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I cineasti
del silenzio
Ricordando
Ingmar
Bergman
e
Michelangelo
Antonioni
di Tommaso Benfenati
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Ci hanno costretto a interrogarci sul senso della vita, hanno
attraversato un secolo, il loro, che non è stato “breve” né tantomeno indolore, affrontando di film in film, come
grani di un rosario, o come tappe
di un Getsemani mai concluso, la crisi
della modernità, il dramma angoscioso dell’uomo contemporaneo, lacerato,
interiormente scisso, essenzialmente solo di fronte alle domande più brucianti,
quelle di sempre, al tempo stesso nuovissime ed eterne.
Il regista svedese Ingmar Bergman,
nato a Uppsala il 14
Luglio 1918, aveva iniziato la sua carriera come autore e regista
teatrale, scrivendo nel 1944 la sua prima sceneggiatura, Spasimo, con cui era entrato nel mondo del
cinema. Bisognerà attendere il 1955 perché il suo nome balzi all’attenzione
della critica internazionale, con Sorrisi
di una notte d'estate, commedia sui rapporti sentimentali, che si serviva dei modelli del teatro brillante del
Settecento francese per osservare con amarezza l'instabilità dei
sentimenti e la complessità dei rapporti umani.
É dell'anno
successivo uno dei capolavori bergmaniani, Il settimo
sigillo (1956), geniale
affresco medievale, nel quale l'autore riflette su vita e morte, sul
rapporto fra uomo e Dio, sul senso della propria esistenza, sulla miseria
e la nobiltà della natura umana. Gli stessi temi esistenziali,
affrontati alla luce della psicanalisi, sono presenti anche nel
successivo Il posto delle fragole (1957), dove
si racconta il viaggio nel tempo, nel passato e nella fantasia che un
vecchio professore intraprende, al termine della propria vita, per
ritrovare un'immagine di sé che si era affannato a rimuovere. Una
tragedia filosofica, densa di riferimenti culturali che vanno da Joyce a Proust, da Mann a Kierkegaard, per
dimostrare come la morte si nasconda dietro le fugaci apparenze della vita.
Temi
religiosi trattati con un'ottica laica: il problema del vuoto che si
sostituisce alla perdita della fede, la ricerca di una religiosità intima
e non formalistica, l'incomunicabilità fra individui, sono al centro
delle sue opere successive, fra cui si segnalano La fontana della vergine (1959), Come in uno specchio (1961) e Il silenzio (1963). É in questo momento che si
definisce compiutamente lo stile e gli intenti di Bergman
che cerca di svelare il mistero che si cela al di là dlle
apparenze, che nasconde i suoi interrogativi dietro schermi fatti di
memoria, sogno, psicosi, che mette sempre più in dubbio l'esistenza di
Dio, ma la ripropone ogni volta sotto diverse
spoglie.
L'ultimo film di Bergman, Fanny e Alexander (1983), che
segue due pellicole dagli intenti psicanalitici (Sinfonia d'autunno, 1978 e Un mondo di marionette, 1980), è uno splendido
racconto, in gran parte autobiografico, su due adolescenti svedesi di inizio secolo, nel quale il regista sviluppa, con
una partecipazione mai invadente, i motivi e le emozioni da cui è partito
per comporre le sue opere.
Diverso il vissuto di Michelangelo Antonioni,
nato a Ferrara il 29 settembre 1912, che dopo essersi laureato in
Economia e commercio, si era avvicinato al mondo del cinema attraverso la
professione di critico. La sua prima opera era stata un documentario, Gente del Po (1943-1947),
ma è con Cronaca di un amore, del 1950,
che Antonioni fa il suo esordio nel cinema
con un lungometraggio in cui per la prima volta si dava voce al dramma
della borghesia, con un linguaggio filmico sicuro che rivela non solo una
grande padronanza dei mezzi tecnici, ma soprattutto una capacità estetica
ed etica di fotografare la società, mettendo le basi di quella fama, tutta
meritata, di profondo innovatore del linguaggio cinematografico.
Già con il film di esordio, Cronaca di
un amore, Antonioni rivela il suo interesse
psicologico nei confronti dei rapporti interpersonali, della
comunicazione - ma soprattutto dell'incomunicabilità - tra i suoi
inquieti personaggi. Personaggi
tormentati, nevrotici e profondamente umani quelli che abitano il suo
mondo di celluloide: dal tradito Aldo de Il grido alle numerose donne turbate e
isteriche, una su tutte la Monica Vitti di Deserto rosso (1964), film che segna il passaggio
del suo cinema al colore.
Grazie a
opere internazionali come Blow-up (1966), complessa analisi sulla
riproducibilità della realtà, Zabriskie Point (1970), critica on the road della
società dei consumi, e Professione:
reporter, poetico viaggio spagnolo dello spaesato fotografo Jack Nicholson, Antonioni diventa un'icona del cinema della crisi. E non soltanto per l'impegno e la profondità contenutistica,
ma anche – come si diceva - in ragione di uno stile formale complesso,
raffinato e accurato. I suoi lunghi piani sequenza continueranno
per sempre a riempire le pagine dei manuali di cinema.
Osannato dalla critica, ma non
altrettanto amato dal pubblico perchè autore considerato “difficile” (a un certo punto il personaggio interpretato da
Vittorio Gassman nel film Il sorpasso se ne esce con una frase: "Io l'ho visto un
film di Antonioni una volta. Mi son fatto una dormita che non finiva mai!"), il
maestro ferrarese non aveva rinunciato – nonostante l’età e un ictus che
l’aveva paralizzato e gli aveva tolto la voce per quasi vent’anni - a pensare al cinema e ad occuparsene
ancora, con l’aiuto della insostituibile moglie
Enrica Fico, realizzando così,
dopo il suggestivo Al di là delle nuvole (1995) con
l'amico tedesco Wenders, perfino un
videoclip (Fotoromanza
per Gianna Nannini) e un episodio
(Il filo pericoloso delle cose)
per il film collettivo Eros (2004, firmato
insieme ad autori internazionali come Soderbergh e Wong Kar
Wai).
Pare incredibile
ma se ne sono andati quasi contemporaneamente questi due giganti
del cinema d'autore europeo: a distanza di neanche ventiquattr'ore,
fra il 30 e il 31 luglio scorsi, Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni,
i cineasti del silenzio. Con essi il cinema, la “settima arte” che fino ad allora
era stata svago, mentale o sentimentale, quando non divertimento allo
stato puro, aveva cambiato pelle, mostrando un volto nuovo, più adulto, diventando
una realtà “vera”, a volte autenticamente inquietante.
Essi allora hanno rivoluzionato il modo di creare il
cinema e nel farlo hanno dato voce – come forse nessun altro – alle inquietudini
dell'uomo contemporaneo, alla sua solitudine, alla sua dolorosa nostalgia
di Dio, attraverso dialoghi enigmatici, spesso ridotti all'osso, e
personaggi immersi quasi sempre in paesaggi indifferenti,
persino stranianti, da “natura morta”. Un viaggio per questi senza
approdi, data la complessità del reale e lo smacco, il senso di vuoto, di
perdita esistenziale che tale scoperta sempre comporta, ma che auguriamo possa aver dato, nell’ultimo viaggio, quello del
congedo, ai due grandi registi del silenzio e della ricerca di Dio la
felicità di quell’approdo, talvolta baluginante
di lontano ma mai da loro personalmente raggiunto “al di qua delle nuvole”,
nelle ingannevoli lande dell’esistenza terrena.
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