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La profezia
di Georges Bernanos
Sessanta anni fa moriva il grande scrittore
francese, autore del “Diario di un curato di campagna”
di Claudia De Bernardi
Moriva a Parigi il 5 luglio 1948 Georges Bernanos. Quest’anno,
dunque, ricorre esattamente il sessantesimo anniversario
della sua scomparsa. Bernanos era nato a Parigi nel 1888: la sua
educazione profondamente religiosa lo aveva fatto avvicinare prima ai circoli cattoliconazionalisti dell’Action
Française, da cui si sarebbe staccato nel 1932. Esordì con il romanzo Sotto
il sole di Satana e Nuova storia di Mouchette. La fama gli venne però con il Diario
di un curato di campagna, da cui fu tratto un notissimo film
di Robert Bresson.
Era la storia di un giovane sacerdote, minato da un male
incurabile, nominato parroco di Ambricourt; egli
annota in un diario le vicende della lotta quotidiana contro
l’indifferenza e l’ostilità dei suoi parrocchiani. Il parroco riuscirà a
redimere molte di queste anime. Le sue ultime parole prima di spegnersi,
benedetto da un vecchio compagno di seminario, lo spretato Dupréty,
esprimono la gioia finalmente conquistata: 'Che importa? Tutto è grazia'.
Nel 1934-37 Bernanos era in Spagna. Il libro che ne scaturì, I
grandi cimiteri sotto la luna, era un’aspra requisitoria contro il
franchismo. Allo scoppio della seconda guerra mondiale lo scrittore era
in Brasile, dove svolse attività giornalistica a favore della Francia libera. Tornato in Francia pubblicò Monsieur
Ouine. Dopo la sua morte sono uscite varie
opere, tra cui il dramma Dialoghi
delle carmelitane e numerosi scritti di carattere etico e
politico.
I romanzi di Bernanos mettono in scena dei forti conflitti
spirituali, in uno stile realistico e visionario che rende grandi i
personaggi più umili. La sua visione drammatica delle coscienze
individuali, spesso ritratte tra purezza e degradazione, gli fa inseguire
nelle storie che Bernanos racconta il tema ricorrente della ricerca della
santità, che i suoi eroi raggiungono al termine di una lotta dove il male
sembra avere la meglio sul bene fino all’ultimo respiro.
UN POVERO PRETE IN CONFLITTO CON SÉ STESSO E CON
I PARROCCHIANI
DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA
a cura di FRANCESCO
LICINIO GALATI
Il
Diario di un curato di campagna, uscito nel 1936,
certamente il romanzo più significativo di
Bernanos, ottiene il più alto riconoscimento con il Grand-prix
dell’Accademia francese. Ne è protagonista il
giovane curato di Ambricourt, sacerdote ricco di zelo e di amore per le
anime, la cui sensibilità urta di continuo contro l’indifferenza e la
volgarità dei parrocchiani dai quali si sente isolato. Non gli resta che
affidare pensieri e tormenti a un diario
segreto, strumento di presa di coscienza della propria interiorità e di
conseguente auto-liberazione.
Così,
mentre sfilano nelle sue pagine i personaggi della parrocchia con tutte
le loro vicende, egli ha modo di mettere a nudo
le pieghe più riposte della propria anima, registrandone inadempienze,
sgomenti e paure che sono poi il contrappunto dell’atmosfera spirituale
che si è andato creando. Alcolista per tara familiare, affetto da cancro
allo stomaco che lo porterà appena trentenne alla tomba, non riesce a
vedere altro che fallimento e assenza: «L’anima tace, Dio tace».
La
frequentazione dell’anziano curato di Torcy, suo amico e padre, è l’unico
sostegno nel vuoto della sua sconfinata solitudine. Costretto dalle
emorragie a chiedere ospitalità a un ex compagno
di seminario, tubercolotico, che ha abbandonato il sacerdozio per una
donna, domanda a colui che adesso è, all’apparenza, soltanto il droghiere
Luigi Dupréty, di assolverlo dai suoi peccati. L’amico accondiscende,
anche se non nasconde il suo turbamento per il fatto che il curato di Ambricourt è venuto a morire proprio nella sua casa
di peccato. «Che cosa importa? Tutto è
grazia», replica il sacerdote morente che scopre, adesso, come
l’itinerario della sua esistenza sia stato guidato dalla Grazia.
COMINCIA COSÌ. . .
“La mia parrocchia è una parrocchia
come tutte le altre. Si rassomigliano tutte. Le parrocchie d’oggi,
naturalmente. Lo dicevo ieri al curato di Norenfontes: "Il bene e il
male debbono equilibrarsi; senonché, il centro
di gravità è collocato in basso, molto in basso. O,
se lo preferite, si sovrappongono l’uno all’altro senza mescolarsi, come
due liquidi di diversa densità". Il curato m’ha
riso in faccia. È un buon prete, affabilissimo, molto paterno, che
all’arcivescovado passa addirittura per un ingegno forte, un po’
pericoloso. I suoi motti di spirito formano la gioia dei presbiteri, ed
egli li sottolinea con uno sguardo che vorrebbe
essere vivacissimo. . .”
TANTA FORTUNA AL CINEMA, A TEATRO E ALL’OPERA
Il
cinema e il teatro hanno contribuito non poco ad avvicinare un gran
numero di lettori alle opere di Georges Bernanos. Inizia, nel 1950, Robert Bresson, consegnando alla
storia del cinema la versione del Diario di un curato di campagna,
interpretata da Claude Laydu, un successo fuori del comune. Prosegue,
sempre per il cinema, Maurice
Pialat con Sotto il sole di Satana, per l’interpretazione di
Gérard Depardieu, nelle vesti dell’abbé Donissan, e Sandrine Bonnaire in
quelle di Mouchette. Il film, premiato con la Palma d’oro a Cannes, è
fonte di polemiche infinite. Per alcuni l’"ateo" Pialat,
incapace di cogliere l’autentico messaggio di Bernanos, ci avrebbe
presentato un prodotto senz’anima, mentre per il giornale cattolico La
Croix sarebbe la seconda volta, dopo Thérèse di Alain
Cavalier, che «un cineasta che si dice estraneo al cattolicesimo realizza
un grande film su un tema religioso». Gli spettatori accorrono nelle
ottanta sale in cui viene proiettato in
contemporanea.
Anche il teatro
s’interessa a Bernanos. Del Diario di un curato di campagna è da
ricordare l’interpretazione, a Parigi, di Thierry Fortineaus, mentre dei Dialoghi
delle Carmelitane è memorabile, dopo quella
di Zurigo del 1951, la versione proposta da Gildas Bourdet nel 1987 al
Théâtre de la Porte St. Martin, sempre a Parigi. In Italia i Dialoghi
delle Carmelitane vengono rappresentati per
la prima volta nel 1952 a San Miniato da Orazio Costa. Indimenticabile
lo spettacolo allestito nel marzo 1988, per iniziativa dell’Associazione
dei teatri dell’Emilia-Romagna, da Luca Ronconi. Ricordiamo infine
l’opera di Francis Poulenc rappresentata al la
Scala il 26 gennaio 1957.
PARLA L’AUTORE
«Pensate a me come a una
specie di viaggiatore, di avventuriero. Io non sono altra cosa, non sono
degno di essere altra cosa, e se un giorno entrerò in cielo, vorrei che fosse in questa qualità di vagabondo».
«Quando sarò morto, dite al dolce Regno della
Terra che l’amavo, più di quanto non abbia mai osato dire». «I moralisti considerano volentieri la santità come
un lusso. Essa è una necessità. È la santità, sono i santi che mantengono
quella vita interiore senza la quale l’umanità si degraderà fino a
morire».
Grande testimone del travaglio spirituale e morale del suo tempo.
Bernanos dice di sé: «Non sono uno scrittore». E
non intende con questo nascondere sotto la maschera di una falsa modestia
la sua attività letteraria, ma porre l’accento sul significato della sua
vocazione. Sa bene, infatti, che finalità del suo scrivere non è
l’evasione, ma il messaggio
spirituale volto a illuminare gli uomini
sulle sfide del tempo e rispondere al loro bisogno di certezze spirituali
e di grazia, pur quando non ne sono consapevoli. È l’annuncio dell’amore,
quell’amore che deve liberare dall’inferno che,
essenzialmente, è incapacità di amare. E anche se nelle sue pagine sembra
prevalere l’ossessiva presenza di Satana, a saper leggere, sostanza di ogni atmosfera è la nostalgia per la santità e la
grazia. Nostalgia che si evidenzia nella lotta contro
il peccato, fatta di tormenti, delusioni e rinunce.
È
innegabile che i romanzi di Bernanos sono sempre drammaticamente calati
in un clima di agonia: l’approdo tuttavia non è
la morte, alla cui luce va letta la vita, ma la grazia, la santità,
che è rischiosa accettazione del combattimento tra bene e male, speranza
e disperazione. E alla fine la trasfigurazione e
la salvezza, traguardo immancabile per chi, cristianamente, sa
attraversare l’esistenza.
Bernanos
nasce il 20 febbraio 1888 a Parigi e muore il 5 luglio 1948 a Neuilly sur Seine. Ancora bambino
si dà alla lettura di scrittori che contribuiscono non poco a formare la
sua personalità. Intrapresi gli studi di Lettere e Giurisprudenza, entra
presto in politica aderendo all’Action française, vista quale baluardo
contro le degenerazioni repubblicane. Assunta nel 1913 la direzione del
settimanale monarchico L’avant-garde de Normandie, prosegue nel suo
impegno di difesa dei valori di sempre, fede,
patria, onore, salvaguardati, a suo dire, dal binomio
cristianesimo-monarchia. Nazionalista, allo scoppio del primo conflitto
mondiale si arruola volontario. Finita la guerra, si forma una famiglia –
avrà sei figli – e si impiega in una compagnia
di assicurazioni ma, visto il successo del primo romanzo, Sotto il
sole di Satana (1926), si dedica unicamente all’attività letteraria. Dal 1934 al 1937 vive a Palma di Maiorca.
Nel
1938 si trasferisce in Brasile, per protestare contro il comportamento della Francia nei confronti di Hitler. Nel giugno
1945, chiamato da De Gaulle, rientra in Francia, ma nel 1946 si reca di
nuovo in esilio, a Tunisi, rimanendovi però solo due anni perché è
costretto a tornare in patria per tentare un intervento al fegato
nell’ospedale di Neuilly, dove
lo coglie la morte.
[© “Famiglia
Cristiana”, n.49 del 10-12-97]
GLI ALTRI LIBRI
La
carriera letteraria di Bernanos ha inizio alla soglia dei quarant’anni.
Dopo l’esplosivo successo di Sotto il sole di Satana (1926),
pubblica i romanzi:
L’impostura (1927)
Madame Dargent
(1928)
Una notte (1928)
Dialogo d’ombre (1928)
La gioia (1929)
Un delitto (1935)
Il Diario di un
curato di campagna (1936)
Nuova storia di
Mouchette (1937)
Il signor Cuine, iniziato
nel 1933 ma pubblicato nel 1943
Uno strano sogno,
uscito dopo la morte, nel 1951.
I
romanzi costituiscono solo un versante della produzione letteraria di
Bernanos; l’altro, a parte il dramma postumo del 1949, Dialoghi
delle Carmelitane – scritto in Tunisia nell’inverno 1947-1948,
per incarico di padre Raimondo Bruck Berger, quale testo per un film che
non sarà mai realizzato, ma che sarà rappresentato più volte in teatro –,
è quello dei saggi, senza la cui lettura la personalità dello scrittore verrebbe colta solo a metà. Ci riferiamo soprattutto a La grande paura dei benpensanti
(1931), processo alla borghesia gretta ed egoista; a I grandi
cimiteri sotto la luna (1938), coraggiosa denuncia delle
repressioni dei franchisti durante la guerra civile spagnola.
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