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“La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati

Il mondo
dalla parte
delle scarpe
rotte
di MARIA DI LORENZO
Hanno
alle spalle famiglie smembrate e passioni recise, le favole che non hanno
mai ascoltato, le scarpe rotte. E la dolorosa sensazione di essere sempre
con le spalle al muro, a un passo dal nulla.
Creature ferite. Specialisti della lontananza, li chiama Eraldo Affinati. Sono quei “minori non accompagnati”
che il suo lavoro-vocazione di insegnante di
italiano gli fa incontrare ogni giorno lungo i viali e nelle aule della Città dei Ragazzi, la comunità
alle porte di Roma fondata nel secondo dopoguerra da Mons.
Carroll-Abbing per raccogliere i ragazzi
abbandonati che le macerie del conflitto avevano tracimato con sè, dolorosamente, nel nostro Paese.
Tutti
italiani, allora, piccoli sciuscià in balia della fame e della
miseria. Oggi, di italiani
non ce ne sono quasi più, altri hanno preso il loro posto. I ragazzi del
deserto. Magrebini, afghani.
Ma anche rumeni, albanesi, moldavi.
Ragazzi difficili, secondo la legge. “Persone speciali”, li definisce il nostro insegnante-scrittore,
che sperimenta con loro ogni giorno, vivendoci gomito a gomito, la tremenda fatica di andare avanti, di
resistere nonostante tutto, dentro le bocche dell'inferno, e la loro
ostinata, estrema, pazzesca speranza di futuro, che cresce come un tenace
rampicante dentro il cuore di ciascuno come l'erba che affiora sempre
nuova fra le tegole dei tetti.
“Non
riuscirò a raccontare la storia di ognuno”, spiega Affinati quasi
all'inizio del libro. “Ma voglio cominciare
così: con la mano sul cuore”. Chi conosce la produzione letteraria dello
scrittore romano sa bene che Affinati non
inventa mai niente, i suoi romanzi somigliano piuttosto a delle inchieste
in cui la voce narrante, che coincide limpidamente con l'autore, ordina
tutti i tasselli della storia che racconta con evidente scrupolo
documentario, come un operaio
della realtà.
“E'
sulla pagina - ha detto una volta Affinati in
un’intervista - che gli scrittori diventano uomini: ma quella pagina non
può essere un foglio, deve rappresentare la vita”. Per Affinati, dunque,
il dovere di uno scrittore è di mettersi in gioco. Senza barare. Ed è quanto lui riesce a fare anche stavolta, nel suo
ultimo romanzo La città dei ragazzi, edito di
recente da Mondadori e già ampiamente apprezzato
dalla critica e dai lettori.
“A
cinquant’anni - confessa l’autore - un uomo
senza figli può desiderarne uno; io invece, spinto da una potenza oscura
che brucia come un fuoco segreto dentro il mio stesso nome, cercavo i padri: quelli mancati,
soprattutto. Pensai di scrutarne le fisionomie nei volti dei giovani ai
quali insegno ogni giorno. Arrivano sulle sponde
del Bel Paese da ogni parte del mondo lasciandosi dietro, come rottami,
la povertà e l’indifferenza. Ho voluto risalire il fiume che li ha
portati fino a me. Controcorrente, attraverso di loro, mi sono
riconosciuto”.
La
passione educativa di Affinati, quella stessa
che gli fa desiderare di “mettere in salvo” i suoi ragazzi abbandonati a loro
stessi, per poter diventare egli stesso, alla fine, “un altro uomo”, gli
fa affrontare nelle pagine del libro e sulla sua stessa pelle un viaggio,
che è al tempo stesso fisico-spaziale ma anche interiore-temporale, alla ricerca delle proprie radici spezzate, là dove si
nasconde da una vita intera la ferita purulenta della sua infanzia.
Un
gigantesco punto interrogativo. Nella mente questo punto di domanda rimasto
irrisolto ha un nome: Fortunato.
Suo padre. Orfano anche lui, come la maggior parte dei ragazzi che oggi il
professore incontra sui banchi di quella scuola un po' speciale fuori Roma, ma orfano del primo dopoguerra e con una
cicatrice ancora più violenta, perchè lasciata
inespressa, dentro il cuore. L'abbandono del padre
naturale, il suo rifiuto a riconoscerlo, a dargli un nome, che lo renderà
sempre diverso, come separato dagli altri. Marchiato
da una sofferenza così profonda che col tempo si farà baratro di
perpetua, lancinante anaffettività.
“Per
anni mio padre ha rappresentato un mistero”, racconta Eraldo
Affinati. A dodici anni Fortunato era solo al mondo e aveva dovuto
cavarsela da solo. Crescendo era diventato, nel ricordo del figlio, un
uomo senza passioni, costantemente sulla difensiva, “indecifrabile nella
sua semplicità inquietante”. Una vita piena di buchi neri, la loro, di
zone d'ombra, di spiegazioni richieste e ostinatamente inevase (“certe
domande sono come le spine delle rose: appena le tocchi,
sanguini”), che rendono impossibile
il dialogo fra i due, perchè non si mente
solo con le parole ma anche con i silenzi, le omissioni.
“Scruto
nei miei allievi le radici spezzate - scrive Affinati - perché anch’io
sono vissuto così: con l’amarezza e lo sconforto di non saper dove
sbattere la testa, col senso di vertigine che nasce
quando non sai a chi appoggiarti, nel momento in cui non hai più
l’incoscienza dei bambini e non possiedi ancora il disincanto della
maggiore età. Soprattutto la solitudine posso
dire di aver sperimentato, fino al punto di esserne diventato un atleta: culturista del vuoto interiore. Nessun paesaggio, nessuna vegetazione, solo il pensiero
mentre frulla in un battito d’ali incapaci di prendere il volo.
Stelle che si frantumano sulla vernice scorticata nel serbatoio del
motorino”.
Ma ecco che ritrovando nei suoi allievi i suoi stessi limiti, e rispecchiandosi nel loro abbandono,
Affinati intreccia sulla pagina, ma prima ancora dentro il suo cuore, i
fili delle vite altrui con la propria e la scrittura si fa miracolo di riconciliazione, risalendo
la corrente del sangue. Al mosaico di volti e di storie che disseminano l’intenso
viaggio in Marocco compiuto con gli allievi Faris
e Omar - dove percepisce insieme al fascino arcaico del Magreb anche il suo grembo caldo e accogliente di amicizie senza infingimenti
- si sovrappongono il volto e la voce del padre scomparso da anni. Il
piccolo orfano sembra quasi chiedere udienza dentro di lui, e Affinati per
la prima volta intuisce che forse doveva essere proprio lui, il figlio
scrittore, quella parola che egli non aveva mai saputo esprimere.
Sciogliere i nodi
è compito di ogni scrittore, anzi di ogni uomo. Risalendo
quel fiume impercettibile chiamato tempo, ubbidendo a traiettorie
invisibili agli occhi ma ormai visibilissime al cuore, lo scrittore comprende
che in quel sofferto colloquio col padre scomparso, in quel riannodare i
fili per superare l’orfanità scritta nel proprio albero genealogico, i
ragazzi del deserto fisico e morale del nostro tempo sono protagonisti
forse involontari ma terribilmente necessari al nostro autore per ricostruirsi
“dentro”. Eraldo potrà ritrovare Fortunato soltanto attraverso di essi ed è perciò assolutamente consapevole che “se non
ci fossero stati loro, l’avrei perso per sempre”.
Ma capisce anche un’altra cosa, e cioè
che quello che suo padre non fu capace di fare, adesso è compito suo. Queste sono forse le pagine più belle
del libro, quelle in cui la temperatura emotiva si fa incandescente e
mette le ali a un dettato finora scarno ed
efficace, seppur intensamente lirico, com’è tipico nello stile di
Affinati, ed è come se tutti i libri che l’autore ha scritto fino ad oggi
dovessero arrivare proprio qui, a La
città dei ragazzi. Come se tutto quanto fatto finora non fosse stato
che una grande prova d'orchestra in vista della superba
sinfonia finale.
I libri sono lenti, fanno lunghi
giri. Affinati voleva arrivare alla sorgente, risalire la grande corrente del sangue attraverso i gelidi secoli
dell’afasia per giungere al cuore delle cose. Per ricordare. Perché “c'è un'opera umana da compiere”, come ricorda Teilhard de Chardin posto in
esergo. Ricordare è un
servizio reso alla verità.
Una confessione senza filtri, mettendosi a
nudo come mai aveva fatto prima d'ora, con sincera spietatezza. Si
capisce, fra le righe, che deve essergli costato molto, ma che alla fine il
risultato prodotto non deve essere stato tanto lontano dall’acuta e
benefica sensazione di avere
pareggiato i conti. Come acqua impetuosa che rompe gli argini, la
memoria lava e ricompone i brandelli d’identità dispersi nel vortice
dell’impazienza e della ribellione, generando una liberazione sempre anelata
e differita, un nuovo ed estremo senso di libertà assaporata quasi con tutti
i pori della propria pelle.
Il racconto-esperienza di Eraldo Affinati era incominciato con una lettera, quella
di Hafiz, il ragazzino afghano
che raccontava a “Raldo”, il suo insegnante, gli orrori visti e subiti
sulla propria pelle, e finisce con un'altra lettera, attraversata dalla stessa
paura, dalla stessa speranza, dalla stessa spontanea, sofferta sincerità.
Quella di un nuovo studente della Città dei Ragazzi, di
nome Khaliq. Acqua che scorre, erba che
cresce. E il cerchio, idealmente, si chiude.
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