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Nella mano
e per la mano
un silenzio enorme ogni cosa tiene.
Cosa accadde?
E di chi è quel silenzio?
***
Il latrato dei ricordi,
una cariatide.
Non manca nulla ad un paese muto.
Quanto basta
ce l’ha.
Un paese fra due valli innevate
potrà dirvi del mondo stando in silenzio.
Un gruppo di cipressi,
sembrano messi lì per caso.
Nell’assenza di rumori
un fosco brusio
assale.
***
Mira:
la Majella inguantata di neve
il Gran Sasso come un sauro al sole.
Stanno zitti.
In assoluta calma
uno dopo l’altro
i silenzi
colmeranno l’aria
invadendola come musica in una chiesa.
***
In questo gelo di novembre
un oliveto semina strane idee.
Soffiate
si disgregano.
Ma io faccio in tempo a vederle
e questo è il muto gioco del tempo.
Il non poter discutere,
un nostro privilegio…
E’ un abisso,
non voluto
non cercato.
Ingannevole neo
si trasforma ben presto
in una voragine
che si sfama di idee.
In qualche modo
salvarle per
additarle ad uno specchio.
Alla fine.
***
Un refe espirato
così lentamente…
Laggiù
un cono di fumo capovolto
si alza compatto.
Non vedo l’uomo.
Il cono scompare nell’aria ferrosa
in un torpido dissolversi privo di suoni,
sparso da una fredda mano
nel tramontano verso.
***
Il sole inghiotte la luce
e dal fondo della valle
s’alza il buio.
Stretti al biancore
dell’estrema Majella
gli occhi sfiancati
centellinano i secondi.
Questa conca
è come una gigantesca pupilla
che sta per essere battuta
da una lenta palpebra di vento.
***
E gocciola velluto dai rami scheletrici.
Eppure muta
c’è vita nel freddo.
Scivolano le parole
nel fondo vitreo dei sensi
addormentati da anni.
Con le sembianze d’un frate
l’antico procedere del silenzio
s’interroga come un uomo.
***
Tra gli odori del freddo
nella quieta maestà del crepuscolo,
lontani
scintillano piccoli borghi.
Gettato qua e là nella conca innevata
il vociare delle cose che s’aggirava confuso:
un cane randagio preso a calci
negli scheletrici fianchi ansanti.
Nuda come pioggia
una musica si posa sui vetri.
Negli occhi disperati
il silenzio dorme sotto la coltre dei sensi.
***
Ci vorrebbe una schiera di angeli
ci vorrebbe un Natale…
Un pensiero avventato
dal pulpito del mondo
si precipita nella forra.
Ecco un manipolo di anime alate
discendere dal pietoso Appennino immacolato.
Sussurrano in dialetto
pregano e pensano nel più cupo dialetto.
In quel dialetto che non lascia respiro
e non ammette repliche,
vissero.
Gli spiriti celesti hanno freddo,
per adesso
quaggiù
non si vedranno.
La notte
affila il requiem prima del tempo
e le anime girano su se stesse e in girotondo.
***
Trascinando lunghi giorni di luce
sfolgorante e volubile
Marzo tornerà
a comodo del mondo.
Per ora
vagano i giorni
come bimbi infagottati
e l’essenza
sembra racchiusa nei pollici
di muschio
che sbucano timidi
da vecchie mura abbandonate.
***
Profondità cosmica
silenzio siderale
immobilità ciclopica.
Nella valle dell’anima,
in quell’angusto cortile,
si vede.
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