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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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il dono perfetto

 

 

 

La scrivania di Francesca, ordinata, pulita,

la foto dei bambini, la spillatrice

che chiedeva sempre in prestito e non restituiva mai,

 il calendario con le scadenze.

Proprio adesso queste cose sembravano animarsi

e nello stesso tempo rimanere immobili…

 

 

Scheggia di cuore

 

di Stefano Caranfa

 

Ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma la prospettiva di affrontare l’indomani un’altra giornata con meno affanno gli fece trovare la forza. E così, dopo una giornata di servizio esterno presso l’agenzia di Lanciano e dopo un noioso e solitario viaggio di ritorno durato quasi due ore, rientrò nell’ufficio semideserto. 

Mancava poco alla chiusura, ma pensò che quella mezzora sarebbe stata preziosa per evitargli il giorno dopo un bel po’ di stress. Per prima cosa scaricò la posta elettronica della giornata.

“Solita roba …” pensò tra sé e sé.

Aprì con tranquillità anche una e-mail delle 17,45 di Francesca, l’amica di sempre, la confidente di una vita che lavorava poche stanze più in là.

Per vent’anni si erano confidati tutto, si erano visti otto ore al giorno, avevano condiviso una vita e forse anche qualcosa di più. Avevano imparato a capirsi al volo, a comprendere l’umore dell’altro da uno sguardo, dal modo di togliersi il cappotto, dalla luce naturale degli occhi al primo saluto del mattino.

Si erano confidati tutto: le ansie e le gioie delle proprie famiglie, le delusioni, le aspirazioni, le attese, i ricordi,  progetti. Si erano sempre cercati e la ricerca non era mai stata inutile. 

Il testo della e-mail lo incuriosì:

Non potevo andarmene senza salutarti. Abbi cura di te. lesse sul monitor, soffermandosi a lungo.

Non una battuta spiritosa, neanche la firma. Strano. Quelle parole lo turbavano molto, non erano parole di Francesca.

Si avvicinò alla stanza di lei. Tutto buio. “E’ appena andata via” pensò.

Salì in macchina, mise la cintura e accese la radio. Si ricordò allora di accendere il cellulare e vide che c’erano almeno dieci chiamate di Giovanni. Rifece subito il numero.

Ma dove ti eri cacciato? È una vita che ti cerco!” esclamò Giovanni.

“A casa non c’ero e avevo il cellulare spento. Ma potevi chiamarmi in ufficio!”.

“Ma se oggi non ci sei stato… Comunque vieni presto all’ospedale, Francesca ha avuto un incidente.”

“Chi???”

“Francesca. Vieni subito.”

“Va bene”.

Furono le uniche parole che riuscì a pronunciare.

Speranza e rabbia si rincorrevano, fra fari abbaglianti, semafori eterni e automobilisti anonimi che, non sapendo, scioccamente continuavano a premere sul clacson senza sapere nulla, senza immaginare nulla.   

 

Arrivò al Pronto Soccorso un quarto d’ora dopo, entrò correndo nell’atrio e vide da lontano Giovanni con altre persone. “Come è successo?” chiese.

“Uno scontro frontale, violentissimo, sulla tangenziale. rispose Giovanni.

Che significa?” incalzò Alberto.

“Francesca è morta sul colpo. Non c’è stato niente da fare” disse Giovanni.

Il cervello di Alberto smise di pensare, sentì fermarsi il sangue.

In un attimo nella sua mente Francesca esplose in centinaia di immagini: sorridente per una sua battuta, felice di cullare il primo figlio, depressa quando la sua voglia di libertà urlava, piangente perché ferita nell’orgoglio e ancora, ancora, ancora… Si sedette, la testa fra le mani, un brivido lungo la schiena, le voci di sottofondo, sempre più lontane.

Poi il cervello, come sempre accade in questi casi, riuscì a fare la prima connessione logica che gli capitò.

E pensare che poco fa ho letto l’ultima sua mail. Me l’ha inviata intorno alle sei.”

“Alberto, che dici? Francesca è morta alle quattro!” gli disse Giovanni.

“Non può essere. Ti dico che ho letto una sua e-mail delle sei meno un quarto”.

“Alberto, io sono qui dalle cinque. Vedi l’orario delle chiamate al cellulare”.

Era vero, le prime chiamate di Giovanni erano delle 17,00.

Adesso era confuso: la morte di Francesca, quella e-mail sul suo computer, sembrava tutto un brutto sogno.

Chiamò Chiara, sua moglie e non ebbe risposta che un pianto dirotto. Erano buone amiche con Francesca; avevano vissuto tanti momenti spensierati insieme ai bambini.

Alberto ricordò allora la foto in soggiorno, vestiti tutti da antichi romani in quel villaggio turistico in Sardegna. Già, la Sardegna…

“Poi ti richiamo …” disse alla moglie con una voce tremula.

Ma lo destò una voce dietro di lui. “Alberto …”

Era Anna. Si abbracciarono.

“Allora è vero” disse Anna.

“Sì“ rispose Alberto.

Trascorsero le ore. Molte persone che erano accorse immediatamente andarono via. Alberto passò la notte in ospedale con i familiari di Francesca, Anna, Giovanni e altri colleghi fra lacrime, sigarette e sguardi persi nel vuoto.

 

La morte di Francesca lo aveva scheggiato nel cervello e nel cuore; le pareti bianche dell’ospedale, l’incedere stanco dei medici e degli infermieri in quelle ore della notte,  ritmavano il tempo con uno scorrere grave e pesante, all’unisono con le note dell’anima.

Aveva lo sguardo assente, cercava di capire il turbamento lo divorava. Ma il pensiero tornava alla mail.

Non poteva essere che Francesca lo avesse salutato per l’ultima volta. Alle sette del mattino, dopo il caffè, il lampo. “L’e-mail dev’essere rimasta memorizzata”.

Si ritrovò a correre verso la macchina.

Arrivò in ufficio mentre uscivano alcuni colleghi che lavoravano nell’area informatica.

“Alberto, hai saputo?” chiesero.

“Sì, vengo adesso dall’ospedale. Ma voi?”

“C’è stato un problema con un virus informatico. Siamo stati in piedi tutta la notte. Sono andati persi milioni di dati.”

Gli sembrò quasi superfluo fare la domanda.

Anche le e-mail?”

“Si, tutte”.

 

Salì le scale dell’ufficio ed entrò nelle stanze. Gli oggetti inanimati sulle scrivanie, i computer spenti, le prime luci del mattino. Camminava lento, cercando di vedere le cose oltre il loro significato, fermando lo sguardo su particolari che erano lì, proprio lì da vent’anni, quasi volesse interrogarli.

La scrivania di Francesca, ordinata, pulita, la foto dei bambini, la spillatrice che chiedeva sempre in prestito e non restituiva mai, il calendario con le scadenze. Proprio adesso queste cose sembravano animarsi e nello stesso tempo rimanere immobili.

Lo aveva salutato per l’ultima volta, ora ne era convinto: era il suo segreto, era il loro segreto. Sentiva che il suo cuore avrebbe addolcito la ferita con quel ricordo. Non poteva dirlo a nessuno, non doveva dirlo a nessuno.

Fu allora che capì, uscendo fra le auto e la gente di quella soffusa mattina di ottobre, che Francesca gli aveva rivolto l’ultimo gesto d’amicizia.

Aveva lasciato un segno affinché l’oblìo fosse più dolce.        

 

 

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STEFANO CARANFA

E’ nato il 6 febbraio 1960 a Villalago (AQ) e si è diplomato a Chieti - Liceo Classico G.B.Vico - nel 1979. Dopo 3 anni e 8 esami alla Facoltà di Economia e Commercio di Pescara, si è trasferito nel 1982 a Milano dove è stato assunto all'INPS. Nel 1988 il ritorno alla sede INPS dell'Aquila, dove dal 1997 è addetto stampa e Responsabile delle Relazioni esterne della Direzione regionale. Sposato dal 1991 con Daniela, ha una figlia di 15 anni, Simonetta, ed un pastore tedesco di nome Sissi. Quest'anno ha partecipato ad un concorso nazionale, classificandosi secondo, sulla rivista MONDO INPS. Ama leggere libri e suonare la chitarra. E ha un sogno: vedere pubblicati i suoi racconti. Ma questo si sta già realizzando.

 

 

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