: “E infatti questi libri fanno parte di una trilogia. I personaggi letterari devono avere questa caratteristica di ambiguità, questo non poter essere incasellati né in un’idea di bene né di male. Altrimenti la storia non subisce trasformazione, cambiamento. Si descrive una realtà degradata non perché questa ci appartenga ma perché - per contrasto - offra spunto di riflessione”.

D: “La carica evocativa del romanzo è poi acuita dall’uso della seconda persona singolare. Una scelta difficile da un punto di vista tecnico e utilizzata forse solo da Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Tuttavia lì il “tu” era rivolto all’esterno, al lettore. Qui invece si coglie un colloquio interno, del personaggio con se stesso, quasi un bisbiglio alla propria coscienza”.

R: “L’idea infatti era quella di uno specchio. Di un riflesso della propria voce, di un uomo che parla con se stesso”.

D: ”Ma è anche un romanzo di sguardi. Uno sguardo dall’alto (quello da Monte Gallo) che abbraccia la città sottostante, e quello dal mare, dal porto, che invece offre una prospettiva dal basso. Una visione quasi cinematografica”.

R: “Sì, è proprio così. D’altra parte la scrittura è sguardo. O meglio, capacità di saper guardare, di andare oltre, altrove. E anche in Sicilia credo che ci guardiamo molto, siamo un popolo che guarda. E’ per questo che la mia scrittura è sempre stata molto “cinematografica” nel senso che suggerisce una visione di questa osservazione, e del punto da cui si guarda”.

Ma la parola rimane a mezz’aria. Cade la linea. Richiamo. Roberto mi avverte che è in una zona di gallerie e che d’ora in poi la voce andrà e tornerà a piacimento. Come lo sguardo, appunto. E come anche l’incatenarsi di eventi. Nei suoi libri c’è sempre la ricerca dell’attimo preciso in cui la marcia ha preso  un andamento imprevisto, ha svoltato angolo, ha cambiato rotta. Glielo dico quando afferro nuovamente la sua voce. Quando avverto una tregua tra uno stacco e l’altro delle gallerie.

R: ”Sì, sono sempre alla ricerca del destino, del momento a cui riandare col pensiero per  capire  quando è avvenuta la svolta. E’ per questo che sono incuriosito - così come è avvenuto in “Notizia del disastro” - dai pensieri che precedono il momento della morte, e dalla ricostruzione, attraverso quei momenti ultimi , del significato di un’esperienza”.

D: ”Anche se poi quel momento, in realtà, non è imprevisto. Ha anzi dei precedenti, delle cause scatenanti”.

R: “Certo. In realtà c’è sempre un prima. Così come nei rapporti affettivi del protagonista che offre alle figlie quel poco che il padre aveva dato a lui. D’altra parte anche questo è tipico di noi siciliani. Delegare la crescita alla figura femminile. Lasciare che sia la donna a gestire l’universo affettivo dei figli, non il padre”.

D: ”E infatti nel libro c’è una frase che mi ha colpito. Alagna dice di sé di non essere un “padre tecnico” . Che vuol dire?”

R: ”Appunto questo. Che non è in grado di occuparsi della quotidianità delle figlie e delega il compito alla madre. Quando tenterà di recuperare il rapporto, però, sarà tardi….

…E ancora una volta la voce si interrompe. Un’altra galleria taglia l’aria, inciampa sulle nostre parole. Rimane in me quel “sarà tardi” e d’improvviso avverto malinconia. Come di una vita  che poteva prendere un altro sbocco. Che sarebbe potuta essere diversa. Nei libri di Roberto mi capita spesso. Tra le maglie secche della scrittura sento bruciare un’inquietitudine. Il morso di una domanda tra i denti. Perché.

Ma forse allo scrittore non spetta trovare risposte. fare domande. Forse lo scrittore deve solo cercarle, le domande. Coglierle da quello che offre la realtà. Glielo chiedo quando riprendo la linea. E ancora una volta  ho l’impressione che la voce torni con lo spazio, libero dal frapporsi dell’ostacolo.

R: ”Sì, spesso le mie storie nascono dalla realtà o  un fatto di cronaca. E’ avvenuto in “Notizia del disastro” ed è vera anche la vicenda sottesa a “E’ stato il figlio” in cui la famiglia Ciraulo compra una Volvo nera coi soldi ricavati dal risarcimento ottenuto a seguito della morte della propria bambina, Serenella. Anzi, la difficoltà è sfrondare la stessa realtà dal grottesco, renderla verosimile per il romanzo. A volte è proprio ciò che accade ad essere poco verosimile”.

D: ”E i prossimi progetti?”

R: ”Sto scrivendo la biografia  di un magistrato palermitano morto a 39 anni per un infarto. Una bella figura, impegnata nella lotta alla mafia e che ricostruirò attraverso le testimonianze dei familiari. C’è un fondo giornalistico, certo. Ma la scrittura è la mia, colla solita curiosità per un destino, come dicevamo, per ciò che precede la fine”.

D: ”Ancora una volta Palermo, dunque. Anche se qui, mi pare di capire che l’ambiente è più borghese, diverso da quello descritto negli altri romanzi. Eppure questa tua città non la nomini mai espressamente, anche se si sente che è lei, che la evochi attraverso i  suoi luoghi”.

R: “Sì, non la nomino mai espressamente perché ho come l’impressione che la città abbia già molti riflettori addosso. Che goda, quasi, nell’essere tristemente famosa, che se ne  inorgoglisca. Io invece ne ho come  pudore e uso con cautela le parole….”

Ma sono le ultime frasi. Ed è strano che questa chiacchierata si chiuda proprio sulle parole che sono andate e venute a loro piacimento seguendo la morfologia dei luoghi più che delle idee. Gallerie e strada. Luci e ombre.

Quando saluto Roberto è come vederlo allontanarsi, incunearsi in un altro anfratto. Gallerie e strada. Luci e ombre, dicevo. Ancora un destino.

 

 

 

a

Roberto Alajmo

“La mossa del matto affogato”

Mondadori Editore

Milano 2008

 

 

 

 

Si ferma, Giovanni Alagna. Il posto è lo stesso in cui lo portò una volta suo padre. Monte Gallo. Una cima, neanche tanto panoramica, sulla città. Uno sguardo, lungo, posato su di essa. Giovanni Alagna aspetta un attimo e osserva: può ancora intravedere l’ultima possibilità. Forse non è ancora tutto perduto. Forse può fare appello a quella scusa sempre usata, ben riuscita. O a quella manovra da prestigiatore che l’ha liberato in un colpo solo - e in più di un’occasione -  da  creditori molesti  e amanti inopportune.

O forse no. E’ meglio prender tempo. Come quella volta in cui usò per mesi una Porche mai pagata. Ma sì. E’ meglio Alagna, dice a se stesso. Prendi tempo.

Il tempo poi. Era sempre parso un alleato, a Giovanni Alagna. Un complice affidabile e pietoso che concedeva  tregua. E soldi. Da rimaneggiare e spendere. Da inventare quasi con estro e genialità. Mai da restituire. Eppure anche il tempo da qualche giorno gli si è messo contro. Lo insegue, gli si avvita a spirale sulla groppa. Anche il tempo gli corre dietro e gli fiata sul collo. Anche il tempo. E pare quasi uno di quegli ospiti che d’un tratto si fanno troppo molesti, che - accolti sulle prime come una ventata di novità - si trascinino dietro tutto il peso di una presenza inopportuna. Sottrae, invece di dare. Riscuote interessi. Troppi interessi.

E allora cosa. A conti fatti non c’è molto spazio intorno a lui. Neanche un ricordo. Del padre solo due precetti sboffati quasi come una rima da imparare a memoria. Della madre niente più che un‘ombratura. Una sagoma che si muove tra gli odori di disinfettante della casa di riposo.

Si dice, cosa, Alagna, cosa. E soprattutto quando. Quand’è che la corsa ha preso a impazzare. Quando la fortuna a cambiare rotta. Lo ricordi, eh Alagna? No, nemmeno tu lo ricordi. Perché, allora, dovrebbero saperlo gli altri. Ma è sempre stato convinto che a furia di ignorarli, gli eventi, si dissolvano. Che non lascino traccia né fumo, neanche uno di quei fastidiosi resti che talvolta la vita si diverte a disseminare per strada dando agli altri l’opportunità di seguirli. Forse chiudendo gli occhi. Ecco, sì, chiudere gli occhi è la soluzione. Non guardare, Alagna, non guardare.

Ma senza guardare non si copre le spalle. Non scorge l’accerchiamento, non vede - non sa - che a crearlo, tra balzi in E1 e mosse in F3, è la sua stessa pedina, quella che aveva incoronato con festini e furbizie, quella che s’era assisa sul trono fra le tante con boria di sovrano. Non sa.

Non sa che è lui il re. E che gli altri scacchi gli si sono mossi intorno con passo felpato, con astuzia di giocatore, con guizzo d’acrobata. Non sa che tra poco, tra tre o quattro mosse non previste, non anticipate, il re non avrà più scampo. Quando lo scoprirà -  quando riaprirà gli occhi - la regina, i cavalli, le torri e persino le pedine, gli saranno già intorno. A un passo, solo un passo da lui, prenderanno a osservarlo con indifferenza. Non hanno colore nemico, e non sembrano nemmeno appartenere all’avversario: sono la sua squadra. E ciò nonostante gli marciano contro ondeggiando a ritmo di requiem.

Dopo, molto tempo dopo, saprà che è la mossa del matto affogato. Come dire scacco matto a se stesso. Come dire autogol o giocare contro corrente. E però che importano le definizioni. Ancora una volta Alagna si contempla e quasi spera in un’altra occasione, in un miracoloso salvataggio o in un’ assoluzione. Ma no. Non stavolta. Stavolta non c’è che da prendere l’ultima boccata d’aria…

Concepito come una sfida su un’immaginaria scacchiera , l’ultimo libro di Roberto Alajmo ( “La mossa del matto affogato”, Mondadori, € 17,00) artiglia  cuore e fiato a ogni movimento delle pedine. Tra rapporti familiari lacerati e affanni di vita corsa verso  una sicura disfatta, il racconto del protagonista si dipana in un serrato colloquio con se stesso, lucido fino all’ultimo atto.

La tecnica raffinatissima (un uso disinvolto e felice delle seconda persona singolare portata avanti per tutto il corso della narrazione con una padronanza appartenuta in precedenza solo al migliore Calvino), la magnetica carica  evocativa e un senso dolorante del significato - o della mancanza di significato - di talune esistenze, fanno de “La mossa del matto affogato” non solo una vibrantissima voce di  uomo, ma anche di una società vacua e di un tempo.

Se il re è sovrano che si arrabatta  tra sotterfugi e pretesti, tra fughe più o meno consapevoli da responsabilità e domande, la scacchiera è regno - attualissimo regno - di questo monarca. E a fine partita, dopo aver osservato lo schema del  gioco e contato  quadranti bianchi e neri, non ci è poi così estranea come all’inizio. Né ci sottrae l’impressione di averla percorsa - anche noi - come invisibili pedine.

Simona Lo Iacono

 


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