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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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La Passione secondo Grünewald

 

Due esposizioni collegate, a Colmar, nell’Alsazia francese, e a Karlsruhe, sul versante tedesco, celebrano l’enigmatico pittore cinquecentesco. La sua potenza espressiva ha ammaliato e inquietato generazioni di spettatori, fino a Huysmans e Testori.

 

passio

 

di SERGIO GIVONE

 

Chi è quest’uomo? Da quale abisso di sofferenza e di dolore mostra il suo strazio a noi che, attoniti, osserviamo? E in quale abisso sprofonda il suo patimento che sembra continuare oltre la morte?

Sono queste le domande cui Mathias (o Mathis) Grünewald tenta di rispondere attraverso il polittico conservato nel Museo di Unterlinden. Domande che sgomentano; ma a ben vedere le stesse cui hanno dato voce tutti gli evangelisti, specialmente Marco, il quale ne ha fatto il filo conduttore del suo annuncio. Quest’uomo, aveva affermato Marco, è il Figlio dell’Uomo.

Anche per il maestro di Isenheim quest’uomo è il Figlio dell’Uomo. E quindi è un uomo cui non è stato risparmiato nulla dell’umano e del disumano. Perché l’uomo non è mai così vicino a se stesso e alla sua verità più intima come quando gli tocca di sopportare l’insopportabile. Tutto ormai si è compiuto. La fine è giunta e anzi appartiene già al passato. Del corpo del suppliziato si stanno impadronendo le forze spaventose della dissoluzione. Da quella bocca che la morte lascia impietosamente spalancata solo pochi istanti prima si è levato un terribile grido d’abbandono oppure parole di fiduciosa confidenza nel Padre.

Ma non importa più: tutto è stato inghiottito dal silenzio. La fine è la fine. Questo dice Grünewald. Ma soltanto questo? La tentazione di una lettura in chiave nichilistica è forte. Non si vede che cosa opporre alla disperazione. Non solo la morte non è stata vinta. Ma la morte avendo l’ultima parola, la rivolge contro quella pretesa in modo irridente. Della natura si deve dire che fa il suo corso. Sul cadavere i segni delle percosse subite trapassano in segni di disfacimento. Le tumefazioni e le ferite si confondono con la corruzione. L’alchimia della putrefazione estende la sua azione in modo impudico. Enfiagioni che tendono la pelle, lividi pronti a slabbrarsi, necrosi in atto: è l’oscuro dinamismo della materia che imputridendo trionfa sulla fragilità della carne e sul suo splendore.

La corona di spine, come osservava Testori, sembra suggere linfa e nutrimento dallo stesso corpo che ha contribuito a lacerare. E lo stesso vale per gli aculei conficcati nei muscoli e nei tessuti. Tutto è natura e dunque tutto ritorna alla natura. Che la discesa agli inferi del Cristo sia semplicemente una figura dell’eterna metamorfosi di tutte le cose? Che la fine altro non sia, appunto, che fine? E che la possibilità di un nuovo inizio e dunque di una rinascita appartenga semplicemente ai processi di decomposizione e di ricomposizione della materia?

Certo è che Grünewald opera un impressionante rovesciamento di prospettiva, sia per quel che riguarda l’iconografia tradizionale della crocifissione sia in rapporto all’idea teologica soggiacente. Non più lo smisurato patire dell’uomo, ogni uomo, è assunto dal Crocifisso e riscattato; al contrario, è il Crocifisso che si fa uomo e umanizza la sua divinità fino a negarla nella povera e dolente umanità di tutti e di ciascuno. Ma nondimeno la kenosi, lo 'svuotamento' e la spoliazione di Dio fino alla sua completa umanizzazione aprono al tragico.

Soffermiamoci sulla scena raffigurata nella tavola centrale. Non distogliamo gli occhi, anche se è difficile sostenere il peso di un realismo tanto crudele. Stiamo assistendo a una tragedia, con le sue scansioni temporali, i suoi passaggi, i suoi atti. C’è un antefatto, la passione; c’è il fatto centrale, la crocifissione, poi c’è anche l’epicedio, il lamento funebre; c’è (ed è il contenuto che lega questa tragedia nuova e inaudita alla tragedia antica) il Deus patiens e c’è alla sua destra il silenzio di chi non ha più parole e alla sua sinistra le parole decisive che rompono quel silenzio.

Se Maria viene meno, sorretta da Giovanni, che appare pietrificato, il Battista dice, come si legge nella scritta scolpita contro il cielo nero: illum oportet crescere, me autem minui. Tragicamente, le parole del Battista intervengono a far luce sull’enigma e nello stesso tempo a renderlo anche più enigmatico e misterioso. Ci dicono che l’accaduto non è assurdo, ma governato da una più profonda ragione. E quale potrà mai essere, questa più profonda ragione, se non che Dio non viene a risolvere il mysterium iniquitatis, ma a prenderlo su di sé, fino a morirne?

Questo fatto non è una spiegazione, eppure è più che una spiegazione. Oportet! Dall’al di là della morte di Dio e del suo silenzio, è Dio che ci parla per bocca del Battista.
«Bisogna che Lui cresca e io diminuisca». Dette nel momento della massima umiliazione e anzi dell’annientamento di chi era destinato a compiere ciò che il Battista si limitava ad annunciare, questa frase suona atroce e addirittura beffarda. Però va intesa nella sua tragica ironia. Nella sua doppiezza, nella sua perfetta ambivalenza.

Tutto è natura, nella pala d’altare di Mathias Grünewald. Al tempo stesso tutto è più che natura. Inutile cercare simboli arcani e significati esoterici. È la natura a oltrepassare se stessa, ad andare oltre. Ma verso dove? Verso una vita che è al di là della vita mortale o verso il nulla? Il Battista punta il dito nella direzione del Cristo morto. Quel che doveva accadere è accaduto. Doveva: era necessario che accadesse affinché l’impossibile si rivelasse come la sola cosa vera. Impossibile credere nella risurrezione se la morte è l’orrore che vediamo. Ma proprio perché la morte è questo orrore, bisogna credere nella risurrezione.

Ecco la logica della pala di Isenheim. Ci sono rappresentazioni del Cristo morto – ha scritto Dostoevskij – che possono far perdere la fede a chi ce l’ha. E questo vale senz’altro per il capolavoro di Mathias Grünewald. Vale anche la reciproca, però, a conferma della irriducibile tragicità di un’icona che non ha forse l’eguale nella storia della pittura. Se in essa c’è di che perdere la fede, c’è anche, e c’è forse a maggior ragione, di che trovarla.

 

IL PITTORE

Matthias Grünewald nacque a Würzburg, in Baviera, verso il 1470-80. L’incertezza sulla data di nascita è già indicativa della scarsità di informazioni certe che abbiamo sulla sua vita, per quanto il pittore tedesco Joachim von Sandrart, suo estimatore, si sia sforzato, nel 1675, di scriverne la biografia ('inventandogli' il nome Grünewald che poi gli è rimasto anche quando le sue vere generalità vennero alla luce). Oltre che pittore, Grünewald fu ingegnere idraulico e ed architetto. In tale veste operò per il capitolo del Duomo di Magonza, sovrintendendo anche all’ampliamento del castello di Aschaffenburg. La sua prima opera certa è la Derisione di Cristo (ca.1503) conservata presso la Alte Pinakothek di Monaco. Nel 1509 fu pittore di corte presso l’elettore di Magonza, l’arcivescovo Uriel von Gemmingen. Nel 1510 ricevette una commissione in Francoforte dal mercante Jacob Heller affinché aggiungesse due ante fisse (con figure di santi eseguite in grisaille) al polittico dell’Assunzione della Vergine eseguito poco prima da Albrecht Dürer (con il quale Grünewald sembra qui volersi confrontare). Verso il 1512-1516 ricevette da Guido Guersi, abate del monastero di Isenheim, nell’Alsazia del Sud, l’incarico di eseguire quella che sarà la sua opera più importante: una formidabile macchina d’altare, fatta di ante fisse ed ante rimuovibili, che poteva assumere nelle varie occasioni religiose tre diverse configurazioni. L’opera – nota appunto come Altare di Isenheim, di cui Grünewald dipinse le ante che andavano ad articolarsi attorno ad un precedente altare con statue lignee eseguite da Nicolas de Haguenau – è oggi conservata nel Museo di Unterlinden a Colmar (Francia). Nel 1514 Albrecht von Brandenburg divenne nuovo elettore di Magonza. Grünewald venne invitato a farvi ritorno e, tra le altre cose, dipinse per lui L’incontro dei santi Erasmo e Maurizio (ca 1517) ora presso la Alte Pinakothek di Monaco. Nel 1523-24 dipinse la tavola della Crocifissione (originariamente nella chiesa di Tauberbischofsheim) – ora alla Staatliche Kunsthalle, a Karlsruhe – che reca, sul verso, la scena della Salita al Calvario. Forse per aver dimostrato simpatia per la «Rivolta dei Contadini» (1515) e per il movimento luterano, Grünewald dovette abbandonare Magonza. Negli ultimi difficili anni della sua vita (nei quali campò occupandosi di commercio e riprendendo i lavori di idraulica) si spostò a Francoforte e poi ad Halle, ove morì verso il 1528.

LE DUE MOSTRE

Due straordinarie mostre in contemporanea, aperte fino al 2 marzo, per celebrare Matthias Grünewald. Sono quelle organizzate dalla tedesca Karlsruhe e dalla francese Colmar, città che hanno deciso di allestire insieme una grande rassegna ricostruendo l’intero percorso umano e creativo dell’artista cinquecentesco. La prima mostra, «Grünewald e il suo tempo», si articola intorno a quattro dipinti e a un disegno conservati nella Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe. Presenta 160 opere giunte da vari musei europei: venti di Grünewald e altre di artisti a lui contemporanei come Dürer, Holbein, Baldung Grien. La seconda mostra, a Colmar, si concentra sull’altare di Isenheim, conservato nel locale Museo di Unterlinden, mettendone in luce genesi e cronologia di realizzazione. Il capolavoro di Grünewald è presentato con i disegni preparatori giunti in gran parte dal Kupferstichkabinett di Berlino. Informazioni sulle due mostre si trovano visitando il sito www.matthias­grunewald.com, o telefonando allo 0049/ 721.926.35.75

 

© “Avvenire” - 24 febbraio 2008



 

 

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