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In Purissimo Azzurro

 

 

 

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                                                rivista di letterature & dintorni

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"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa IN PURISSIMO AZZURRO veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

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“La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati

 

 

Il mondo

dalla parte

delle scarpe

rotte

 

di MARIA DI LORENZO

 

Hanno alle spalle famiglie smembrate e passioni recise, le favole che non hanno mai ascoltato, le scarpe rotte. E la dolorosa sensazione di essere sempre con le spalle al muro, a un passo dal nulla. Creature ferite. Specialisti della lontananza, li chiama Eraldo Affinati. Sono quei “minori non accompagnati” che il suo lavoro-vocazione di insegnante di italiano gli fa incontrare ogni giorno lungo i viali e nelle aule della Città dei Ragazzi, la comunità alle porte di Roma fondata nel secondo dopoguerra da Mons. Carroll-Abbing per raccogliere i ragazzi abbandonati che le macerie del conflitto avevano tracimato con , dolorosamente, nel nostro Paese.

Tutti italiani, allora, piccoli sciuscià in balia della fame e della miseria. Oggi, di italiani non ce ne sono quasi più, altri hanno preso il loro posto. I ragazzi del deserto. Magrebini, afghani. Ma anche rumeni, albanesi, moldavi. Ragazzi difficili, secondo la legge. “Persone speciali”, li definisce il nostro insegnante-scrittore, che sperimenta con loro ogni giorno, vivendoci gomito a gomito, la tremenda fatica di andare avanti, di resistere nonostante tutto, dentro le bocche dell'inferno, e la loro ostinata, estrema, pazzesca speranza di futuro, che cresce come un tenace rampicante dentro il cuore di ciascuno come l'erba che affiora sempre nuova fra le tegole dei tetti.

“Non riuscirò a raccontare la storia di ognuno”, spiega Affinati quasi all'inizio del libro. “Ma voglio cominciare così: con la mano sul cuore”. Chi conosce la produzione letteraria dello scrittore romano sa bene che Affinati non inventa mai niente, i suoi romanzi somigliano piuttosto a delle inchieste in cui la voce narrante, che coincide limpidamente con l'autore, ordina tutti i tasselli della storia che racconta con evidente scrupolo documentario, come un operaio della realtà.

“E' sulla pagina - ha detto una volta Affinati in un’intervista - che gli scrittori diventano uomini: ma quella pagina non può essere un foglio, deve rappresentare la vita”. Per Affinati, dunque, il dovere di uno scrittore è di mettersi in gioco. Senza barare. Ed è quanto lui riesce a fare anche stavolta, nel suo ultimo romanzo La città dei ragazzi, edito di recente da Mondadori e già ampiamente apprezzato dalla critica e dai lettori.

“A cinquant’anni - confessa l’autore - un uomo senza figli può desiderarne uno; io invece, spinto da una potenza oscura che brucia come un fuoco segreto dentro il mio stesso nome, cercavo i padri: quelli mancati, soprattutto. Pensai di scrutarne le fisionomie nei volti dei giovani ai quali insegno ogni giorno. Arrivano sulle sponde del Bel Paese da ogni parte del mondo lasciandosi dietro, come rottami, la povertà e l’indifferenza. Ho voluto risalire il fiume che li ha portati fino a me. Controcorrente, attraverso di loro, mi sono riconosciuto”.

La passione educativa di Affinati, quella stessa che gli fa desiderare di “mettere in salvo” i suoi ragazzi abbandonati a loro stessi, per poter diventare egli stesso, alla fine, “un altro uomo”, gli fa affrontare nelle pagine del libro e sulla sua stessa pelle un viaggio, che è al tempo stesso fisico-spaziale ma anche interiore-temporale, alla ricerca delle proprie radici spezzate, là dove si nasconde da una vita intera la ferita purulenta della sua infanzia.

Un gigantesco punto interrogativo. Nella mente questo punto di domanda rimasto irrisolto ha un nome: Fortunato. Suo padre. Orfano anche lui, come la maggior parte dei ragazzi che oggi il professore incontra sui banchi di quella scuola un po' speciale fuori Roma, ma orfano del primo dopoguerra e con una cicatrice ancora più violenta, perchè lasciata inespressa, dentro il cuore. L'abbandono del padre naturale, il suo rifiuto a riconoscerlo, a dargli un nome, che lo renderà sempre diverso, come separato dagli altri. Marchiato da una sofferenza così profonda che col tempo si farà baratro di perpetua, lancinante anaffettività.

“Per anni mio padre ha rappresentato un mistero”, racconta Eraldo Affinati. A dodici anni Fortunato era solo al mondo e aveva dovuto cavarsela da solo. Crescendo era diventato, nel ricordo del figlio, un uomo senza passioni, costantemente sulla difensiva, “indecifrabile nella sua semplicità inquietante”. Una vita piena di buchi neri, la loro, di zone d'ombra, di spiegazioni richieste e ostinatamente inevase (“certe domande sono come le spine delle rose: appena le tocchi, sanguini”), che rendono impossibile il dialogo fra i due, perchè non si mente solo con le parole ma anche con i silenzi, le omissioni.

“Scruto nei miei allievi le radici spezzate - scrive Affinati - perché anch’io sono vissuto così: con l’amarezza e lo sconforto di non saper dove sbattere la testa, col senso di vertigine che nasce quando non sai a chi appoggiarti, nel momento in cui non hai più l’incoscienza dei bambini e non possiedi ancora il disincanto della maggiore età. Soprattutto la solitudine posso dire di aver sperimentato, fino al punto di esserne diventato un atleta: culturista del vuoto interiore. Nessun paesaggio, nessuna vegetazione, solo il pensiero mentre frulla in un battito d’ali incapaci di prendere il volo. Stelle che si frantumano sulla vernice scorticata nel serbatoio del motorino”.

Ma ecco che ritrovando nei suoi allievi i suoi stessi limiti, e rispecchiandosi nel loro abbandono, Affinati intreccia sulla pagina, ma prima ancora dentro il suo cuore, i fili delle vite altrui con la propria e la scrittura si fa miracolo di riconciliazione, risalendo la corrente del sangue. Al mosaico di volti e di storie che disseminano l’intenso viaggio in Marocco compiuto con gli allievi Faris e Omar - dove percepisce insieme al fascino arcaico del Magreb anche il suo grembo caldo e accogliente di amicizie senza infingimenti - si sovrappongono il volto e la voce del padre scomparso da anni. Il piccolo orfano sembra quasi chiedere udienza dentro di lui, e Affinati per la prima volta intuisce che forse doveva essere proprio lui, il figlio scrittore, quella parola che egli non aveva mai saputo esprimere.

 

Sciogliere i nodi è compito di ogni scrittore, anzi di ogni uomo. Risalendo quel fiume impercettibile chiamato tempo, ubbidendo a traiettorie invisibili agli occhi ma ormai visibilissime al cuore, lo scrittore comprende che in quel sofferto colloquio col padre scomparso, in quel riannodare i fili per superare l’orfanità scritta nel proprio albero genealogico, i ragazzi del deserto fisico e morale del nostro tempo sono protagonisti forse involontari ma terribilmente necessari al nostro autore per ricostruirsi “dentro”. Eraldo potrà ritrovare Fortunato soltanto attraverso di essi ed è perciò assolutamente consapevole che “se non ci fossero stati loro, l’avrei perso per sempre”.

 

Ma capisce anche un’altra cosa, e cioè che quello che suo padre non fu capace di fare, adesso è compito suo. Queste sono forse le pagine più belle del libro, quelle in cui la temperatura emotiva si fa incandescente e mette le ali a un dettato finora scarno ed efficace, seppur intensamente lirico, com’è tipico nello stile di Affinati, ed è come se tutti i libri che l’autore ha scritto fino ad oggi dovessero arrivare proprio qui, a La città dei ragazzi. Come se tutto quanto fatto finora non fosse stato che una grande prova d'orchestra in vista della superba sinfonia finale.

 

I libri sono lenti, fanno lunghi giri. Affinati voleva arrivare alla sorgente, risalire la grande corrente del sangue attraverso i gelidi secoli dell’afasia per giungere al cuore delle cose. Per ricordare. Perché “c'è un'opera umana da compiere”, come ricorda Teilhard de Chardin posto in esergo. Ricordare è un servizio reso alla verità.

 

Una confessione senza filtri, mettendosi a nudo come mai aveva fatto prima d'ora, con sincera spietatezza. Si capisce, fra le righe, che deve essergli costato molto, ma che alla fine il risultato prodotto non deve essere stato tanto lontano dall’acuta e benefica sensazione di avere pareggiato i conti. Come acqua impetuosa che rompe gli argini, la memoria lava e ricompone i brandelli d’identità dispersi nel vortice dell’impazienza e della ribellione, generando una liberazione sempre anelata e differita, un nuovo ed estremo senso di libertà assaporata quasi con tutti i pori della propria pelle.

 

Il racconto-esperienza di Eraldo Affinati era incominciato con una lettera, quella di Hafiz, il ragazzino afghano che raccontava a “Raldo”, il suo insegnante, gli orrori visti e subiti sulla propria pelle, e finisce con un'altra lettera, attraversata dalla stessa paura, dalla stessa speranza, dalla stessa spontanea, sofferta sincerità. Quella di un nuovo studente della Città dei Ragazzi, di nome Khaliq. Acqua che scorre, erba che cresce. E il cerchio, idealmente, si chiude.

 

                             

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